I ‘Giochi del Senso e/o Nonsenso’ e l’Invito alla Quadriennale del 1996
Il racconto di una incursione
Cesare Pietroiusti
English abstract
La Quadriennale di Roma è stata fondata negli anni Trenta come una mostra dedicata all’arte italiana, una mostra funzionale a dare visibilità e occasioni di vendita agli artisti iscritti alla corporazione fascista. Una tale impronta ‘di regime’ è rimasta molto a lungo, negli statuti, nei regolamenti, nelle modalità di concepimento e di gestione della rassegna.
Nel 1996 la mostra era stata affidata alla curatela di sette critici d’arte, tutti di nomina politica, i quali non presentarono una visione curatoriale ma, nei fatti, si limitarono a una serie di lunghe riunioni e a qualche polemica per definire una lista di nomi di artisti invitati. Tale lista risultava essere l’unico argomento, l’unico senso, della mostra. Ecco perché, una volta ricevuto l’invito (per un artista, ricevere un invito a una mostra fa comunque piacere), pensai che l’unica risposta possibile, a parte declinarlo, fosse quella di fare un lavoro proprio su quel problema, cioè tematizzare la questione dell’invito. Cosa significa essere invitati, quali possibilità critiche, di spiazzamento o di gioco offre, e quali i modi per farne un’opera per la mostra?

1 | Ultime generazioni, Quadriennale 1996, Catalogo della mostra, De Luca Editore, Roma 1996, dettaglio. Foto Giorgia Accorsi, Courtesy Studio Pietroiusti.
Fra i 170 artisti ufficialmente selezionati, non ce n’era quasi nessuno di quelli con cui avevo, negli anni precedenti, condiviso esperienze e prese di posizione. Di conseguenza, pensai di rimediare in qualche modo, proponendo ad artisti amici o compagni di strada di esporre, con me, nello spazio messo a disposizione per i miei lavori (quantificato, da regolamento, in un certo numero di metri quadrati di parete o di pavimento). Così, quando mi furono chieste informazioni specifiche sul mio lavoro da pubblicare sul catalogo, mandai la seguente didascalia: “Senza titolo, 1996. Oggetti, documenti e materiali vari; misure ambiente”. Inoltre, al posto dell’immagine dell’opera, indicai una lista di nomi – che in effetti è stata pubblicata, inquadrata nella pagina del catalogo come se fosse un’opera: Fausto Delle Chiaie, Disordinazioni, Giovanni Di Stefano, Filippo Falaguasta, Salvatore Falci, Stefano Fontana, Roberto Galeotti, ‘Giochi del Senso e/o Nonsenso’ (Pino Boresta, Lorenzo Busetti, Antonio Colantoni, Sergio Caruso, Marco Evangelista, Alessio Fransoni, Patrizio Pica, Giuseppe Polegri, Sandro Zaccardini), Amedeo Martegani, Ivano Mattocci, Pino Modica, Piero Mottola, Giancarlo Norese, Premiata Ditta, Laura Ruggeri, Anteo Radovan, Marco Samorè, Nicola Valentino e l’Archivio di Sensibili alle Foglie, Sebastiano Tafuri, Marco Vaglieri, Francesco Voltolina. In questa lista compaiono alcuni degli artisti del gruppo ‘Jartrakor’ (con cui avevo lavorato alla fine degli anni ’70 e nei primi anni ’80)[1], gli artisti del ‘Gruppo di Piombino’ (sodalizio attivo fra 1987 e 1992)[2], artisti milanesi e bolognesi conosciuti e frequentati a metà degli anni ’90, e va inoltre notata l’importante presenza di Sensibili alle Foglie, casa editrice e archivio di manufatti artistici provenienti da istituzioni totali come manicomi e carceri e di testimonianze di prima mano di ex-brigatisti o appartenenti ad altri gruppi politici che avevano, negli anni ’70, scelto la lotta armata[3]. Infine, è indicato il (folto) gruppo di artisti denominato ‘Giochi del senso e/o Nonsenso’ di cui, all’epoca, facevo parte già da un paio d’anni[4]. Con questi ultimi parlai estesamente del progetto. Quasi subito, da tali discussioni, venne fuori la proposta di estendere ulteriormente, ovvero, indefinitamente, l’invito a tutti coloro che avessero voluto partecipare, a qualsiasi titolo e per qualsiasi motivo, fossero artisti o meno. L’idea sembrò quella giusta, e tutti cominciammo a darci da fare per diffonderla il più possibile. A parte il passaparola e alcune affissioni murali (illegali), riuscimmo anche a far pubblicare la notizia su qualche giornale. La posta elettronica – e ancora meno le reti sociali digitali – non esisteva o almeno era ancora molto poco diffusa.
Per ovvi motivi decidemmo di non condividere la nostra decisione con i curatori né con gli uffici della Quadriennale, la cui inaugurazione era prevista per il 25 settembre 1996, divisa fra due sedi romane: Palazzo delle Esposizioni e Ala Mazzoniana della Stazione Termini.
Fra agosto e settembre il mio studio di Vicolo Savelli si trasformò in base operativa (per l’occasione, e per poter ricevere messaggi nella segreteria, installai la linea telefonica, che ancora non avevo), e si riempì di centinaia di oggetti di ogni genere. Ogni proponente ricevette una “scheda di partecipazione”, numerata e controfirmata, con una breve descrizione dell’oggetto da esporre e il titolo (quando c’era). Le schede sono ancora tutte presso il mio archivio, in un grande raccoglitore nero. In questo momento, in cui sto scrivendo questo testo, le prendo in mano dopo molti anni e le conto. In totale sono 263.

2 | ‘Giochi del senso e/o Nonsenso’, Invito alla Quadriennale, 1996, schede di partecipazione (dettaglio). Foto Giorgia Accorsi, Courtesy Studio Pietroiusti.
Il progetto non sarebbe potuto andare a buon fine se non si fossero verificate una serie di circostanze, per noi, fortunate: una soffiata di una delle assistenti curatrici – unica persona dello staff della Quadriennale che conosceva e aveva capito il senso del nostro lavoro – ci informò che uno spazio piuttosto ampio dell’Ala Mazzoniana era rimasto vuoto perché avrebbe dovuto ospitare la casa editrice De Luca, responsabile della pubblicazione del catalogo che, però, era molto lontano dall’essere pronto; l’allestimento dell’intera mostra era stato affidato allo studio di un noto architetto e, a causa della complessità del progetto proposto, alla data prevista per l’inaugurazione circa un quarto dell’allestimento stesso non era disponibile. Non potendo posporre l’inaugurazione (a causa dell’arrivo previsto del Presidente della Repubblica), la direzione della mostra decise di chiudere, subito dopo la giornata dell’inaugurazione, e di riaprire – circa quindici giorni dopo – quando i lavori fossero stati finalmente completati. Di fatto, all’inaugurazione, i lavori di più di trenta artisti invitati non erano visibili. Questa situazione di disorganizzazione e confusione favorì il nostro piano; nei giorni precedenti ci eravamo fatti amici alcuni fra gli addetti alla vigilanza.
A ventiquattr’ore dall’inaugurazione arrivammo, di sera tardi, nella sede espositiva con tre o quattro automobili cariche di opere e, grazie a quanto detto sopra, riuscimmo a occupare senza sforzo lo spazio previsto per l’editore del catalogo e a trovare un posto per ognuno degli oggetti che ci erano stati consegnati. La sala era perfetta, con una bella boiserie a scansie quadrate molto adatte a ospitare piccoli oggetti, e con una notevole altezza delle pareti, e i quadri più grandi finirono lassù, per rispettare il principio per cui ogni pezzo esposto avesse simile visibilità.

3 | ‘Giochi del senso e/o Nonsenso’, Invito alla Quadriennale, 1996, veduta dell’allestimento. Foto dell’autore.
Molte opere vennero portate e allestite a mostra iniziata. Tutti i sabati lo spazio era disponibile per performance, piccole conferenze, riunioni e altri eventi.
In sintesi, l’operazione risultò evidentemente critica per diversi aspetti. La paternità dell’opera fu trasferita da un singolo artista a un gruppo. Artisti non ufficialmente invitati risultarono inclusi: come per una sorta di proprietà transitiva, erano invitati da un invitato. Non-artisti furono accolti in mostra alla stessa stregua degli artisti. Non venne operata alcuna selezione rispetto all’esibizione degli oggetti che ci erano stati affidati.
Lo spazio sacrale, statico, a statuto prefissato, della mostra, fu profanato poiché portammo dentro diversi elementi mescolando i livelli di intervento – performance, test, giochi, attività para-didattiche – e decostruendo la distinzione opera/non-opera.
Infine, le immagini fotografiche che documentano l’installazione dei 263 oggetti mostrano un dato rilevante che, oltre a essere dovuto alla natura del progetto, è stato determinato dalle caratteristiche dello spazio espositivo. Si tratta del fatto che, da un punto di vista di riconoscibilità e forse anche di auraticità, l’insieme è molto più significativo della somma delle singole opere. L’aura di ciascun oggetto presente è sacrificata a vantaggio di una raccolta che sembra collocarsi in un punto, intermedio e indecidibile, fra una mostra, un archivio, una Wunderkammer e un negozio di cianfrusaglie.

4 | ‘Giochi del senso e/o Nonsenso’, Invito alla Quadriennale, 1996, dettaglio dell’allestimento. Foto dell’autore.

5 | ‘Giochi del senso e/o Nonsenso’, Invito alla Quadriennale, 1996, la diramazione dell’invito. Courtesy Studio Pietroiusti.
Per tutta la durata dell’operazione si costituì una rete di persone e gruppi interessati ad approfondire questa esperienza attraverso discussioni collettive e tentativi di creare, a partire da ciò, una organizzazione mutuale fra artisti[5]. Per accogliere tutti quelli che volevano partecipare, riuscimmo a farci prestare, per alcuni pomeriggi dei mercoledì di ottobre e novembre, la sala del comitato di quartiere in via dei Serpenti. Vennero artisti da mezza Italia.
Sebbene le informazioni su questa generalizzata possibilità di essere “invitati alla Quadriennale” non soltanto fossero circolate sulla stampa, ma fossero anche scritte in bella vista all’ingresso della sala, la direzione della mostra si rese conto delle finalità dell’operazione soltanto alcune settimane dopo, quando un giornalista di Repubblica lo fece presente alla Presidente, e quando un anonimo collezionista chiese all’“Ufficio vendite” (che era stato abolito negli anni ’70 e ripristinato per l’occasione) di acquistare un lavoro che era esposto nella nostra installazione.
A quel punto fui convocato dalla Direzione per dare spiegazioni, fui accusato di danno all’immagine della Quadriennale, fui minacciato di azioni legali e mi fu detto che la sala sarebbe stata chiusa. Ovviamente nulla di tutto ciò, alla fine, accadde.
Una volta chiusa la mostra (25 novembre 1996) ciascuna delle persone che avevano partecipato ricevette indietro l’oggetto che ci aveva lasciato.
L’iniziativa, insomma, ebbe successo; non tanto perché la generalizzazione dell’invito avesse potuto creare una reale opportunità di legittimazione artistica per le singole opere esposte, cosa che sarebbe stato ingenuo e superficiale pensare. L’operazione era soprattutto una critica ai meccanismi della mostra e le centinaia di adesioni diventarono, di fatto, uno strumento per dare evidenza a tale critica. Più o meno consapevolmente, ciascuna persona partecipante accettò il sacrificio della propria individualità artistica a vantaggio del progetto collettivo[6].
Quel che mi pare evidente è che l’istituzione non fu in grado di confermare e sostenere le premesse paradossali da cui partiva e secondo le quali la Quadriennale è una mostra che riconosce gli artisti italiani e che quindi ha il suo senso proprio e soltanto in una selezione (sei mesi di lavoro della commissione per decidere chi è dentro e chi è fuori). Come dire che, una volta stilata la lista degli invitati, la faccenda, culturalmente, era chiusa e la mostra, sostanzialmente, inutile.
Infine, fu chiaro che ogni intervento censorio avrebbe avuto l’effetto non di annullare bensì di amplificare la portata critica, e forse anche quella mediatica, dell’operazione, rovesciando il paradosso di una scelta senza contenuto, contro l’istituzione.
Note
[1] Il Centro studi e spazio sperimentale sui problemi dell’arte Jartrakor è stato fondato nel 1977 da Sergio Lombardo (che mise per questo a disposizione il suo atelier nel centro di Roma), Anna Homberg e il sottoscritto e ha funzionato per molti anni come luogo di ricerca teorica, laboratorio di sperimentazione e spazio espositivo. Nel 1979, i tre fondatori, insieme a Domenico Nardone, hanno dato vita alla “Rivista di Psicologia dell’Arte”.
[2] Il ‘Gruppo di Piombino’ è stato un collettivo artistico attivo dal 1984 al 1992. Ne facevano parte il teorico Domenico Nardone e gli artisti Salvatore Falci, Stefano Fontana e Pino Modica nonché, dal 1987, l’autore di questo testo. Quella del ‘Gruppo di Piombino’ è considerata un’esperienza che ha precorso molte delle ricerche della cosiddetta Arte relazionale e delle pratiche artistiche partecipative che si sono affermate internazionalmente negli anni Novanta.
[3] Sensibili alle Foglie è una casa editrice e laboratorio di ricerca sociale fondata a Roma nel 1990; oltre a pubblicare libri (fra l’altro, sull’esperienza armata che ha attraversato l’Italia negli anni ’70 del Novecento), raccoglie – sotto il nome di Archivio di arte ir-ritata – e valorizza opere di persone che hanno vissuto esperienze di reclusione in carcere o in manicomio.
[4] ‘Giochi del Senso e/o Nonsenso’ è un collettivo di una quindicina di artisti fondato nel 1993 e che ha proposto in particolare azioni urbane anonime e para-legali, fra cui il progetto Disordinazioni (1994-1996).
[5] Molti degli artisti coinvolti, come organizzatori, sostenitori o partecipanti, a Invito alla Quadriennale diedero vita ai Progetti Oreste. Questi, cominciati nel 1997 con una residenza promossa dagli ex-galleristi Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier, nel comune di Paliano (Roma), sono proseguiti con numerose iniziative che hanno coinvolto centinaia di artisti e curatori, specie italiani, e sono culminati nell’invito, da parte di Harald Szeemann, alla mostra dAPERTutto, Biennale di Venezia 1999.
[6] Invito alla Quadriennale fu indubbiamente un lavoro complesso che, tanto a livello ideativo quanto pratico, coinvolse tutto il gruppo dei ‘Giochi’. Però, da parte del “sistema dell’arte”, fu messo in atto un riconoscimento autoriale individuale: per semplificare, ma forse anche per ridurne la portata, l’operazione venne letta, per lo più, come una mia opera. Anche a causa di queste dinamiche, il gruppo dei ‘Giochi del Senso e/o Nonsenso’, finita la Quadriennale, a larghissima maggioranza e contro il mio parere, si sciolse.
English abstract
This text presents Cesare Pietroiusti’s firsthand account of an artistic incursion carried out during the 1996 Rome Quadriennale. Coordinated and facilitated by the art collective ‘Giochi del Senso e/o Nonsenso’, the project served as a critical intervention against the logic of curatorial authority and artistic recognition. By indefinitely broadening the exhibition’s official invitation to hundreds of uninvited contributors, the collective exposed the paradox of an institutional system that grounds artistic value in exclusion. Ultimately, attempts at containment by the exhibition’s management failed, since any act of censorship would have merely amplified the work’s critical impact.
keywords | Quadriennale di Rome; Invitation; Inclusion/exclusion; Participation; Collective art.
Per citare questo articolo / To cite this article: Cesare Pietroiusti, I ‘Giochi del Senso e/o Nonsenso’ e l’Invito alla Quadriennale del 1996. Il racconto di una incursione, “La Rivista di Engramma” n. 232, marzo 2026.
Per citare questo articolo / To cite this article: Cesare Pietroiusti, I “Giochi del Senso e/o Nonsenso” e l’Invito alla Quadriennale del 1996. Il racconto di una incursione, “La Rivista di Engramma” n. 232, marzo 2026, pp. xx-yy | PDF