"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

232 | marzo 2026

97888948401

Geografie latenti

Pratiche di riappropriazione della cartografia digitale

Mariabruna Fabrizi

English abstract

Nel 1998, il filosofo della mente Andy Clark e lo scienziato della cognizione David Chalmers presentarono per la prima volta in un articolo scientifico la loro celebre teoria della mente estesa (extended mind thesis) illustrandola con un esempio molto elementare e altrettanto esplicito: due persone, Otto e Inga, devono raggiungere il MoMa; il primo, è affetto da Alzheimer. Entrambi riescono nel loro intento, ma per farlo Otto ricorre a un taccuino sul quale ha annotato le direzioni per raggiungere il museo, mentre Inga fa affidamento solo sulla propria memoria.

Nell’esempio, il taccuino di Otto corrisponde a tutti gli effetti a una memoria esternalizzata (Clark e Chalmers 1998). La teoria sviluppata da Clark e Chalmers mette in discussione la visione cognitivista classica secondo la quale le funzioni mentali avvengono esclusivamente entro i confini del cervello, collocandosi invece nel più ampio quadro teorico dell’embodiment (cognizione incarnata). La tesi della mente estesa afferma infatti che i processi cognitivi sono strettamente intrecciati con l’ambiente esterno, gli strumenti utilizzati e i media con i quali l’uomo entra in relazione diretta. Secondo questa teoria, allo stesso modo del taccuino di Otto contenente le indicazioni stradali, le mappe possono essere intese come un’estensione della memoria spaziale, dell’orientamento e dei processi cognitivi con cui interpretiamo il mondo. Strumento cruciale nella navigazione della realtà fisica, la cartografia traduce infatti in segni, astratti e convenzionali, la configurazione dei territori urbani e naturali selezionando allo stesso tempo le informazioni da rappresentare. Da un punto di vista cognitivo, le mappe permettono allo stesso tempo di ‘scaricare’ (off-load) o esternalizzare delle informazioni mnemoniche su un documento esterno che possa essere facilmente manipolato (Tversky 2019). L’origine cognitiva della mappa come documento stratificato che sovrappone ai dati fisici le loro interpretazioni, secondo l’antropologo Matteo Meschiari, nasce da una trascrizione delle complesse abilità mentali dei cacciatori-raccoglitori arcaici che leggevano e memorizzavano segni e tracce nel paesaggio, e allo stesso tempo immaginavano e desideravano gli animali da cacciare che quello stesso paesaggio attraversavano (Meschiari 2025). Nel tempo, in Occidente, le mappe sono diventate progressivamente anche strumenti di navigazione, a partire dai peripli greci e dai portolani medioevali.

Durante il Medioevo europeo, le mappe hanno tuttavia mantenuto anche una forte dimensione simbolica e cosmologica, come mostrano le mappae mundi, nelle quali la disposizione dei luoghi rispondeva tanto a esigenze conoscitive quanto a strutture culturali e religiose, riflettendo una rappresentazione dello spazio insieme pratica, intellettuale e teologica. A partire dall’età moderna, con l’espansione delle rotte commerciali, lo sviluppo delle tecniche di misurazione e la crescente centralità della navigazione oceanica, la cartografia ha assunto una funzione più operativa e strumentale. Parallelamente, la sua produzione si è progressivamente allontanata sia dalle sue originarie caratteristiche immaginative sia da una postura di presupposta neutralità nella descrizione del territorio, configurandosi sempre più come uno strumento attraverso cui il potere economico e politico impone, riconosce o nega confini e identità, orienta la lettura di relazioni specifiche e gestisce gli spazi naturali e urbani (Farinelli 2009). Come ricorda sempre Meschiari, in precedenza e in parallelo a uno sviluppo della cartografia con ruolo normativo e politico, in contesti soprattutto non occidentali, si è sviluppata una pratica immaginativa per la quale la mappa diventa universo simbolico e proiezione cosmologica, tracciato di sogni e speranze di un gruppo umano che legge nelle stratificazioni del territorio sistemi evolutivi che si intrecciano con i propri.

Da un punto di vista tecnico, nel corso dei secoli, il livello di dettaglio e di accuratezza delle mappe è progressivamente aumentato. Sono stati introdotti sistemi scalari, i simboli si sono trasformati in convenzioni standardizzate e sono state stabilite norme di rappresentazione codificate. Tuttavia, questa evoluzione non ha impedito alle mappe di andare oltre la loro funzione pratica: in una loro progressione parallela, esse si sono in molti casi trasformate in supporti per ricerche visive oppure in vere e proprie opere d’arte, con esempi celebri quali le mappe di Alighiero Boetti e Marcel Broodthaers. In tempi più recenti, applicazioni come Google Maps, usate quotidianamente da circa un miliardo di persone, hanno trasformato la cartografia in un’interfaccia ordinaria di accesso a informazioni spazializzate. La loro interattività, espandibilità, possibilità di condensare scale diverse e l’immediatezza delle ricerche le rendono in grado di potenziare le facoltà mentali degli utilizzatori in maniera più radicale rispetto alla cartografia analogica.

La caratteristica dell’interattività, in particolare, ha fornito alle mappe digitali e ai navigatori satellitari un ulteriore completamento del loro ruolo di estensione cognitiva grazie all’abilità di incrementare in maniera sostanziale la capacità di orientamento umana nello spazio a tutte le scale. Allo stesso tempo, come ci ricorda il filosofo Pietro Montani, a questo potenziamento corrisponde una forma di limitazione; infatti, anche le mappe come tutti i media digitali si esprimono “in comportamenti ripetitivi e autoreferenziali istruiti grazie a strategie pervasive di controllo e orientamento dell’azione” (Montani 2025, 123). La questione risulta particolarmente evidente nel caso della cartografia digitale, caratterizzata da numerosi bias cognitivi, precisi orientamenti geopolitici e da logiche di monetizzazione legate a informazioni sponsorizzate, che orientano l’utente verso scelte precostituite e ne riducono perciò l’autonomia esplorativa. Inoltre, un’applicazione come Google Maps rientra nella logica produttiva del cosiddetto “capitalismo delle piattaforme”, poiché i dati raccolti dai comportamenti dei suoi utenti vengono utilizzati sia per sviluppare, migliorare e arricchire l’applicazione stessa, sia per prevedere e influenzare i comportamenti futuri degli stessi utenti (Zuboff 2019). In questo senso, letta attraverso la prospettiva del regista e teorico dell’immagine Harun Farocki, la mappa, compresa quella digitale, può essere considerata come un’“immagine operativa” (operative Bilder): un’immagine che non serve in primo luogo a rappresentare il mondo, ma a operare su di esso. Farocki utilizza infatti questa nozione per descrivere immagini prodotte come strumenti di azione, impiegate ad esempio in ambiti militari, industriali, logistici o di sorveglianza. Le mappe digitali in particolare, come i sistemi GIS, le mappe catastali, le mappe di rischio o le mappe predittive, o anche, come visto prima, le mappe generalistiche come Google Maps, rientrano pienamente in questa categoria, poiché non si limitano a descrivere lo spazio geografico, ma contribuiscono attivamente a organizzarlo, gestirlo e governarlo (Farocki 2004). Secondo l’approccio del filosofo e teorico dei media Vilém Flusser, inoltre, ogni dispositivo tecnologico ha regole intrinseche condizionanti che rispondono a un progetto tecnico-politico e l’unico modo per sottrarsi a tali vincoli e mantenere dei margini di libertà è quello di distorcere il programma agendo contro il dispositivo stesso (Flusser 1983, come citato in Pinotti e Somaini 2016).

Con una volontà intrinseca di mettere in discussione il potere di condizionamento delle mappe, a partire dagli anni Settanta si è diffusa la produzione di controcartografie, dei lavori che sono stati definiti come “qualsiasi iniziativa che metta radicalmente in discussione i presupposti o i bias delle convenzioni cartografiche, che contesti gli effetti di potere predominanti della mappatura, oppure che pratichi la cartografia in modi capaci di sovvertire i rapporti di potere” (Harris and Hazen 2005, 115). Con l’arrivo degli anni Ottanta, in particolare, i lavori di ricerca e di critica che prendono in considerazione le mappe sono stati investiti dal più ampio orientamento teorico e metodologico del cultural turn, secondo il quale il linguaggio e le immagini, e dunque anche i dispositivi visivi e le mappe, non si limitano a descrivere il mondo, ma contribuiscono attivamente a costruirlo. In questo contesto, il ruolo di orientamento della cartografia è stato profondamente messo in discussione, in quanto tradizionalmente implicato nella costruzione di narrazioni di potere di matrice coloniale ed escludente. Questo contesto ha ulteriormente incoraggiato l’emergenza di pratiche e studi critici orientati a disinnescare il suo potenziale coercitivo, settorializzante o discriminatorio (Cosgrove 2008). In questa prospettiva si collocano, ad esempio, le esperienze di mappatura critica promosse da Denis Wood, in particolare Everything Sings: Maps for a Narrative Atlas (1987), composto da 49 mappe dedicate a un singolo quartiere, Boylan Heights, a Raleigh, in North Carolina. Le mappe descrivono la sovrapposizione di molteplici aspetti della vita del quartiere — dai rapporti interpersonali ai percorsi del postino, fino a caratteristiche fisiche e infrastrutturali — restituendo una lettura stratificata del territorio. Attraverso questa moltiplicazione dei livelli di osservazione, Wood mette in evidenza la complessità di significati potenzialmente esprimibili attraverso la rappresentazione cartografica e rende visibili dimensioni sociali e territoriali normalmente escluse dalla cartografia ufficiale contribuendo inoltre a una lettura poetica del territorio. Da un punto di vista teorico, questo lavoro si collega ai contemporanei studi di Brian Harley sulla cartografia critica, che invitano a leggere le mappe come testi culturali, attraversati da implicazioni ideologiche e da dinamiche di potere, piuttosto che come rappresentazioni neutrali e oggettive dello spazio (Harley, 1992).

Con l’avvento e la diffusione dell’informatica e delle tecniche di georeferenziazione, le possibilità di operare in contrasto con le narrazioni cartografiche ufficiali si sono ulteriormente ampliate permettendo quindi di mettere in pratica questa volontà di andare contro il dispositivo di cui parla Flusser. Sono stati infatti introdotti nuovi strumenti, altamente personalizzabili e facilmente appropriabili, che hanno favorito la democratizzazione della produzione di mappe personalizzate, rendendola un’attività accessibile anche a soggetti privi delle competenze tecniche e conoscitive dei cartografi di professione. L’accresciuta capacità di registrare e georeferenziare informazioni su scala globale, resa possibile dai sistemi di Geographic Information Systems (GIS), dalle mappe digitali e dagli strumenti di produzione e riproduzione di informazioni multimediali, ha ulteriormente incoraggiato artisti, designer e ricercatori a sviluppare cartografie capaci di restituire narrazioni alternative, di svelare rapporti di potere, o di tradurre componenti emozionali e prospettive paradossali, sovvertendo le logiche delle mappe ufficiali. A partire dai primi anni Duemila si sono moltiplicati i progetti che operano una forma di détournement della cartografia ufficiale: appropriandosi dei suoi codici e delle sue convenzioni, questi lavori ne deviano l’uso per rendere visibile l’operatività spesso nascosta delle mappe, intese come immagini operative. Un ulteriore passaggio è avvenuto a metà dello stesso decennio a seguito della messa a disposizione pubblica, da parte di Google e Yahoo, delle API di mappatura (strumenti che permettono a un software di usare le funzioni di una mappa digitale all’interno di un’altra applicazione), che hanno consentito l’emergere di progetti di cartografia digitale comunitaria. Queste pratiche sono basate sulla raccolta, l’aggregazione e la geolocalizzazione di dati provenienti da contributi generati dagli utenti stessi (Kirby et al. 2021).

L’interesse rinnovato per la nozione di controcartografia di quegli anni e dei successivi è testimoniato anche dalla pubblicazione di nuovi volumi dedicati al tema contenenti esempi storici e contemporanei come An atlas of radical cartography (Mogel, Bhagat 2007) e This Is Not Atlas. A global Collection of Counter-Cartography (Kollektiv Orangotango 2018). Inserendosi quindi nella tradizione delle controcartografie, sono fioriti negli ultimi venticinque anni dei progetti situabili tra la ricerca artistica, il militantismo e l’esplorazione tecnologica. Questi lavori, pur sfruttando le caratteristiche di immediatezza, espandibilità e interattività proprie delle mappe digitali, nonché la precisione nella raccolta dei dati fornita dai sistemi GIS, e pur inscrivendosi in una volontà di critica politica riconducibile al quadro del cultural turn, rievocano e fanno rivivere, in un certo senso, quelle esperienze primigenie di mappatura del territorio fondate su parametri affettivi e immaginativi, cui fa riferimento, tra gli altri, il già citato Meschiari.

I casi studio riportati di seguito si fondano in particolare sulla possibilità di far emergere, attraverso un uso critico degli strumenti di mappatura digitale, realtà territoriali, sociali o politiche normalmente escluse dai sistemi cartografici ufficiali. Queste pratiche di controcartografia attuale mirano a rendere visibili soggetti, spazi e relazioni marginalizzate, permettendo nuove forme di identificazione, riconoscimento e presa di parola da parte delle comunità coinvolte.

1 | Lucas LaRochelle, Queering the Map, mappa digitale, screenshot, 2017–2026.

Un primo esempio contemporaneo di détournement dei sistemi di cartografia digitale e di tentativo di superamento dei loro bias è Queering the Map, un progetto artistico e di controcartografia online ideato dal designer e artista canadese Lucas LaRochelle nel 2017 [Fig. 1]. Si tratta di una piattaforma collaborativa e comunitaria che si espande nel tempo in cui chiunque, in modo anonimo, può aggiungere una puntina (‘pin’) su una mappa mondiale per indicare un luogo specifico associato a un’esperienza personale legata alla propria identità queer, siano esse storie di coming out, momenti d’amore, esperienze di discriminazione, attivismo collettivo o semplici ricordi affettivi. La mappa così concepita rievoca uno dei principi della psicogeografia situazionista, ovvero quella volontà “di mettere in relazione il rapporto tra spazio urbano e comportamento individuale, che può essere frammentato e immaginifico” (L. Pignatti 2023, 155). In questo senso Queering the Map diventa un collage localizzato di frammenti di storie e un archivio digitale di memorie queer che non si limita ai luoghi tradizionalmente associati alla comunità, (bar, club, associazioni) ma include anche spazi apparentemente ordinari (come panchine, angoli di strada o spazi naturali) che hanno un significato affettivo o politico per chi vi ha vissuto degli eventi particolari. Questo processo fa emergere una geografia queer che si sovrappone alla mappa generale e che non possiede solo caratteristiche spaziali, ma anche affettive, relazionali e storiche, evidenziando la presenza e le microstorie legate al mondo LGBTQ2IA+ in ogni contesto geografico. Secondo l’autore, questa piattaforma è una riconquista e una forma di resistenza di storie che “continuano a essere invalidate, contestate e cancellate” (LaRochelle 2017). Il progetto è stato proposto in origine come parte di un corso universitario e ha in breve tempo raccolto decine di migliaia di contributi in molte lingue da tutto il mondo, trasformandosi in uno strumento efficace per favorire la visibilità, la costruzione di una memoria collettiva e la connessione tra persone queer attraverso il tempo e lo spazio. Queering the Map si basa su OpenStreetMap, un database geografico aperto e collaborativo, basato sul contributo volontario di cittadini, ricercatori e professionisti, che raccolgono, aggiornano e condividono dati spaziali (strade, edifici, infrastrutture, luoghi specifici, confini, ecc.) sotto una licenza aperta. OpenStreetMap non è una mappa in sé, ma una piattaforma che fornisce strumenti di mappatura personalizzabili da chiunque. Poiché l’architettura della piattaforma non consente l’identificazione né la tracciabilità degli utenti, il racconto geolocalizzato anonimo su Queering the Map consente anche di trasformare la mappa in una forma di safe space (spazio sicuro) digitale in contrasto col contesto dell’internet contemporaneo che generalizza forme di tracciabilità e rilevamento dei dati personali per fini pubblicitari e di orientamento futuro della navigazione.

Nella sua veste grafica, Queering the Map appare come una profanazione dei codici visuali propri della mappa digitale più diffusa, Google Maps: l’intera carta è stilizzata, tinta di rosa, e i pin prendono la forma degli stessi simboli originali disegnati da Google ma in questo caso colorati di nero. Il progetto non solo funziona cognitivamente per la sua capacità di cartografare una realtà parallela e spesso sommersa, ma fornisce anche un’immagine immediata caratterizzata da una forte agentività. Vista nella sua interezza, la mappa appare infatti colonizzata dalle puntine nere, comunicando l’idea di un’altissima diffusione dei fenomeni e delle esperienze queer, una forma di pervasività che rinvia a un’immagine del mondo diversa da quella ufficiale, in cui la cultura e la presenza queer non sono relegate a spazi definiti e conclusi, ma persistono in ogni luogo visitabile. In linea con quanto osservato dall’artista e teorico Lev Manovich sulla logica del database e sulla capacità delle visualizzazioni digitali di produrre forme specifiche di conoscenza (Manovich 2013), la mappa non si limita a rappresentare una realtà alternativa, ma agisce come un contro-dispositivo cartografico, capace di sovvertire i regimi dominanti di visibilità e legittimità spaziale. La piattaforma è anche diventata un contesto di resistenza e memoria delle persone queer in paesi in guerra o in cui l’omosessualità è proibita e punita. Decine di messaggi localizzati sulla mappa nella striscia di Gaza, per esempio, costituiscono oggi una drammatica testimonianza delle condizioni di vita sotto i bombardamenti e l’occupazione militare rendendo visibili storie che sono completamente escluse da ogni narrazione ufficiale.

Con una simile volontà di sovversione del potere coercitivo delle mappe – digitali e non – e di parallela valorizzazione di narrazioni latenti, lavora il Counter Cartographies Collective (3.C) che produce forme di mappatura in grado di rendere visibili immagini alternative di relazioni spaziali e sociali destabilizzando allo stesso tempo rappresentazioni escludenti e incoraggiando attraverso la cartografia pratiche non ortodosse di lotta collettiva. Il 3.C è un collettivo composto da soggetti che dichiarano di avere differenti forme di appartenenza, prevalentemente non strutturate, al mondo universitario, come docenti a contratto, assegnisti e ricercatori post-dottorato, liberi professionisti, dottorandi, ricercatori in fase di valutazione, dottori di ricerca disoccupati ecc. La condizione prevalentemente precaria di questi soggetti li ha spinti a interrogarsi sulla precarietà come caratteristica congenita della società contemporanea, che investe ambiti quali l’accesso all’abitazione, la conoscenza, la sanità e l’accesso al lavoro, utilizzando la mappatura come strumento per comprendere e rendere visibile la diffusione di tale condizione. Alla propria formazione accademica, i membri del collettivo associano esperienze di militantismo politico; questo doppio background li ha portati a concentrarsi sulla produzione di una forma particolare di controcartografia, quella che definiscono “autonomous cartography” mediante la quale la mappa è impiegata come dispositivo politico, soggettivo e operativo, prodotta all'esterno o contro istituzioni accademiche, statali o aziendali, nella tradizione dell’autonomia politica. In particolare, le mappe realizzate dal collettivo si concentrano sulla comprensione dei cambiamenti del mondo del lavoro in un momento in cui la produzione, anche quella immateriale, non è più concentrata in specifici contesti, ma diffusa geograficamente.

La loro prima opera, chiamata DisOrientation Guide, risale al 2006 ed è basata sull’analisi cartografica della stessa università nella quale lavorano i membri del collettivo, la North Carolina University at Chapel Hill, e ha come obiettivo quello di visualizzare esplicitamente le relazioni regionali e globali di produzione di conoscenza e di lavoro (labour) dell’istituzione [Fig. 2]. Versioni successive di questo progetto hanno incluso progressivamente mappe e grafici che analizzano e decriptano il funzionamento delle classifiche universitarie, il contributo dei migranti alla produzione del sapere, elementi sulla precarizzazione del lavoro accademico e la localizzazione delle lotte per un’istruzione superiore alternativa su scala globale. Il lavoro del 3.C comprende mappe stampate, processi di progettazione collettiva ed esplorazioni di cartografia autonoma che uniscono tecniche analogiche e digitali. Progressivamente, in seguito alle prime versioni cartacee della DisOrientation Guide, i membri del 3.C hanno introdotto l’utilizzazione di software GIS, per raccogliere, elaborare e visualizzare i dati spaziali. Questi sistemi informatici sono progettati per acquisire, memorizzare, analizzare e rappresentare dati georeferenziati, cioè legati a specifiche posizioni nello spazio. Essi vengono utilizzati principalmente per mappare e analizzare dati geografici in modo preciso e standardizzato, sia per scopi ufficiali di controllo e gestione del territorio, sia per finalità militari. L’attività del 3.C utilizza invece i sistemi GIS come strumento non solo tecnico, ma politico e collettivo per far emergere relazioni di potere e sistemi di sfruttamento legati a territori e contesti specifici. Nella loro rappresentazione finale, tutti i progetti dei 3.C condividono la coesistenza, su uno stesso supporto, foglio o schermata, di mappe a scale differenti, che consentono di cogliere a colpo d’occhio il modo in cui uno spazio puntuale e circoscritto, come ad esempio quello di un campus universitario, sia strettamente connesso a un sistema molto più ampio, operante su scala regionale e persino globale. Tale coesistenza rende visibili rapporti di potere e di interdipendenza, ma permette anche di mettere in evidenza come l’appartenenza a un campus universitario produca una specifica modalità di comprensione e di interazione con il mondo esterno che il progetto tende anche a sottolineare esplicitamente.

2 | Counter Cartographies Collective, DisOrientation Guide, 2006.

Questi primi esempi lavorano entrambi sul potenziale della cartografia di costruire o decostruire una realtà visualizzando e dando spazio in maniera esplicita alla presenza di specifiche relazioni sulla mappa tramite la sovversione di strumenti digitali legati alla cartografia. Inoltre questi due esempi di controcartografia digitale si propongono come strumenti capaci di riformulare l’immaginario comune mostrando, nel caso del primo, la diffusione capillare di quella che appare comunemente come una geografia latente, e nel secondo rivelando le ramificazioni del potere e dello sfruttamento nascoste di un’istituzione accademica. Altri lavori di questo genere agiscono invece come effettivi strumenti operativi che reinvestono le mappe digitali di un ruolo di supporto in contesti drammatici, complessi da navigare e sfavoriti dalle narrazioni ufficiali, come ad esempio la migrazione, o che consentono di migliorare la trasparenza sui valori fondiari di una città in crisi agendo di fatto contro i processi di speculazione.

In questo senso, i lavori di hackitectura, un collettivo di architetti, programmatori, artisti e attivisti, che ha operato dal 2002 al 2011, sono stati dedicati a indagare, sul piano teorico e pratico, “i territori emergenti in cui si incontrano spazi fisici, corpi mobili e flussi elettronici” (hackitectura 2002). In particolare, una serie di loro progetti dei primi anni Duemila è dedicata alla produzione di mappe digitali operative nate per creare la possibilità di un network di migranti più efficace e organizzato. Uno dei nuclei centrali della loro ricerca è infatti Cartografías críticas del Estrecho / Mapping the Straits (2002–2004), una serie di mappe critiche e digitali dedicate allo Stretto di Gibilterra, uno dei principali corridoi migratori verso l’Europa e, allo stesso tempo, uno dei territori più intensamente militarizzati e sorvegliati del continente [Fig. 3]. Le mappe mettono in relazione rotte migratorie, infrastrutture di controllo (radar, il sistema SIVE, o Sistema Integrato di Vigilanza Esterna che controlla il confine, basi militari), flussi economici e logistici, e reti di comunicazione e informazione con l’obiettivo di non descrivere un territorio immutabile, ma di rendere visibili i conflitti in corso e le asimmetrie prodotte dai regimi di frontiera.

Espandendo l’ambizione di questo primo progetto, il collettivo ha ulteriormente sviluppato, sempre attorno a Gibilterra, tra il 2004 e il 2005, Fadaiat: freedom of movement, freedom of knowledge. Il progetto prende forma come un dispositivo che indaga il confine come campo operativo di flussi, segnali, rapporti di potere. Fadaiat è un dispositivo di contromappatura che costruisce una lettura critica del territorio del confine attraverso la descrizione sovrapposta di infrastrutture materiali e immateriali. Si tratta di un complesso progetto multimediale che integra reti wireless transfrontaliere tra Spagna e Marocco, che sfidano simbolicamente e tecnicamente la discontinuità imposta dal confine, streaming audio e video, utilizzati come strumenti di connessione in tempo reale e di produzione di uno spazio comunicativo condiviso, in aggiunta alle cartografie già prodotte nel primo progetto e che sono completate e ampliate. Il progetto prevede anche workshop e laboratori di tipo diverso su temi legati al contesto geopolitico e sociale. Grazie alla sovrapposizione digitale di diversi strati di informazione, Fadaiat completa l’opera di Cartografías críticas del Estrecho mappando ciò che di norma non viene mostrato: le infrastrutture del controllo, le zone di esclusione e le profonde differenze di mobilità che strutturano lo spazio del confine, aprendo una discussione critica e collettiva attorno a queste complesse questioni territoriali. La mappa non serve propriamente a orientare i migranti durante un attraversamento, ma a rendere intelligibile il dispositivo spaziale che governa e limita il loro movimento, trasformando il confine in un oggetto di conoscenza critica e di immaginazione politica. Quella che emerge è un’immagine operativa capace di trasmettere una visione stratificata del complesso sistema di relazioni che si concentra in un territorio limitato.

3 | hackitectura, Cartografías críticas del Estrecho, dettaglio, 2002–2004.

Sulla stessa linea teorica, in un altro territorio critico situato questa volta dall’altra parte dell’oceano, la compagnia Loveland Technologies (oggi ReGrid) ha iniziato a operare nel 2011 con il progetto Why Don’t We Own This?, una mappa catastale online di Detroit che forniva informazioni su proprietà, tassazione e stato di pignoramento, con l’obiettivo di aumentare la trasparenza sui processi legati alla crisi immobiliare [Fig.4 ]. Il progetto evidenziava inoltre gli immobili in vendita nell’asta annuale dei terreni espropriati. Detroit è stata una delle città maggiormente colpite dal declino strutturale dell’industria automobilistica, avviatosi negli anni Settanta e intensificatosi tra gli anni Ottanta e Novanta, e dalla crisi dei mutui subprime del 2008, che ha portato decine di migliaia di immobili a essere sottoposti a pignoramento in tutta la città. Molti di questi sono stati successivamente abbandonati o demoliti, lasciando ampie porzioni di terreno vuoto a costellare la mappa urbana. Alla nascita del progetto, il 35% dei lotti della città erano vuoti o ospitavano edifici disabitati e spesso pericolanti. L’iniziativa mirava a fornire accesso pubblico alle informazioni sulle diverse proprietà e sulle aste e, parallelamente, a supportare residenti, attivisti e altri soggetti interessati alla comprensione e alla navigazione di questa complessa situazione urbana. Parallelamente, permetteva ai cittadini di rendersi conto delle opportunità di acquisto di terreni e immobili, spesso a costi molto bassi, favorendo una riflessione sulla loro possibile acquisizione ed evitando che finissero esclusivamente nelle mani di potenziali speculatori. In seguito, Loveland ha ampliato la propria azione con una serie di strumenti, tra cui applicazioni di blexting (o blended texting, ovvero segnalazioni testuali arricchite da dati multimediali e geolocalizzati) che consentono di segnalare edifici fatiscenti tramite smartphone, utilizzate anche in progetti di mappatura collaborativa su larga scala. Producendo una vasta quantità di dati sulle condizioni fisiche degli immobili e sul loro stato di pignoramento fiscale, e rendendo queste informazioni ampiamente accessibili al pubblico, l’azienda ha perseguito l’obiettivo di aumentare la trasparenza dei processi urbani e fiscali. In questo senso, tali strumenti di mappatura miravano anche a supportare residenti, attivisti e organizzazioni locali nella comprensione delle dinamiche degli espropri e nella difesa della permanenza degli abitanti nelle proprie case, pur senza intervenire direttamente sui meccanismi legali o di mercato. In questo contesto, la mappatura catastale, le applicazioni di segnalazione dal basso e l’accesso pubblico a dati complessi sulla proprietà e sullo stato degli immobili funzionano come supporti esterni di memoria, conoscenza, percezione e ragionamento, che consentono agli individui e ai collettivi di orientarsi all’interno di un sistema urbano e amministrativo altrimenti opaco.

4 | Loveland Technologies, Why Don’t We Own This?, dettaglio, 2011.

Nei vari esempi citati, gli strumenti di mappatura e restituzione dei dati non si limitano a rappresentare una realtà preesistente, ma partecipano attivamente alla strutturazione delle possibilità di pensiero e di azione dei soggetti coinvolti. Rendendo visibili relazioni giuridiche, fiscali, spaziali, di potere, di controllo, di esclusione o persino puramente emotive, essi contribuiscono a estendere le capacità dei soggetti che li utilizzano, permettendo loro di ricostruire il proprio immaginario in relazione al fenomeno osservato, comprendere la propria situazione abitativa, anticipare scenari di rischio e immaginare strategie di permanenza o di riappropriazione dello spazio urbano e territoriale. Nel rapporto con queste mappe digitali, l’utente non è più confinato a un utilizzo puramente strumentale della cartografia, ma può partecipare attivamente alla produzione delle informazioni e dei contenuti che la costituiscono. L’interazione con il dispositivo digitale, infatti, non si esaurisce nell’immissione di dati di ricerca o nella semplice navigazione dello spazio cartografico inteso come mera proiezione di quello fisico, ma può configurarsi come una pratica creativa e partecipativa. In questo senso, tale interazione è in grado di sovvertire il tradizionale rapporto con la cartografia, storicamente intesa come strumento che traduce una sostanziale asimmetria tra il soggetto che guarda e l’istanza che, producendo la mappa, organizza e dirige lo sguardo. Tramite la reinterpretazione, la sovversione e la sistematica messa in discussione delle caratteristiche proprie delle mappe digitali oggi diffuse, come ad esempio l’assenza di raccolta dei dati, la messa in evidenza di informazioni non sponsorizzate e l’attivazione di modalità di esplorazione non guidate dall’ottimizzazione algoritmica, questi progetti mostrano la possibilità di disinnescare il potere coercitivo del dispositivo cartografico digitale.

La teoria della mente estesa permette inoltre di leggere questi esempi di controcartografia digitale come reali supporti cognitivi esterni che partecipano attivamente a dare nuove forme a processi di memorizzazione, immaginazione, orientamento e decisione, diventando una componente funzionale del pensiero spaziale. La mappa si trasforma in un vero e proprio ambiente di esplorazione cognitiva, in cui il soggetto non si limita a orientarsi nello spazio, ma può testare ipotesi, depositare memorie, costruire e comprendere relazioni, traiettorie e scoprire livelli nascosti di significato. Inoltre, il carattere spesso collaborativo e situato della controcartografia le consente di attivare forme cognitive non solo estese agli artefatti e agli strumenti, ma anche distribuite tra più soggetti. In questo senso, la mappa funziona come interfaccia condivisa di pensiero, che coordina conoscenze, percezioni, narrazioni e immaginazioni plurali. L’incontro avviene quindi anche al livello di una mente estesa collettiva, in cui il sapere spaziale emerge dall’interazione non solo con un’interfaccia digitale, ma anche dalla collaborazione con altri individui e gruppi coinvolti. Come quei cacciatori primordiali che fondevano mappa e territorio, mente individuale e gruppo, realtà fisica del paesaggio e paesaggio mentale del desiderio e dei sogni, gli utenti di questi progetti ritrovano nel rapporto con lo strumento cartografico digitale un’inedita dimensione operativa e insieme immaginifica.

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    L. Pignatti, Cartografie radicali, Milano 2023.
  • Pinotti, Somaini 2016
    A. Pinotti, A. Somaini, Cultura visuale. Immagini, sguardi, media, dispositivi, Torino 2016.
  • Tversky 2019
    B. Tversky, Mind in motion: how action shapes thought, New York 2019.
  • Wood 2010
    D. Wood, Everithing signs, Maps for narrative atlas, Los Angeles 2010.
  • Zuboff 2019
    S. Zuboff, The age of surveillance capitalism: the fight for a human future at the new frontier of power, New York 2019.
Sitografia
English abstract

According to Clark and Chalmers’s (1998) theory of the extended mind, maps can be understood as extensions of spatial memory, orientation, and the cognitive processes through which we interpret the world. Applications such as Google Maps, used daily by approximately one billion people, have transformed cartography into an ordinary interface for accessing spatialised information. Their interactivity, expandability, and the immediacy of search functions can enhance mental faculties more effectively than analogue cartography. However, these tools incorporate numerous biases and respond to logics of monetisation that, by privileging sponsored information, steer users towards predetermined choices and thus reduce their exploratory autonomy. At the same time, the ability to record and spatialise information on a global scale has enabled artists, designers, and researchers to develop digital maps that offer alternative narratives, emotional dimensions, or paradoxical perspectives capable of subverting the logics of official maps. This contribution analyses examples of the reappropriation of digital mapping, such as Queering the Map by Lucas Larochelle and the practices of the Counter Cartographies Collective (3Cs), hackitectura, and Loveland Technology. By depicting unconventional geographies, revealing hidden data and relationships and describing collective, militant identities, these works make marginal realities visible through the redefinition of their boundaries and, simultaneously, transform users’ modes of cognitive extension.

keywords | Counter-mapping; Extended Cognition; Map; Digital Cartography.

La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio
(v. Albo dei referee di Engramma)

Per citare questo articolo / To cite this article: Mariabruna Fabrizi, Geografie latenti. Pratiche di riappropriazione della cartografia digitale, “La Rivista di Engramma” n. 232, marzo 2026.