"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

128 | luglio/agosto 2015

9788898260737

titolo

Figure del mito, secondo James Hillman

Daniela Sacco

Nel Fedro, Socrate, interrotto dal daimon nell’esporre il discorso sull’amore, sente la necessità di ritrattare quanto detto con una palinodia, per essersi macchiato di una colpa: più propriamente, sente di aver peccato nei confronti della mitologia. Il discorso su amore che seguirà avrà quindi una funzione riparatrice, come nel caso di Stesicoro che, con la palinodia per Elena, recupera la vista persa per non aver compreso che l’Elena che giunse alla rocca di Troia non era la vera Elena, ma il suo simulacro, l’eidolon. Il misconoscimento dell’immagine, l’incapacità di discernere tra reale e immaginale, la loro confusione è segno dell’umana cecità ed è evidentemente un elemento cruciale per intendere il mito. 

Il pensatore che nel Novecento ha centrato con maestria il cuore della questione è James Hillman, offrendoci una chiave importante per la comprensione contemporanea del mito. Se il suo lascito, a quattro anni dalla morte, è ancora tutto da maturare, proseguono le pubblicazioni che ne raccolgono gli scritti. Tra le più recenti è da segnalare Mythic Figures (Figure del mito, traduzione di Adriana Bottini, 2014), edita da Adelphi, che ha pubblicato in Italia la maggior parte delle sue opere. Si tratta di una raccolta di scritti già editi, in parte anche in Italia – testi di conferenze, contributi a convegni tenuti in giro per il mondo – che illustrano alcune delle figure della mitologia classica su cui si è concentrato negli anni il filosofo della psyche; perciò il testo si presenta come una carrellata di personaggi mitici: Atena, Dioniso, Marte, Estia, Orfeo, Ermes … 

A partire dalle molteplici sfaccettature che pertengono a ciascuna figura del mito, Hillman conduce una riflessione, tanto capace di scendere in profondità quanto di librarsi in volo, sui modelli di comportamento, nonché universali fantastici, a cui i nomi degli dei antichi rimandano; per cui Marte è la figura attraverso cui osservare il fenomeno della guerra, Afrodite la pornografia, Edipo la psicoanalisi… e così via. Il senso dello scritto si comprende nella considerazione dell’insieme di tutte le figure che, interconnesse le une alle altre, rendono il valore della prospettiva politeista, del guadagno di un pensiero che è sempre plurale, di un significato mai univoco.

Ma la questione centrale, a monte del discorso, è quella ricordata all’inizio: è la natura del mito, nei confronti della quale Socrate nel Fedro ha commesso una colpa ed è chiamato a rimediare. La suggestione del valore del passaggio platonico per la comprensione della natura del mito ci è offerta da Calasso ne La follia che viene dalle Ninfe (2005), dove il peccato è inteso come “il misconoscimento della lingua dei simulacri, di una sapienza che parla per gesti e per immagini – e per intrecci di gesti e immagini”, di cui le ninfe sono veicolo, in quanto mediatrici di Eros e di mitologia.

Tale misconoscimento è, secondo Hillman, la mancanza che ha commesso storicamente la cultura occidentale, e tutta la sua riflessione è da intendere come il tentativo di recuperare un senso del mito che ha la sua origine storica e simbolica nella cultura greca antica – un senso dimenticato in Occidente e che nel Novecento la psicoanalisi, a partire da Sigmund Freud, ha cominciato a reintegrare.

Al mito la psicoanalisi ha avuto il merito di restituire valore gnoseologico in virtù della sua capacità di dare immagini e parole al pathos, le passioni dell’anima che il linguaggio clinico ottocentesco non era in grado di descrivere e comprendere. La psicoanalisi riscopre e riutilizza trame, nomi, volti antichi per dare senso all’esistenza quotidiana dell’uomo contemporaneo. Il mito, nell’uso che ne fa la psicoanalisi, spiega la psicologia individuale e collettiva dell’umanità; e l’operazione inaugurata da Freud ha un valore rivoluzionario, non solo perché restituisce alla narrazione mitica un valore di verità in grado di illuminare il presente storico dell’esistenza, ma anche perché agisce in ambito scientifico positivista reintroducendo la dimensione poetica del mito e della narrazione letteraria, fino a quel momento considerata come ‘fittizio’. La psicoanalisi mette quindi in discussione il confine, che le scienze positive avevano posto per fondare se stesse, tra la dimensione considerata veritiera dell’oggettivo e quella fittizia dell’immaginario. E Hillman, sulle orme di Carl Gustav Jung, anch’egli erede della rivoluzione freudiana, non solo raccoglie l’importante guadagno del suo predecessore – tra tutte l’idea che “gli dei sono diventati malattie” – ma procede oltre nel riconoscimento del valore dell’immaginale, comprendendolo nel suo statuto propriamente psichico.

Gli dei non sono morti, piuttosto la loro cacciata o rimozione a opera della cultura dominante occidentale, forte della fede cristiana e del culto secolare per la ragione, li ha confinati nella dimensione della malattia. Perché non si può negare riconoscimento a una necessità della psyche, quella immaginale e mitopoietica, se non al prezzo della distorsione di questa sua natura e della conseguente trasformazione degli dei in monstra demonici, in fobie da guarire e da espellere in nome di una, pericolosa perché apparentemente neutrale, normalità. Bisogna riconoscere il volto degli antichi dei dietro quello dei mostri, senza però voler ulteriormente tradurre il loro linguaggio in quello della ragione. Non si tratta quindi di smascherare dietro le trame del mito il linguaggio dell’inconscio inteso come una patologica e irrisolta conflittualità sessuale infantile, così come ha fatto Freud che, alla fin fine, ha trattato il mito come una allegoria efficace in grado di tradurre l’immaginale patologico al fine di diagnosticarlo e guarirlo. Il mito di Edipo è tradotto e ridotto nella spiegazione della rivalità sessuale infantile che il figlio prova nei confronti del padre; allo stesso modo, per fare un altro esempio, nella Gradiva di Wilhelm Jensen, il protagonista rinsavisce (ovvero, 'guarisce') quando scopre che quello che credeva un fantasma, una figura ideale, la ninfa incedente, corrisponde a una figura reale, conosciuta nella prima infanzia e nei confronti della quale aveva dovuto rimuovere delle pulsioni erotiche. Perciò la Gradiva per Freud simbolizza la funzione stessa dell’analisi, ossia la traduzione dell’immaginale in reale e la sua conseguente guarigione.

È nel rapporto tra reale e immaginale che si gioca il senso e valore del mito nella cultura occidentale, ed è nella comprensione di questo rapporto che bisogna riconoscere il contributo più originale di Hillman. Comprensione che si chiarifica nello scarto tra letterale e metaforico, dove il letterale, in quanto discorso dell’io razionale e volitivo – l’"ego cogito" cartesiano – ha storicamente avuto un rapporto di preminenza sul metaforico. Reale e immaginale, letterale e metaforico corrispondono a quelle "due forme del pensare": il pensare ‘indirizzato’, logico-razionale, e il pensare fantastico, del sogno, che per primo Jung ha riconosciuto di pari importanza nell’economia psicologica della mente. Se aver dato la stessa importanza alle due forme di pensiero è stato fondamentale per la rivalutazione del pensiero mitico, Hillman compie un passaggio ulteriore, intendendo le due forme del pensare come due necessità della psiche di raccontare due tipi di storie sulla natura delle cose e promuovendo la comprensione storica del loro reciproco rapporto nel pensiero contemporaneo. Per il filosofo americano, che scrive nella seconda metà del XX secolo, la prima e seconda forma del pensare devono scambiarsi i ruoli: se “l’Ottocento tradusse le parole dell’inconscio nel linguaggio della ragione, noi abbiamo l’opportunità di tradurre il linguaggio della ragione nello sfondo archetipico dell’inconscio e delle sue parole, abbiamo l’opportunità di trasformare il concetto in metafora” (Il mito dell’analisi 1972, 170).

Se storicamente la ragione si è macchiata di una sorta di appropriazione indebita che la psicoanalisi, con la scoperta dell’inconscio, ha cominciato a correggere, Hillman considera come la seconda forma del pensare, il metaforico, debba riconsiderare e comprendere la prima, il letterale, mostrando che quest’ultima – nella sua solitudine – è folle, e non viceversa. In questa prospettiva, non è più il pensiero razionale a vigilare sull’inconscio escludendolo come altro da sè, ma viceversa, il mythos osserva e comprende il logos. In questo gioco di ruoli il pensiero metaforico, mitico, risulta così includere sempre la ragione come uno dei suoi modi, contrariamente al pensiero razionale che servendosi del principio di contraddizione esclude in modo univoco l’altro da sé, il pensiero mitico e la sua innata e incoercibile plurivocità.

La seconda forma del pensare, nella consapevolezza che non c’è metafora senza letteralismo (e viceversa), risulta così originaria rispetto alla prima, non nel senso di ‘primitiva’ o cronologicamente precedente, ma nel senso di prioritaria, come linguaggio necessario della psiche, e per questo innegabile, se non al prezzo di produrre malattia.

In questo cambio di prospettiva che Hillman suggerisce, dove il compito della psicoanalisi non è tanto la traduzione della fantasia in realtà, dell’immaginale in letterale (ossia il percorso indicato da Freud), ma l’osservazione del reale attraverso la fantasia, i termini reale, letterale, fantastico, immaginale, storia e mito si tengono in tensione polare, sono inscindibili, ma il loro ruolo nella comprensione dell’uomo e del mondo è rovesciato. L’esito totalmente fantastico, irrazionalistico, o per converso realistico, razionalistico si ha solo quando viene meno la polarità della tensione tra i termini, quando a guidare la comprensione del mondo è solo uno dei due: ovvero quando si ritorna a una prospettiva monoteistica.

Sfondando i confini disciplinari della stessa psicoanalisi, e raccogliendo la visione del mondo dischiusa dal pensiero mitico, Hillman prospetta per le generazioni a venire la capacità di recuperare un pensiero che, per quanto invaso dalle immagini e dal loro uso e abuso, sappia andare oltre la superficialità tutta contemporanea della loro facile fruizione, per ritrovare nel presente la profondità antica del loro significato, e correggere in questo modo la cecità data dal difetto originario del loro misconoscimento.

Riferimenti bibliografici

Calasso, 2005
R. La follia che viene dalle ninfe, Milano 2005. 

Hillman [1972] 1991
J. Hillman, Il mito dell’analisi, Milano 1991.

Hillman 1983
J. Hillman, Intervista su amore, anima e psiche, a c. di M. Beer, Roma-Bari, Laterza, 1983.

Hillman 1987
J. Hillman, Il demoniaco come eredità di Jung, in AA. VV, Presenza ed eredità culturale di C.G. Jung, a c. di L. Zoja, Milano 1987.

Hillman, 1973
J. Hillman, Senex et Puer e il tradimento [1967], Venezia 1973.

Hillman, 2010
J. Hillman, Il suicidio e l'anima [1964], Milano 2010.

Da Figure del Mito sono stati pubblicati ampi stralci del capitolo Guerre, armi. arieti, Marte in "Engramma" n. 127, giugno 2015. Di James Hillman, in questa stessa rivista, vedi anche il testo Elogio di Babele (conferenza Siena 1999), a cura di Donatella Puliga, "Engramma" 104, marzo 2013.

Daniela Sacco ha pubblicato in "Engramma" diversi contributi sul pensiero e le opere di Hillman: Le trame intrecciate di Mnemosyne: Aby Warburg, Carl Gustav Jung, James Hillman (versione inglese: The Braided Weave of Mnemosyne: Aby Warburg, Carl Gustav Jung, James Hillman), "Engramma" 114, marzo 2014; La tempesta del pensiero. Omaggio a James Hillman, "Engramma" 94, novembre 2011; Al di là delle colonne d'Ercole. Hillman erede infedele di Jung, presentazione del suo volume pubblicato da Moretti&Vitali 2013, "Engramma" 104, marzo 2013. Si vedano inoltre le recensioni: James Hillman, Politica della bellezza, a cura di F. Donfrancesco, Moretti & Vitali Editori, Milano 1999, "Engramma" 2, ottobre 2000; Nel tempio di Hestia. Recensione a James Hillman, L'anima dei luoghi. Conversazione con Carlo Truppi, Rizzoli 2004, "Engramma" 36, ottobre 2004; e, con Monica Centanni, Per una fenomelogia politeista della guerra. Recensione a James Hillman, Un terribile amore per la guerra, Adelphi 2005, "Engramma" 45, gennaio 2006.

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