"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

232 | marzo 2026

97888948401

Genocidio: un disturbo della parola. Buona e malafede di una profanazione

Postilla a Engramma 230 Γάζα διηρπασμένη. Storia naturale della distruzione

Maurizio Harari

English abstract

 Charles de Prevot (1670–1737), Mord Rytualny, olio su tela, XVIII sec., Sandomierz (Polonia), cattedrale.

Tra le profanazioni di cui si discorre in questo numero di Engramma, voglio aggiungerne una di ambito lessicale che, quando negli ultimi tempi mi accade di udirla pronunciata o di leggerla scritta, produce il penoso effetto di provocarmi una specie di disturbo argomentativo, fatto insieme di volontà e d’impotenza a replicare, come il sasso fuori posto o la buca improvvisa disturbano il passo di chi stia passeggiando sovrappensiero. Un disturbo della parola, dunque: e la parola, per farla breve, è ‘genocidio’, che di questi tempi si usa associare ad altre, per me non meno disturbanti (come ‘sionismo’, per esempio), che valgono in sostanza a rigettare l’orribile accusa sul popolo medesimo, per il quale la parola bruciante venne inizialmente coniata. Poiché il termine, come si sa, fu introdotto dal giurista polacco Raphael Lemkin in un suo saggio del 1944, per essere poco dopo adottato dai magistrati del processo di Norimberga, nel 1945/1946, a designare la specificità, per più aspetti incomparabile, dei massacri perpetrati dai Nazionalsocialisti tedeschi a danno degli Ebrei e di altri gruppi etnici e sociali, percepiti come parassitari e pericolosi. Pronunciare di nuovo questa parola ed estenderla oggi a un altro massacro, quello dei civili di Gaza, imputato alla responsabilità dello stato degli Ebrei non più diasporici, Israele, ha dunque il retrogusto acido che è proprio di tutte le profanazioni, compiaciute e insieme almeno un poco inorridite dell’oltraggio arrecato a un oggetto giudicato a lungo inviolabile.

Se ora mi interrogo sulla natura semantica di questo mio disturbo della parola, la prima risposta che mi capita di trovare attiene all’impiego di un termine che non indica genericamente l’eccidio di numerose vittime, ma – senza bisogno di scomodare sottili distinguo giuridici – implica, quali suoi connotati, l’intenzione pienamente consapevole e la programmazione razionale e in qualche modo ‘tecnica’ del completo annichilimento di una comunità umana ritenuta dannosa; e il fatto che il turpe progetto non si attui necessariamente nel contesto di una guerra dichiarata, ma possa prescinderne del tutto (colpendo a esempio propri connazionali) o svilupparsi autonomamente o comunque parallelamente al confronto militare. Sono due aspetti su cui ha spesso portato l’attenzione Liliana Segre, in suoi interventi fortemente critici nei confronti di questo mal uso lessicale.

Di fatto, negli sciagurati eventi di Gaza, originati – non dev’essere mai dimenticato – dal sadico pogrom del 7 ottobre 2023 e dalla cinica autodifesa dei responsabili, i terroristi di Hamas, attraverso lo scudo umano della popolazione civile da loro soggiogata, non è dato riconoscere la pianificazione intenzionale di una pulizia etnica; e la risposta, certo violentissima, di Israele vi ha avuto le caratteristiche di un’azione militare, promossa da una quanto si voglia esecrabile leadership governativa, scaturita peraltro dalle libere elezioni di un paese democratico e impegnata a ripristinare la sicurezza dei suoi cittadini.

Un modo più onesto di esprimere indignazione e condanna per eccessi umanamente inaccettabili dell’azione militare israeliana, li dovrà descrivere piuttosto come ‘crimini di guerra’, e direi alla lettera, cioè nel senso di azioni criminose – l’assassinio di civili inermi – occorse nel teatro di una guerra e, in quanto tali, da ricondurre, prima di tutto, a responsabilità individuali.

Kαὶ σὺ δέ, παιδίον, προφήτης Ὑψίστου κληθήσῃ, προπορεύσῃ γὰρ ἐνώπιον Κυρίου ἑτοιμάσαι ὁδοὺς αὐτοῦ: “E tu, bambino, profeta dell’Altissimo sarai detto, poiché andrai avanti facendo strada al Signore, a preparare le sue vie” (Lc I, 76). Chi non resta incantato di fronte all’incanto di Zaccaria? Perché davvero ogni bambino è profeta dell’Altissimo, e spegnerne la voce chiude la strada al Signore. Questo pensiero ho custodito in cuore ogniqualvolta mi abbia raggiunto notizia dell’ennesima vittima innocente; e sempre ripensando, insieme, anche al piccolo curdo spiaggiato come un aborto di delfino sul bagnasciuga di Alicarnasso, o alla misera Naama, fatta nascere a Beersheba già mortalmente ferita… Quanti profeti zittiti, quanti sentieri inesorabilmente chiusi. L’orrore è grande, e il mio sentire è di chi ne sia scandalizzato: da adulto scandalizzato, con rovesciamento del rimprovero evangelico, per il dolore dei piccoli, per il dolore degli inermi, di quelli che proprio non c’entrano, ma primi fra tutti son risucchiati nel gorgo feroce della violenza.

Scandalo, appunto. Non però la vergogna evocata da Carlo Ginzburg, ebreo ancora diasporico – come si definisce – in una nobile e ben argomentata orazione in difesa di Israele e delle sue università. Per Ginzburg, esiste infatti un “vincolo della vergogna” (“the bond of shame”) che svelerebbe la più autentica e profonda identità di appartenenza: quello per cui “the country one belongs to is not, as the usual rhetoric goes, the one you love but the one you are ashamed of”, e per cui “shame can be a stronger bond than love”.

Da mezzo ebreo sefardita che, per qualche luminosa stravaganza d’intersezioni biografiche, proprio da quei luoghi insanguinati d’Oriente proviene, e sempre in tema d’idiosincrasie lessicali, voglio sostituire con ‘scandalo’ la parola ‘vergogna’. Non ha ragione di vergogna un cittadino italiano, che pur si professi amico di Israele, per l’orribile violenza della risposta militare di quel Paese, esposto ad aggressione proditoria; non ha ragione di vergogna un cittadino italiano di errori e colpe o addirittura crimini, di cui portano responsabilità i vertici politico-militari di un altro Paese. La nozione di vergogna reca con sé, anche se non intenzionalmente, il sentimento di una specie di complicità, che finisce per accreditare certe false equazioni, che van di moda e su cui ritorneremo, prima fra tutte quella che riconosce in ogni Ebreo – di quelli ‘cattivi’, beninteso, e irrecuperabili – un famigerato ‘sionista’. In tema di parole, scelgo perciò la parola ‘scandalo’ (σκάνδαλον): nell’accezione della koiné, ‘inciampo’ e ‘trappola’ e vincolo, per me, di una coscienza ingabbiata dal disgusto della violenza e dal suo radicale rifiuto.

Mi si permetta un’ulteriore riflessione lessicale, riguardante questa volta l’aggettivo ‘culturale’, che con una certa regolarità viene apposto a ‘genocidio’ nel numero natalizio di Engramma che porta nel titolo “Storia naturale della distruzione”. Quel ‘culturale’, appena annacquando il molto sangue sparso, conviene, s’intende, al livello alto e non patentemente ideologico che deve avere la discussione nella sede di una rivista seria e non conformistica. Ma poi ci si chiede che cosa sia esattamente un genocidio culturale: nell’ottica particolare di un archeologo (come lo scrivente), forse radere al suolo i monumenti di Palmyra? E demolire i Buddha di Bamiyan? Eppure l’onestissimo rendiconto di Valentina Porcheddu (Tra i resti del passato e le macerie del presente) non racconta, per la verità, nulla di precisamente comparabile e, se mai, ci ricorda come uno degli scavi più importanti della regione di Gaza (a Dayr el-Balah, in un insediamento del XIII secolo a.C.) sia stato condotto proprio durante l’occupazione israeliana conseguente alla guerra dei Sei Giorni (1967); e come la salvezza di numerosi reperti archeologici locali si debba alla passione collezionistica di un privato, Jawdat Khoudary, e all’appoggio del Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra, riabilitando, una volta tanto, la cattiva nomèa del mercato antiquario svizzero. Non è facile districarsi in un quadro così complesso, che fa resistenza a ogni semplificazione.

Ma vorrei ritornare all’accezione più usuale, giornalistica, del termine ‘genocidio’ e al sentore di profanazione che l’accompagna. È come se quella parola, oltre il suono (anche scritto) di chi la utilizza, vibrasse di alcune armoniche un po’ stridule, di un falsetto malcelato di benpensante: quello delle equazioni e deduzioni che ne discendono, a cascata. Proviamo a scorporarle, quasi fossero unità stratigrafiche da distinguere in un suolo fangoso. La prima: l’esercito di Israele è colpevole di genocidio, perbacco, proprio come lo furono i Nazisti, ma che differenza c’è? La seconda: sta bene, gli ordini criminali li ha dati quel personaggio riprovevole che è Netanyahu, ma Netanyahu infine è il primo ministro del governo d’Israele, perciò sono genocidi tutti i cittadini di Israele. La terza: se i cittadini di Israele sono tutti genocidi, allora il sionismo che ha prodotto lo stato di Israele è genocida. La quarta: se il sionismo è genocida, tutti i sionisti (anche fuori d’Israele) sono genocidi. La quinta: poiché gli Ebrei diasporici sono amici di Israele e perciò sionisti, anche gli Ebrei diasporici sono tutti genocidi. A fronte di questa logica demenziale, sono sicuro che altre ripugnanti armoniche malcelate sarebbero riconosciute da un buon foniatra della parola.

È altresì evidente che dal campionario fin qui elencato resterebbero fuori gli Ebrei cosiddetti ‘buoni’, cioè quella illuminata minoranza che nella parola ‘genocidio’ non avverte profanazione alcuna e tiene a dissociarsi da ogni sospetto di ‘sionismo’. Ora, chi scrive condivide un grande rispetto per tali prese di posizione che, all’interno del mondo ebraico, possono scaturire da una sofferta rivisitazione di sé e delle proprie esperienze di vita e di cultura; ma intende mantenerle ben distinte dal moralismo quasi sempre pretestuoso e comunque ambiguo di quegli interlocutori non ebrei che, più o meno esplicitamente, vanno alimentando i falsi sillogismi di cui sopra – sino alla recente evocazione, davvero sinistra (e solo apparentemente metaforica) di un experimentum crucis condotto da Israele sul corpo martoriato di Gaza.

Giunto alla fine di questa sorta d’inutile arringa, è tuttavia giusto che mi chieda perché mai l’abbia scritta al di là delle ragioni emerse nell’interlocuzione, aperta e libera, che si è sviluppata a ridosso della pubblicazione del numero 230 su Gaza con la direzione e la redazione di Engramma. Forse perché, a motivo di personalissime ragioni biografiche, mi trovo a tenere il piede in due scarpe, ma non nell’accezione del doppiogiochista, casomai in quella del doppio outsider: outsider fra i Gentili, perché nato ebreo e circonciso; e outsider fra gli Ebrei, perché di lì a poco battezzato. Ma questa probabilmente sarebbe stata la buona ragione di non scrivere proprio nulla. Eppure quella sensazione di disturbo, di cui dicevo all’inizio, quelle buchette strane che troppo spesso m’interrompono il cammino, e la lettura, certo, di Engramma 230, con alcune sue intelligenti provocazioni d’immagini e di parole, sono coincidenze che mi hanno chiamato e quasi costretto a far conoscere il mio pensiero. Ma mi è sembrato, anche, di onorare un vecchio debito, che mi tiravo dietro senza vera consapevolezza; e proverò a spiegarlo con un aneddoto.

Ci fu una volta, almeno trent’anni fa, che – sulla strada dell’oasi di Siwa, verso l’oracolo di Amon (o fu al ritorno, in vista di Alessandria, non ricordo) – un prete romagnolo dall’aria ribalda, un nodo di capelli indomabile nel centro della fronte, mi disse d’improvviso, durante un’innocua conversazione di viaggiatori: “Ma lei lo ha capito, infine, quale segno straordinario le abbia manifestato il Signore, dandole per padre un Ebreo?” No, a quel tempo io non l’avevo capito; ora sì, per quella parte che mi è dato capire, nel giorno di oggi e in quelli che verranno.

Nota della redazione

Questo contributo è stato proposto dall’autore, membro dell’International Advisory Board di Engramma, come intervento critico in dialogo con l’impostazione e i contenuti di Engramma 230, Natale 2025, intitolato “Γάζα διηρπασμένη. Storia naturale della distruzione”.

English abstract

Some quite personal, almost autobiographical notes on the profanatory perception of the word ‘genocide’ in the narrative of the tragic events at Gaza.

keywords | Gaza; Genocide; Hamas; Benjamin Netanyahu; Carlo Ginzburg; Liliana Segre.

Per citare questo articolo / To cite this article: Maurizio Harari, Genocidio: un disturbo della parola. Buona e malafede di una profanazione. Postilla a Engramma 230 Γάζα διηρπασμένη. Storia naturale della distruzione, “La Rivista di Engramma” n. 232, marzo 2026.