"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

235 | maggio 2026

97888948401

Un oggetto instabile: il cinema sperimentale italiano e la sua storiografia

Presentazione di Italian Experimental Cinema and Moving-Image Art. New Paths, New Perspectives, Palgrave Macmillan, Cham 2025

Rossella Catanese

English abstract

Rossella Catanese, Jennifer Malvezzi, Italian Experimental Cinema and Moving-Image Art. New Paths, New Perspectives, Cham 2025.

Come è emerso dalle analisi più recenti, le storiografie del cinema italiano hanno spesso ridotto la complessità del cinema sperimentale, riconducendolo a una componente marginale o deviante rispetto a un paradigma dominante centrato sul Neorealismo, sul cinema d’autore e sulla continuità formale. Se la produzione cinematografica italiana è riconosciuta come parte importante del milieu culturale nazionale (Sorlin 1996, 1), il cinema è stato spesso percepito come parte integrante dell’identità nazionale italiana, così come in dibattiti più ampi su memoria, iconologia e sistemi ideologici (Parigi, Uva, Zagarrio 2019, 9). Ma rispetto al successo internazionale e alla popolarità della produzione cinematografica italiana neorealista o autorialista, il cinema sperimentale non è stato molto conosciuto, nonostante gli sforzi di vari studiosi sia in Italia (Bertetto 1970; Miccichè 1975; Aprà 1976; Rondolino 1977; Brunetta 1982), che all’estero (Dixon & Foster 2002; Elder 2018; Hagener 2014; Lippit 2018; Le Grice 2001; Leighton 2008; Rees 1999; Shaw & Weibel 2003; Uroskie 2014; Willoughby 2009; Windhausen 2022).

Il volume Italian Experimental Cinema and Moving-Image Art. New Paths, New Perspectives, che ho curato insieme alla studiosa Jennifer Malvezzi, si inserisce in questo campo di tensioni storiografiche con l’ambizione di offrire al pubblico internazionale una delle prime indagini sistematiche in lingua inglese su un secolo di produzione alternativa italiana. L’opera, pubblicata nella collana Experimental Film and Artists’ Moving Image di Palgrave Macmillan, a cura di Kim Knowles e Jonathan Walley, raccoglie trentasette saggi, suddivisi in sezioni tematiche, a cui si aggiunge una sezione dedicata a dei case studies di personalità chiave e affondi monografici specifici. Il volume intende quindi restituire visibilità a un fenomeno complesso e trasversale, che attraversa il Futurismo, il cinema scientifico, le sperimentazioni dei Cineguf in epoca fascista, l’underground degli anni Sessanta e Settanta, l’Expanded Cinema, la videoarte, la computer art, le pratiche contemporanee fra digitale e ritorno all’analogico. La stessa definizione di ‘cinema sperimentale’ in Italia è stata spesso oggetto di accesi dibattiti, sia da parte di artisti che di critici, tra gli anni Trenta e Quaranta (Paolella 1937; Chiattone et al. 1942; Mariani 2017) e negli anni Settanta (Bacigalupo 1974).

La diversità di questo cinema sperimentale, con la sua enfasi intensiva sulla manipolazione di immagine e suono e l’esplorazione di specifici paradigmi concettuali, resiste a un singolo quadro teorico-metodologico di riferimento, ma tende a rispondere a una vocazione esplicita per l’espressività e l’autorappresentazione. Nel complesso, gli studiosi riconoscono il cinema sperimentale italiano come privilegiato nel possedere una certa libertà di espressione artistica (Di Marino, Meneguzzo, La Porta 2012; Saba, Valentini 2022). Introducendo “nuovi percorsi”, come suggerisce il sottotitolo di questa curatela, si mira ad ampliare la comprensione del lettore sulle specificità culturali e socio-antropologiche del contesto italiano.

Per un’archeologia dello sguardo sperimentale

La struttura del volume è cronologica e insieme tematica. La prima parte, Towards an Italian Experimental Cinema: Pioneers, Early Theory and the Science of the Experimental, si concentra sulle origini. Michael Syrimis rilegge il rapporto tra Futurismo e cinema non tanto in termini di produzione filmica (limitata a Vita futurista e Velocità), quanto di “conceptual associations” (14) tra le due pratiche, mostrando come il manifesto marinettiano del 1916 sia un’operazione concettuale avanzata. Maria Ida Bernabei recupera la figura di Roberto Omegna e la tradizione del cinema scientifico italiano, dimostrando come i film di microscopia e slow-motion fossero regolarmente programmati nei cineclub d’avanguardia europei. Andrea Mariani affronta il nodo controverso del ‘cinema sperimentale’ durante il fascismo, mostrando come i Cineguf (i cineclub dei Gruppi Universitari Fascisti) abbiano teorizzato una nozione di “sperimentale” (Paolella 1937, 48), in opposizione al cinema professionale.

La seconda parte, Expanding Cinema Between New Vision and Amateur Practices, esplora il periodo 1960-1980. Federico Pierotti analizza i film industriali Olivetti, mostrando come l’azienda di Ivrea abbia finanziato opere sperimentali (After Effects di Munari e Piccardo) che dialogavano con la cultura visuale giovanile e post-’68. Jennifer Malvezzi firma una ricostruzione della breve ma intensa stagione dell’Expanded Cinema italiano (1967-1981) attraverso le figure di Umberto Bignardi, Luca Patella, Andrea Granchi, Fabio Mauri e il duo Taroni-Cividin, che oscillavano tra “expansion and contraction” (80), anticipando molti temi della videoarte e dell’installazione. Alessandro Cecchi e Maria Teresa Soldani chiudono la sezione con una mappatura delle pratiche musicali nell’underground, evidenziando il ruolo di compositori come Luciano Berio, Vittorio Gelmetti e del gruppo Musica Elettronica Viva.

La terza parte, The Network is the Medium: Television, Video and Pioneers of the Digital Age, segna il passaggio all’elettronico. Francesco Spampinato ricostruisce i rapporti tra arte e televisione, dal manifesto spazialista di Lucio Fontana (1952) alle operazioni di guerrilla television degli anni Settanta, fino al Blob di Enrico Ghezzi e Marco Giusti. Laura Leuzzi lavora sulla videoarte degli anni Settanta e Ottanta, recuperando esperienze fondative come art/tapes/22 (Firenze), il Centro Video Arte di Ferrara, la Videoteca Giaccari, mentre Paola Lagonigro si concentra sulla computer art e i lavori di Adriano Abbado, Correnti Magnetiche e Giovanotti Mondani Meccanici. Flavia Dalila D’Amico analizza la relazione tra performance teatrale e controcultura politica con un focus su Tam Teatromusica e Giacomo Verde.

La quarta parte, Thinking Outside the Box: The Political Places of Media, sposta l’attenzione sulle ecologie radicali degli anni Novanta. Diego Cavallotti ricostruisce l’esperienza del centro sociale Isola Nel Kantiere a Bologna e del progetto di Pratello TV, mostrando come le videocamere siano state utilizzate come strumenti di controinformazione e di costruzione di comunità. Vincenzo Estremo e Francesco Federici riflettono sulla marginalità del cinema d’artista italiano nel contesto internazionale, mettendo in luce la mancata integrazione nei circuiti delle grandi biennali e la parallela fioritura di spazi indipendenti come Netmage. Paolo Simoni e Mirco Santi (Home Movies) affrontano il tema della sopravvivenza del cinema analogico attraverso l’analisi di tre casi di restauro di film sperimentali, mentre chi scrive ha esplorato la mappatura dei laboratori artigianali italiani (UnzaLab, Làbbash, ArkFilmLab) e degli artisti (Federica Foglia, Miriam Goi) che oggi mantengono viva la pratica della pellicola.

L’ultima parte, Focus on Personalities, costituisce una ricca galleria di diversi ritratti monografici, che spaziano da Corrado D’Errico (saggio di Denis Lotti e Antea Tramontano) a Francesco Pasinetti (di Carlotta Guido e Valentina Valente), da Carlo Ludovico Ragghianti (di Marie Rebecchi) a Bruno Munari (di Matilde Nardelli), da Carmelo Bene (di Adrian Martin) ad Alberto Grifi (di Clizia Centorrino e JoyceLainé), fino ad artisti contemporanei come Rosa Barba (di Hyunjoo Cho e Adeena Mey), Paolo Cirio (di Carolina Fernández-Castrillo), Marcantonio Lunardi (di Pasquale Fameli) e il collettivo Karmachina (di Laura Cesaro), solo per citarne alcuni. Questa sezione, sebbene eterogenea, restituisce la ricchezza di un panorama che ha spesso operato al di fuori delle istituzioni, nei cineclub, nelle gallerie o nei centri sociali. Molte di queste personalità sono state sistematicamente marginalizzate nelle storiografie canoniche del cinema italiano; il libro cerca pertanto di reinscriverle in una genealogia non subordinata al paradigma del ‘movimento’ o della ‘scuola’, bensì articolata per costellazioni, prossimità, scarti, come campo di variazioni epistemiche sulle forme della visibilità.

Questioni teoriche e metodologiche: media archaeology, expanded cinema, paracinema

Diversi saggi dialogano esplicitamente con i concetti di “media archaeology” (Huhtamo e Parikka 2011), “expanded cinema” (Youngblood 1970; Walley 2020), “post-medium condition” (Krauss 1999) e “recycled cinema” (Wees 1993; Bertozzi 2013). In particolare, i contributi di Simoni e Santi e di Cavallotti si interrogano sul destino materiale dei media analogici nell’era digitale, in una tensione deliberatamente contro-culturale.

Analogamente, il saggio di Miriam De Rosa su Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian mette in luce l’importanza della “analytical camera” (336) come macchina pensante in grado di decostruire le immagini coloniali e fasciste attraverso il rallentamento e la ripetizione. Il concetto di “paracinema”, ripreso da Jonathan Walley e discusso nel saggio di Cho e Mey su Rosa Barba, attraversa trasversalmente il volume, considerando il cinema come sistema di relazioni evocato attraverso materiali eterogenei, dalla stampa all’installazione, dal libro d’artista alla performance.

Il volume si colloca idealmente in continuità con le ricostruzioni storiografiche che, a partire dagli anni Settanta, hanno tentato di fare i conti con l’eredità del cinema sperimentale e indipendente italiano, nella difficoltà di integrarlo nell’ambito delle convenzioni interpretative e nei paradigmi canonici di storicizzazione del cinema italiano. Questo volume non risolve tale tensione, ma cerca di renderla produttiva, pur presentando alcune lacune, come le assenze di alcuni nomi prestigiosi, o come la scelta di privilegiare la figura dell’autore (nella sezione finale) a scapito di una più organica storia delle istituzioni, dei festival e delle reti distributive. Tuttavia, come notano Estremo e Federici, proprio l’assenza di un sistema istituzionale codificato in Italia ha spesso costretto gli artisti a operare ai margini, in una condizione che il libro si propone di valorizzare come marginalità attiva, piuttosto che subalterna.

Italian Experimental Cinema and Moving-Image Art intende restituire la complessità di un secolo di pratiche alternative, anche attraverso un dialogo con le storiografie internazionali (dal New American Cinema all’Expanded Cinema, dalla videoarte europea all’artivismo); un laboratorio attivo di innovazione, accessibile a un pubblico globale. È anche un viaggio che interroga la storiografia cinematografica costringendola a fare i conti con i propri esclusi, le rimozioni, le zone d’ombra, verso l’apertura di un futuro possibile per la ricerca.

Riferimenti bibliografici
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  • Wees 1993
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  • Willoughby 2009
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  • Windhausen 2022
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  • Youngblood 1970
    G. Youngblood, Experimental Cinema, New York, 1970.
English abstract

This article examines the historiographical marginalization of Italian experimental cinema and discusses the volume Italian Experimental Cinema and Moving-Image Art. New Paths, New Perspectives, edited by Rossella Catanese and Jennifer Malvezzi (Palgrave Macmillan, Cham 2025). The volume offers one of the first comprehensive English-language studies on the subject. Through an overview of the book’s thematic sections, it highlights the plurality of alternative audiovisual practices in Italy, from Futurism to digital media art, emphasizing issues of media archaeology, expanded cinema, and countercultural production.

keywords | Experimental Cinema; Italian Cinema; Expanded Cinema.

Per citare questo articolo / To cite this article: Rossella Catanese, Un oggetto instabile: il cinema sperimentale italiano e la sua storiografia. Presentazione di Italian Experimental Cinema and Moving-Image Art. New Paths, New Perspectives, Palgrave Macmillan, Cham 2025, “La Rivista di Engramma” n. 235, maggio 2026