Ironia e distanza
Recensione a “Architecture and Irony” (numero monografico della rivista “AR – Architecture Research“, University of Ljubljana, 2024)
Christian V.M. Garavello
English abstract

La rivista AR è una pubblicazione accademica, diretta da Paul Robinson, che fa riferimento alla facoltà di Architettura dell’Università di Lubiana ed è concepita come una piattaforma di riflessione sulle relazioni che architettura e società intrattengono. È pubblicata con cadenza annuale e ogni numero, monografico, ragiona su un tema specifico. Nel corso degli anni sono stati pubblicati numeri che indagavano temi come “dialettica e pedagogia”, “forme di resistenza” oppure prendevano come spunto di riflessione un elemento compositivo, che indagato da molteplici prospettive, forniva interpretazioni originali del presente come, per esempio, il caso del volume “linea”.
Il numero uscito nel 2024 è dedicato al rapporto tra architettura e ironia. Fin dall’introduzione Emmanuel Petit, curatore del numero, pone attenzione al rapporto che intercorre tra progetto e idea. In particolare, viene messo in luce come l’ironia non sia afferrabile da un occhio distratto ma deve essere supportata da una conoscenza profonda.
Irony is not just one topic amongst many in architecture. It is a subject which readily aligns architecture with theory, and thus intellectually channels access to our discipline in a particular light. Neither an attribute of architectural form that one can catch by looking at it in a state of distraction, nor a set structure of discourse, nor accessible to casual apperception, irony requires a “learned” understanding and interpretation of the relation and discrepancies between percept and concept.
In questo rapporto, in questa distanza, si innesta l’ironia postmoderna che Petit identifica in uno degli assi del proprio testo e come uno dei momenti più fertili per un’ironia, attenta e precisa, spiegando attraverso tre esempi altrettanti modi mediante i quali l’ironia è stata interiorizzata nel progetto. Il primo è dedicato a Little House in the Clouds di Stanley Tigerman, autore sul quale Petit torna con un saggio pubblicato in questo numero di Engramma, e trattato come esempio di distanziamento dal citazionismo; la House VI di Peter Eisenman come autoreferenzialità e, infine, Rem Koolhaas con le sue riflessioni esposte in Delirious New York. Ma l’introduzione di Petit non si ferma all’analisi di questi casi, si sposta oltre per comprendere in quali ambiti l’ironia possa, oggi, essere uno strumento critico. Il primo è rintracciato nelle teorie postumane dove la complessità nel definire i confini potrebbe aprire spazi interpretativi, il secondo è legato all’antropocene e alla crisi climatica, il terzo, assolutamente necessario, riguarda le agitazioni sociali e politiche di questi anni che aprono scenari per una lettura sociale e politica di architetture e città.
Nel volume non è rintracciabile una definizione univoca dell’ironia ma essa è interpretata dai diversi autori e autrici attraverso diversi scarti concettuali. L’ironia può essere riassunta come una prospettiva che consente di guardare dal di fuori edifici, correnti, fenomeni, media per prendere consapevolmente posizione e articolare, dunque, un discorso critico rispetto al contesto nel quale sono inseriti. L’ironia si fonda su una consapevole e profonda conoscenza di ciò che si sta osservando, indipendentemente dalla sfumatura più o meno marcata che al termine si vuole dare.
In questo senso di particolare interesse è la copertina del volume, realizzata da Sam Jacob, che ci anticipa la linea del volume e lo fa partendo dal rapporto tra uomo, mondo e immagini, che poi verrà esposta, in maniera anche molto differente dai saggi. La copertina problematizza mediante il rapporto tra la geometria nera e il paesaggio, in un primo livello, il rapporto tra uomo e mondo, in questo caso la natura, il contesto nel quale l’uomo vive e agisce, modificandolo e venendone influenzato. A un livello successivo la copertina ci fa riflettere sul come le interazioni tra uomo e mondo siano rappresentate e dunque sempre mediate dalle immagini.
Il contributo di Jacob introduce una questione fondamentale che coinvolge il contesto sociopolitico nel quale viviamo ovvero “In what is unquestionably the era of images it has, ironically, become harder to look at them, more impossible to see. Images are now the conduit of everything”. A tal proposito, le parole di Jacob sono particolarmente efficaci, soprattutto perché l’autore non ritiene che il problema risieda nelle immagini in sé:
And what does it mean to be in the business of making images when they are now just an illustration proffered by a prompt. Just another contested truth brought into the world. The image is not something that is made but rather conjured into existence. Images might not even be there to be seen anymore. Perhaps the total ubiquity of the image coincided with its disappearance.
How, in other words, can we resist this culture of images if we, against the odds, still believe in the image? How can we make space or time or focus that an image needs to exist as a thing in the world? As a site itself rather than an atom in a molecule in a drop in a raging ocean. When we are dragged down or drowned out, or washed away or otherwise… Perhaps our only salvation is irony. That irony’s ability to give us distance and connection simultaneously can offer us the only remaining way to say I love you and really mean it.
Proseguendo nel volume, sulla scia delle riflessioni di Jacob, individuiamo una serie di autori e autrici che si confrontano direttamente con alcuni temi posti in evidenza dall’autore della copertina come, per esempio, il rapporto tra dati e architetture, architettura e costruzione di uno sguardo sempre culturalmente e politicamente orientato.
Kyle Dugdale, nel suo saggio, intitolato Transfer of power: a calendar of classical contraddictions from Trump to Biden analizza il ruolo dell’architettura come dispositivo di costruzione di una narrativa del potere. In questo caso specifico ciò che viene approfondito è il ruolo dell’architettura classica e neoclassica, con i suoi chiari rimandi ai temi di ordine, severità e istituzionalità. L’ironia viene qui intesa come strumento per leggere alcuni eventi che hanno disatteso queste promesse simboliche come le proteste di Capitol Hill.
Nel testo AI: Peter Pan’s Runaway Shadow, Digital Twins and an Intelligently Artificial Architecture of Irony Rhetoric and Form, Ralitza Petit indaga il tema, di grande attualità, del digital twin o altrimenti detto ‘gemello digitale’, sempre più impiegato nella progettazione ma la cui finalità è il controllo e il monitoraggio delle architetture e di chi ne vive gli spazi. In questo frangente l’ironia è lo scarto che si realizza tra le promesse della tecnologia e gli effetti nel mondo reale.
The relationship between building and occupants, object and subject, is designed to achieve extreme precision of coordination by replicating physical reality into a digitally defined “identical model”, a Digital Twin; the impossibility of a precise relationship or an accurate replication becomes clear when occupancy produces ironic incoherencies: to facilitate the link between building and digital twin, the building’s client and main tenant, Deloitte Netherlands, distributed smartphones with a pre-installed Mapiq app to all employees.
Il saggio di Cesira Sissi Roselli, invece, analizza una serie di casi studio pubblicati nella rivista “Ottagono” del 1981 strutturati attorno al tema dell’architettura dell’intrattenimento. Il contributo inizia dal fun palace di Cedric Price, proseguendo con l’Entertainment Center per Leicester Square di Michael Webb, l’Entertainment Tower per Montréal di Peter Cook, il teatro temporaneo di Pietro Derossi per la XIV Triennale di Milano, ai quali l’autrice aggiunge il Bang Bang Club di Ugo La Pietra, il progetto per il Ministry of Sound dello studio OMA e l’installazione di Andreas Angelidakis presso la stazione della metropolitana Brescia Due a Brescia. Le riflessioni dell’autrice possono essere condensate in un’affermazione che affronta direttamente uno dei temi più attuali: il modo in cui l’architettura prende posizione rispetto allo spettacolo pervasivo nel quale siamo immersi quotidianamente.
Irony in architecture is an awareness, a distrust of what until recently had been carried forward with blind faith: in the distance between the subject and the object, it repositions the author in relation to his work and the work in relation to its time. In relation to irony, architecture is called to question its own monumentality, and the architect his own authorship, relaunching a reflection on the meanings with which these terms are charged.
Un fertile confronto sul tema dello scarto tra funzione, forma e significato è operato dai saggi di Lejla Odobašić Novo Architectural Irony and the Sarajevo City Hall A Symbol of Cultural Paradox, e di Nika Grabar Cold War Architectures Global Discourses, Slovenian Practices, and Ideological Fractures e dal testo Catching Flak On the Irony of Fortresses di Anna Neimark e Michael Osman. In questi testi ciò che emerge è l’ironia come spostamento tra la funzione, la forma e soprattutto le ragioni della costruzione degli edifici presi in esame. Che si tratti di architetture istituzionali o militari, ciò con cui l’architettura si deve confrontare è il tempo e la successione degli abitanti e utilizzatori. L’ironia si colloca esattamente in questo solco, nella distanza creata tra il simbolo e il suo significato, l’ideologia che lo ha concepito e l’utilizzo che ne è stato fatto successivamente. L’ironia in questo corpus di testi serve a mostrare il carattere mutevole e mai univocamente dato di un manufatto soprattutto in relazione al proprio contesto storico e alle mutazioni che incessantemente lo attraversano.
Spostando invece l’asse verso la progettazione, il testo Re-enter Pliocene Irony and Sincerity in Speculative Architectural Fiction di George Papamattheakis affronta il tema del rapporto tra progetto e utopia rispetto alle questioni di natura ecologica e climatica prendendo come esempio il progetto di allagare Firenze di Superstudio e Planet city di Liam Young. La conclusione che Papamattheakis suggerisce riflettendo sul “potenziale epistemologico dell’ironia” invita a riflettere sul progetto del futuro come scostamento da vincoli costruiti su logiche capitalistiche.
Irony surfaces as a tool with the capacity to enlarge the horizons of speculation. And it does so by opening up the possibility of epistemological novelty. Playfully against the grain, and as Superstudio would want it, epistemological deconstruction can indeed be creative.
Proseguendo su una linea che connette architettura ed ecologia, le riflessioni sulla fauna urbana esposte nel testo Feral Surfaces A More-Than-Human Perspective on New York’s Wild Side di Ariane Lourie Harrison mettono in discussione il paradigma antropocentrico. Nella sempre più complessa convivenza tra natura e urbanizzazione, l’ironia emerge nello scarto tra l’architettura tradizionalmente intesa e le possibilità di progettare un habitat che accolga e conteggi le specie animali come nell’esempio del progetto realizzato dallo studio dell’autore del testo.
Nel testo Humorous Irony in Guild House and BEST Products Stores How an Architecture of Communication Can Fail to Communicate di Katerina Zacharopoulou emerge invece una lettura che analizza profondamente due architetture iconiche come la Guild House progettata da Robert Venturi, Rauch, Copp e Lippincott e i magazzini Tilt Showroom progettati dallo studio SITE (Sculpture In The Environment). Ciò che emerge è che l’ironia lavora, come è stato detto, su uno scarto che consente un’operazione critica che tuttavia si scontra con un problema evidenziato dall’autrice: “The lack of a universal acceptance of architectural rules and conventions points to an additional problem for critiques of postmodern irony—one that extends beyond its ability to communicate to the extent of its successful communication”. Attraverso un accurato percorso tra testi e riferimenti, l’autrice osserva:
While the architects-ironists leave the possibility of such interpretations open by embracing the instability of irony, their authorial intention recedes into the background. If architectural communication is understood as the transfer of a message from an architect to an audience through a building, then misinterpretation is seen as failure. But if communication becomes the interaction between a building and its audience, interpretation still takes place – meaning is still transmitted.
Nel percorso tracciato dal volume emerge come l’ironia non possa essere ridotta a una unica definizione, un’unica prospettiva per leggere oggetti e immagini, ma sia piuttosto un approccio critico il cui fine è quello di – tornando a Jacob – vedere nonostante continuiamo a guardare. L’ironia apre così uno spazio di distanza critica dal quale rileggere ciò che abbiamo di fronte e tentare, per quanto possibile, di attribuirgli un senso.
English abstract
This issue of “Engramma” reviews the 2024 issue of the University of Lubiana journal “AR” edited by Emmanuel Petit, titled Architecture and Irony. The review identifies irony as a critical operation that reveals the tensions between architecture form and its cultural and political conditions. Moving from postmodern interpretations, the volume frames irony as a mode of thought grounded in the productive distance between concept and architectural shape, as well as between intention and reception, image and reality. Rather than proposing a single definition, the essays collectively argue that irony as a function of critical interpretation, enabling architecture to confront contemporary crises while reopening the possibility of seeing – and understanding – beyond the apparent transparency of images, forms, and narratives.
keywords | AR Journal; Architecture; Irony; Distance.
Per citare questo articolo / To cite this article: Christian Garavello, Ironia e distanza. Recensione a “Architecture and Irony” (numero monografico della rivista “Architecture Research“, University of Ljubljana, 2024), “La Rivista di Engramma” n. 237, luglio 2026.
Per citare questo articolo / To cite this article: Christian Garavello, Ironia e distanza. Recensione a “Architecture and Irony” (numero monografico della rivista “Architecture Research“, University of Ljubljana Faculty of Architecture, 2024), “La Rivista di Engramma” n. 237, luglio 2026, pp. xx–yy | PDF dell’articolo