"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

162 | gennaio/febbraio 2019

9788894840575

titolo

Fortuna Virtutis Comes

Editoriale di Engramma n. 162

Alessandra Pedersoli, Antonella Sbrilli

Boccaccio, De Casibus Virorum Illustrium, Libro VI, MS Hunter 371-372, MSS Hunter 371-372, v.1, f.1r, University of Glasgow.

L’immagine che apre ai contenuti del numero 162 di Engramma è tratta dal De Casibus Virorum Illustrium di Boccaccio nella versione parigina del 1467. Le fabulae sulle vicende, e soprattutto sulle sventure, di uomini famosi, sono introdotte da preziose miniature e, in quella introduttiva al libro IV, si riconosce il poeta mentre stringe un foglio annotato e indica Fortuna che, sontuosamente abbigliata a la franzese, accompagna il giro di una grande ruota che provoca la caduta di re e nobildonne. La tradizionale iconografia di Fortuna come donna che presiede all’avvicendarsi dei casi del destino è qui mostrata secondo la credenza medievale per cui la mala sorte personale era l’inevitabile esito dello svoltare della sua ruota, piuttosto che il risultato di un'azione individuale.

La rivista di Engramma si è occupata varie volte del tema della Fortuna (si vedano Fortuna nel Rinascimento (agosto 2011) e Fortuna e fortunali (agosto 2016) e, riassuntivamente, l’Indice tematico dedicato a Fortuna): prendendo avvio dalle ricerche di Warburg nel Bilderatlas Mnemosyne, si vuole indagare un’altra via: la Fortuna come esito di virtù e volontà operosa, e non unicamente come espressione dell’ineluttabilità del Fato. “Fortuna. Simbolo conflittuale dell’uomo che libera se stesso (il Mercante)”, scriveva Warburg come nota alla Tavola 48. Ecco allora che Fortuna diviene l’accompagnatrice – instabile e temuta, ma ricercata e afferrata – di virtuosi e audaci. Ci piace qui ricordare un celebre passo della Ballata del Mare salato di Hugo Pratt, in cui il suo eroe – Corto Maltese – adotta una soluzione poco ortodossa per ingraziarsi Fortuna, che ricorda l’atto decisivo di Alessandro il Grande sul Nodo di Gordio:

“Quando ero bambino mi accorsi che non avevo la linea della fortuna sulla mano. Così presi il rasoio di mio padre e zac! Me ne feci una come volevo”.

Fortuna Virtutis Comes ‘Fortuna è compagna di Virtù’. Lo spunto per il motto che fa da titolo a questo numero di Engramma viene dall’emblema XVIII di Andrea Alciato Virtuti, Fortuna Comes “Alla Virtù, la Fortuna è compagna”, già discusso da Sara Agnoletto in un saggio del 2012 pubblicato in Engramma, Hermes verso Fortuna. Un percorso interpretativo sul tema della fortuna nel Rinascimento. L’immagine che nell’emblema di Alciato campeggia sotto il motto condensa abilmente Mercurio e Fortuna, caduceo e cornucopie, intrecciate in amichevole sinergia: è l’impresa che adottiamo per questo numero di Engramma, che si presenta all’insegna della filologia e del rinvenimento, della permanenza e della attualizzazione di temi universali e particolari.

In apertura, il saggio sul Discorso dell'essenza del fato di Damiano Acciarino introduce la versione commentata del trattato tardo-cinquecentesco opera dell’erudito fiorentino Baccio Baldini, inserendolo nella complessa fisionomia del contesto in cui fu redatto e nella storia della sua successiva riconsiderazione: una riflessione approfondita sull’essenza del fato fra dimensione naturale e dimensione etica, fra orizzonte fisico e metafisico, fra determinismo e libera volontà.

La lettura della medaglia di Camillo Agrippa (ca. 1585) nel saggio Velis Nolisve. Anfibologia nell’anima e nel corpo di un’impresa di Monica Centanni è l’occasione per ripercorrere non solo le fonti documentarie e la rete di relazioni intellettuali che ruotano intorno alla medaglia, ma anche per imbastire un ragionamento sulla “felice interferenza fra immagine e parola” che, nell’affrontarsi sulla scena dell’intelligenza visiva e cognitiva, paiono ingaggiare un confronto schermistico. E del resto Camillo Agrippa, matematico e ingegnere-architetto, “uomo intrepidamente attivo” del Rinascimento, fu anche teorico e innovatore dell’arte della scherma. 

Silvia Urbini in Fortuna in Laguna. Xilografie, letterati, editori e attori. A proposito dell’Arboro di frutti della Fortunaindaga la rete delle possibili fonti della particolare xilografia, intrecciando l’analisi iconografica, la storia materiale del medium xilografico e l’uso di questo tipo di immagini nel contesto artistico, editoriale e anche teatrale veneziano. Insieme con le altre xilografie citate nel saggio, L’Arboro di frutti della Fortuna è una delle opere catalogate nell’Atlante delle xilografie italiane del Rinascimento, un importante progetto della Fondazione Giorgio Cini, che mira ad allestire una consistente collezione di dati che riguardano le matrici lignee e le stampe su fogli sciolti prodotti in Italia nel XV e XVI secolo.

Completa il numero un bouquet di recensioni di performance, mostre e cataloghi che tengono saldo il filo fra passato e presente e che raccontano della fortunata – a volte fortunosa – tradizione di temi, testi, immagini e artisti, dall’antichità ai giorni nostri.

La nota di Antonella Sbrilli sullaBisca Vascellari, un ambiente che simula una casa di gioco creando situazioni di competizione e azzardo, sotto il segno dell’alea – realizzato dall’artista veneto Nico Vascellari – fa da trait d’union fra i saggi della prima parte e il nucleo di recensioni e presentazioni: in primis quella del progetto di ricerca su Richard Demarco, artista, curatore, collezionista, promotore di mostre e festival, un protagonista degli scambi interculturali europei (con un focus sul nesso con Venezia), come descritto nel saggio di Laura Leuzzi, Il talento e la sorte. La liaison Edimburgo-Venezia dell’Italian Connection di Richard Demarco.

Tra gli scrittori latini più ‘fortunati’ per quanto concerne la tradizione testuale e iconografica è certamente Ovidio. A lui è stata dedicata la mostra da poco conclusa “Ovidio. Amori, miti e altre storie”, presso le scuderie del Quirinale a Roma. La curatrice Francesca Ghedini in La Fortuna bimillenaria del mito di Ovidio. Introduzione al catalogo e ragioni di una mostra, spiega come la stretta connessione tra testo ovidiano e produzione iconografica sia stata fortunata già in antico, mentre il poeta viveva invece il suo personale caso di sfortuna per l’esilio sul Mar Nero, dopo la caduta in disgrazia presso l’imperatore Augusto.

Una fortunata e prolifica relazione – artistica e familiare – è quella occorsa nel Rinascimento tra Andrea Mantegna e Giovanni Bellini. I due artisti veneti, già messi a confronto con i loro dipinti con la Presentazione di Gesù a Tempio dello scorso anno presso la Fondazione Querini Stampalia a Venezia, sono stati protagonisti della grande esposizione “Mantegna – Bellini” già presso la National Gallery di Londra, e ora alla Gemëldegalerie di Berlino. Simona Dolari nel suo contributo – critico – alla mostra propone l’affondo iconologico in alcuni pezzi esemplari e straordinari, riattivando i meccanismi panofskiani di lettura dell’arte rinascimentale, forse ancora poco considerati nella museografia.

Un altro caso di impennate e rovesci di fortuna è rappresentato dalla figura di Zenobia, la bella e colta regina di Palmira che, grazie alle sue virtù che spaziano dalla profonda conoscenza dell’Occidente a impensate doti marziali, riesce a governare un regno da sola, come ricostruisce Lorenzo Braccesi nel suo libro Zenobia, l’ultima regina d’Oriente. L’assedio di Palmira e lo scontro con Roma, qui recensito da Maddalena Bassani. Verrà poi sconfitta e sottomessa, ma riemergerà in età moderna nel catalogo delle donne famose dell’antichità, a tal punto da essere riproposta nelle iconografie di Stefano Della Bella per le carte da gioco di Luigi XIV nel 1644. Oggi, come sappiamo, la sua Palmira vive giorni sfortunati (si veda in Engramma, Omaggio di Venezia a Palmira), ma nei rovesci virtuosi e fatali di Fortuna, confidiamo possa tornare al suo splendore.

Chiude il numero la recensione di Elisa Bastianello alla mostra Printing R-Evolution 1450-1500, in corso presso il Museo Correr di Venezia. Curata da Cristina Dondi, coordinatrice del gruppo di ricerca 15cBOOKTRADE di Oxford, la mostra rende visibile la portata della rivoluzione tipografica cinquecentesca, in termini di diffusione capillare e popolare dei libri a stampa, agli albori della imprenditoria editoriale.

temi di ricerca

indici

colophon

archivio