"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

136 | giugno-luglio 2016

9788898260812

titolo

500 anni di cultura ed editoria a Venezia: il Ghetto, Manuzio e altre imprese

Editoriale di Engramma n. 136

a cura di Elisa Bastianello

Bartolomeo Veneto, Donna ebrea con gli attributi di Joele, Milano, collezione privata.

Venezia 2016: anniversari, mostre e "privilegi" sono il filo conduttore di questo numero della rivista che racconta, per frammenti, cinquecento anni di stampa e di cultura nella Serenissima Repubblica.

Nel XVI secolo, secondo la definizione di Francesco Sansovino (Venetia città nobilissima, 1581), Venezia era una "patria frequentata da molte genti d’ogni lingua e paese", ovvero un luogo di “rimescolamenti”. Donatella Calabi nel saggio che apre il catalogo per la mostra "Venezia, gli Ebrei e l'Europa" edito da Marsilio (e che presentiamo qui in anteprima per gentile concessione dell'editore), coglie l’occasione di un compleanno del tutto particolare – l'istituzione, nel 1516, del Ghetto a Venezia – per segnare questa data con uno sguardo volto non solo all’indietro, ma anche al futuro della nostra società: il Ghetto può presentarsi non soltanto (come comunemente si intende) come un dispositivo urbanistico e sociale di isolamento e reclusione, ma anche come una risposta istituzionale alla questione della fertile convivenza tra culture e popoli diversi, da interrogare come modello, sia in positivo sia in negativo, rispetto all'ondata epocale di migrazione di massa che l'Europa sta vivendo.

Prendendo spunto da "Venezia, gli Ebrei e l'Europa. 1516-2016" – in occasione dell'inaugurazione della mostra, avvenuta in questi giorni a Palazzo Ducale – si propongono una serie di interconnessioni: la concezione multiculturale del Ghetto vista mediante le sue architetture, nello specifico nel disegno architettonico delle diverse sinagoghe (nel saggio di Gianmario Guidarelli); il fiorire di attività teatrali teatrali dentro e fuori dal Ghetto, a rendere evidenti le molteplici valenze che il teatro può assumere: espressione artistica ed evasione, ma anche ponte tra persone e culture diverse, e una sfida a meccanismi che altrimenti cercano di separare i popoli l'uno dall'altro (questo il contributo di Erith Jaffe Berg); la figura di una donna protagonista della scena culturale veneziana dell'inizio del Seicento, la "bella Hebrea" Sara Copio Sullam, a dialogo con personaggi di rilievo del panorama intellettuale del tempo (nel saggio di Monica Centanni e Anna Ghiraldini). La stessa Sara è al centro di un sofisticato e divertentissimo "processo in Parnaso" conservato in un manoscritto inedito al Museo Correr (del quale si presentano le prime battute in prima edizione): il principale detrattore della "bella Hebrea" è messo sotto accusa, al cospetto di Apollo e delle Muse, presenti quattro avvocatesse di eccezione – Saffo, Corinna, Vittoria Colonna, Veronica Gambara – e giudice Pietro Aretino (il contributo sul "Codice Giulia Solinga" BMCVe, ms Cicogna 270, è a cura di Anna Ghiraldini).

Sempre a partire dall'anniversario veneziano, in una nota a cura di Monica Centanni e Daniela Sacco, si rintraccia il filo della storia della famiglia Warburg che dal Ghetto di Venezia – dove l'impresa bancaria della famiglia, a Venezia chiamata "Dal Banco", esercitava la sua fiorente attività – si sposta prima a Warburg, in Westphalia, e quindi ad Amburgo, città che diventerà l'epicentro del piccolo impero della famiglia Warburg. I documenti che sanciscono queste relazioni sono stati in parte messi a disposizione dall'Archivio di Stato nel sito Judaica, presentato nel contributo di Claudia Salmini, responsabile del progetto per l'archivio veneziano.

Un altro anniversario – il cinquecentenario della morte di Aldo Manuzio, nel 1515 – ha dato lo spunto e l'occasione per l'importante mostra aperta in questo periodo alle Gallerie dell'Accademia "Aldo Manuzio e il rinascimento di Venezia". Come scrive Cesare De Michelis nel saggio contenuto nel catalogo della mostra (che pubblichiamo per gentile concessione dell'editore Marsilio) l’incontro di Aldo Manuzio con la Serenissima fu un evento clamoroso: senza l’intelligenza inventiva di Aldo l’editoria veneziana non avrebbe mai conquistato con tanta rapidità e autorevolezza il suo primato europeo, ma in nessun altro luogo del mondo il suo progetto sarebbe cresciuto tanto in fretta e avrebbe trovato strade e carovane già pronte per diffondersi ovunque senza ostacoli o resistenze. Manuzio progetta il libro così come lo conosciamo, anche nella versione portatilis – la copia personale che ogni lettore può tenere in mano, in tasca, sfruttando modalità tutte nuove di lettura e di possesso – un "oggetto semplice e complesso" che nasce "compiuto e perfetto" fin dalle origini, e arriva di fatto, fino ai nostri giorni, identico al prototipo cinquecentesco inventato da Aldo (sull'invenzione dei portatiles, a proposito della bella mostra patavina su Pietro Bembo del 2013, vedi già, in "Engramma" n. 106, anche il contributo di Paolo Mastandrea).

Il "privilegio" nasce a Venezia, come prima forma del dispositivo giuridico che è il nostro attuale copyright, e serve per tutelare tanto brevetti 'industriali' quanto il diritto d'autore: in prima fila per ottenere "privilegi" dalla Serenissima è ancora Aldo Manuzio, soprattutto per l'uso dei caratteri greci da lui fatti disegnare e per l'impiego del corsivo (che diventerà internazionalmente l'italics) – "privilegi" richiesti e ottenuti dall'editore, in realtà, a scapito dell'artigiano che materialmente aveva creato le forme dei suoi caratteri tipografici, Francesco Griffo. In questo numero di "Engramma" si presenta la selezione di alcuni importanti "privilegi" che, grazie all'Archivio di Stato di Venezia, possono essere consultati in rete.

Anche Ludovico Ariosto – ricordato in questo periodo in una mostra alla Biblioteca Ariostea di Ferrara che celebra di nuovo un cinquecentenario, quello della prima pubblicazione dell'Orlando Furioso – aveva deciso di tutelare la sua opera che “tratta di cose piacevoli et delectabeli, de arme et de amore”, richiedendo preventivamente il "privilegio" che impedisse ad altri stampatori di ristampare a Venezia a sua insaputa il libro che stava per pubblicare a Ferrara (sulla mostra "1516-2016. Furioso da cinque secoli, ancora Orlando, per sempre Ariosto", pubblichiamo un contributo della curatrice dell'esposizione Mira Bonazza). 

Sei anni dopo, nel 1521 – come riferisce nel suo contributo Elizabeth Rich – sarà un artista ebreo, Moise da Cortellazzo, a chiedere ed ottenere dalla Serenissima il privilegio per tutelare la stampa della sua Bibbia illustrata con didascalie bilingui: a dimostrazione di come la tutela del diritto, pur salvaguardando l'autorialità e l'autorevolezza del poietes, non doveva e non deve avere limitazioni nelle differenze etniche, religiose e culturali, ma anzi può e deve avvalersi della più libera e ampia circolazione delle idee.

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