La conferenza come dispositivo performativo
Le lectures performances non dichiarate di Bernard Tschumi e Achille Castiglioni
Lisa Andreani
English abstract
La lecture performance, pratica generalmente inscritta nel contesto delle arti performative contemporanee, può essere intesa come una forma retorica e discorsiva nella quale actio, parola, corpo e costruzione dello spazio coincidono. Tale definizione, tuttavia, non è sufficiente a restituire la complessità genealogica e teorica del dispositivo. Soltanto una ricostruzione filologica delle sue evoluzioni storiche potrebbe permettere, infatti, di comprenderne la natura stratificata, la dimensione relazionale e la sua capacità di agire simultaneamente sul piano estetico, pedagogico e politico[1]. La lecture performance – o performance lecture[2] – implica una duplice articolazione. Da un lato attiva una relazione con il corpo e con la presenza del soggetto parlante; dall’altro costruisce una specifica spazialità discorsiva che può assumere caratteri istituzionali, educativi, politici o sociali. La “conferenza performata” smette così di essere un semplice contenitore neutrale per la trasmissione di informazioni e diviene una tecnologia di esposizione del sapere, un ambiente performativo in cui il discorso viene continuamente “spettacolarizzato”, messo in crisi e ridefinito.
Sebbene la letteratura sull’argomento attualmente esistente provi a collocare la nascita della lecture performance negli anni Sessanta, esistono ragioni teoriche per retrodatare le sue origini. Alcune forme proto-performative del discorso possono essere rintracciate già nell’antichità classica. I sofisti, primi professionisti della trasmissione del sapere retribuito, fondavano la propria attività sulla retorica e sul potere persuasivo dell’oralità. Analogamente, la scuola eleatica e la retorica ciceroniana configuravano il discorso come azione incarnata, attribuendo all’actio, alla postura e alla gestualità un ruolo fondamentale nel processo di convincimento. In questo senso, la lecture performance può essere letta come la riattualizzazione contemporanea di una lunga tradizione di sapere performato. Ciò che muta, tuttavia, è il rapporto con i dispositivi istituzionali e con i media che ne operano la trasmissione.
Negli ultimi decenni la lecture performance è stata adottata da artisti, architette, designer e curatrici come formato capace di mettere in discussione le forme convenzionali della produzione culturale e dell’autorità epistemica. La sua diffusione, se letta nel contesto dell’arte contemporanea, è strettamente connessa a quel momento storico che è stato definito Educational Turn. A partire dagli anni Duemila, il Processo di Bologna (1999) e la progressiva economicizzazione del sapere universitario hanno generato una reazione critica all’interno del sistema artistico e curatoriale. L’università neoliberale, orientata verso la standardizzazione, la produttività e la valutazione quantitativa, ha prodotto la necessità di immaginare spazi alternativi di apprendimento, ricerca e condivisione della conoscenza. In questo contesto sono emerse scuole temporanee, piattaforme pedagogiche, workshop, programmi para-istituzionali (Sternfeld 2016, 159) e pratiche collettive che hanno concepito l’educazione non come trasmissione verticale di contenuti, ma come costruzione di spazi dialogici. La lecture performance può essere affiancata a questa trasformazione: non più semplice formato di divulgazione, ma dispositivo critico capace di interrogare i codici dell’autorità culturale, le infrastrutture del sapere e le modalità di costruzione del pubblico. Le esperienze che informano questa pratica appartengono a campi differenti e non riguardano esclusivamente l’arte contemporanea, definendola dunque multidisciplinare. Tra gli esempi più significativi si possono citare Le interviste impossibili, programma radiofonico della seconda rete radiofonica Rai andato in onda nel 1974 e successivamente pubblicato da Bompiani; il programma televisivo didattico degli anni Sessanta nato in collaborazione tra la Rai e il Ministero della Pubblica Istruzione Non è mai troppo tardi condotto da Alberto Manzi; la Lezione di Design tenuta da Vincenzo Agnetti nel 1976 alla Fiera di Bologna; i film essays di Videobase; ma anche numerose pratiche ibride sviluppatesi tra architettura radicale e la pedagogia critica.
I. Dispositivi ironici e decostruzione dell’autorità epistemica
La lecture performance si colloca in una zona liminale e instabile tra conferenza, pratica pedagogica e dispositivo performativo. La sua forza non risiede esclusivamente nella trasmissione di contenuti, ma nella messa in scena delle condizioni stesse del discorso: chi parla, da quale posizione, attraverso quali dispositivi e con quali ricadute su chi ascolta. In questo quadro, l’ironia costituisce uno degli strumenti fondamentali della lecture performance contemporanea. Lungi dal coincidere con la semplice comicità, l’ironia agisce come tecnica epistemologica di scarto e dislocazione. Essa introduce una distanza tra il discorso e la sua enunciazione, permettendo al lecturer di assumere temporaneamente il ruolo dell’esperto, attivando una forma di sabotaggio consapevole dall’interno. L’ironia in questo senso consente, infatti, di imitare i codici accademici e istituzionali fino a renderne visibile la costruzione artificiale. Il tono pedagogico, apparentemente neutrale e autorevole, viene progressivamente esasperato, deformato o contraddetto, generando una frattura nella fiducia nei confronti dell’autorità del sapere. Questa dinamica emerge con particolare evidenza nel lavoro di Andrea Fraser. In Museum Highlights: A Gallery Talk (1989), Fraser interpreta una guida museale che descrive gli spazi del museo con un’enfasi sproporzionata e quasi grottesca. Fontane, guardaroba e dettagli architettonici vengono caricati di un’importanza estetica e spirituale. L’effetto ironico nasce dal contrasto tra la rigidità del linguaggio istituzionale e l’assurdità crescente del contenuto.

1 | Daar, “The afterlife of fascist-colonial architecture”, simposio tenutosi durante l’edizione di Manifesta 12 a Palermo, 2018.
L’ironia, tuttavia, non produce soltanto comicità: rivela il carattere performativo dell’istituzione museale stessa e mostra come il museo operi attraverso rituali linguistici, posture corporee e dispositivi di legittimazione simbolica. Nella lecture performance, l’ironia agisce spesso attraverso la sovrapposizione di registri incompatibili: scientifico e autobiografico, documentario e finzionale, accademico e teatrale. Questa instabilità produce un sapere non lineare, aperto e conflittuale. Un esempio particolarmente significativo è costituito dalle pratiche sviluppate da DAAR (Decolonizing Architecture Art Research) fondata da Alessandro Petti e Sandi Hilal. Nel progetto Casa del Mutilato, presentato a Palermo nel 2018 nell’ambito di Manifesta 12, la lecture assume la forma di un dispositivo spaziale e collettivo, capace di intrecciare ricerca storica, attivazione politica, architettura e performance. Il progetto interveniva criticamente sulla Casa del Mutilato, edificio fascista inaugurato da Benito Mussolini nel 1936, attraverso una serie di incontri pubblici dedicati al riuso critico dell’architettura coloniale e fascista. In questo caso, la lecture performance non coincide più con la figura di un singolo relatore ma con una costellazione di pratiche discorsive che trasformano l’edificio stesso in un dispositivo pedagogico.
Le presentazioni pubbliche ospitate all’interno del programma non avevano soltanto una funzione informativa, ma producevano una riattivazione critica dello spazio architettonico. In particolare, il progetto di protesi architettonica Scissor Lift era immaginato come uno strumento sia pratico sia simbolico pensato per riattivare l’edificio e avviarne un processo di conservazione critica. Come una protesi sostituisce un organo mancante senza poterlo realmente ricreare, così questa piattaforma elevatrice interveniva su un’architettura segnata da mutilazioni storiche e ideologiche. La piattaforma, dalla funzione innanzitutto conservativa e conoscitiva, permetteva ai visitatori di avvicinarsi all’oculo dell’atrio, dove un tempo compariva l’iscrizione fascista: “È la perenne giovinezza del sacrificio che infiora il cammino della vittoria”, successivamente coperta da uno strato di cemento. In secondo luogo, la piattaforma diventava un dispositivo scenico per il programma pubblico. Il sollevatore funzionava come podio sopraelevato per i relatori, evocando simbolicamente il balcone da cui Mussolini si rivolgeva alle masse. Tuttavia, la retorica monumentale veniva rovesciata: il public program affrontava le eredità del fascismo, del colonialismo italiano e la loro traduzione architettonica, trasformando l’edificio in uno spazio di discussione collettiva e critica.
Questo processo viene interpretato attraverso il concetto di “profanazione” elaborato da Giorgio Agamben: profanare non significa distruggere il sacro, ma riattivarne gli spazi attraverso nuovi usi condivisi. In questo senso, il programma pubblico e la riappropriazione collettiva dell’atrio diventano un tentativo di restituire la Casa del Mutilato a una possibile funzione comune futura. L’ironia, in questo contesto, non assume la forma del sarcasmo diretto, ma opera come pratica di dislocazione critica: l’architettura del potere viene riattraversata attraverso usi imprevisti, rituali assembleari e processi di contro-narrazione che mai avrebbe pensato di ospitare. La lecture performance si configura così come dispositivo di riappropriazione politica dello spazio e della memoria, capace di trasformare l’atto del parlare in una pratica di decolonizzazione simbolica. In questo senso, la lecture performance si avvicina alle riflessioni di Paulo Freire (Freire 1968) e Jacques Rancière (Rancière 1987) sulla pedagogia critica. La lecture performance destabilizza questa separazione: il lecturer appare spesso incerto, contraddittorio, vulnerabile o persino incompetente. L’autorità non viene semplicemente esercitata, ma performata.
II. Achille Castiglioni e la performatività del discorso progettuale
Un caso emblematico di questa performatività del sapere è rappresentato dalla celebre conferenza tenuta da Achille Castiglioni all’International Design Conference di Aspen nel 1989. Più che una lezione accademica nel senso tradizionale del termine, la conferenza di Castiglioni si configurava come una vera e propria performance. Attraverso oggetti quotidiani, aneddoti, dimostrazioni improvvise, gesti ironici e continui slittamenti tra discorso tecnico e racconto personale, Castiglioni trasformava la presentazione del progetto in un’esperienza teatrale e relazionale. Il designer non si limitava a spiegare gli oggetti: li attivava performativamente, mettendo in scena il processo stesso del pensiero progettuale. L’ironia costituiva qui un elemento centrale. Castiglioni utilizzava il tono colloquiale, l’autoderisione e la sorpresa per interrompere la rigidità disciplinare della conferenza di design. L’autorità del progettista veniva costruita e simultaneamente smontata attraverso una postura di apparente spontaneità che produceva una forma di “sprezzatura” contemporanea: una disinvoltura attentamente costruita capace di rendere accessibile e condivisibile il sapere tecnico. In questo senso, la conferenza di Aspen rappresenta un esempio paradigmatico di lecture performance applicata al design. Il sapere progettuale non viene presentato come sistema chiuso di competenze specialistiche, ma come pratica narrativa, corporea e collettiva.

2-3 | Achille Castiglioni durante la conferenza alla 39esima edizione dell’International Design Conference in Aspen, 1989, still da video.
Dal punto di vista formale, la lecture performance utilizza frequentemente il corpo come elemento critico. A differenza della conferenza accademica tradizionale, dove il corpo del relatore tende a diventare trasparente rispetto al contenuto, nella lecture performance il corpo rimane visibile come costruzione scenica. Pause, esitazioni, errori, cambi di tono diventano parte integrante del dispositivo. Il Castiglioni-lecturer-performer non incarna soltanto un sapere: mette in scena il lavoro, la fatica e persino il fallimento del pensiero. A differenza della retorica modernista fondata sulla razionalità funzionale, Castiglioni costruisce il proprio discorso progettuale attraverso deviazioni narrative e osservazioni marginali. Le sue lezioni presso il Politecnico di Milano si basavano frequentemente su raccolte di diapositive raffiguranti oggetti anonimi, soluzioni vernacolari e adattamenti spontanei della vita quotidiana. Più che trasmettere un metodo rigido, Castiglioni cercava di educare lo sguardo. L’elemento decisivo è che tale pedagogia avviene attraverso una precisa costruzione performativa. L’apparente informalità del discorso maschera in realtà una sofisticata ‘regia’ della relazione con il pubblico. Castiglioni produce continuamente effetti di abbassamento dell’autorità: evita la postura del maestro e costruisce invece una scena basata sulla complicità percettiva. Nuovamente, la conferenza tenuta presso la Aspen International Design Conference nel 1989 risulta esemplare in questo senso. In un contesto internazionale dominato da linguaggi teorici e tecnocratici, Castiglioni presenta il design come pratica di osservazione ironica del reale. L’uso fisico degli oggetti durante le conferenze riveste un ruolo fondamentale. Castiglioni manipola gli oggetti davanti al pubblico, ne mostra i meccanismi, gli usi impropri, le possibilità inattese. Tale gesto produce una radicale ridefinizione della relazione tra autore e progetto: l’oggetto non appare più come forma conclusa ma come campo aperto di interpretazioni e pratiche. In questo senso, le lectures di Castiglioni anticipano molte pratiche contemporanee di mediazione museale partecipativa. L’apprendimento non avviene attraverso la trasmissione verticale di contenuti, ma mediante la costruzione di una situazione relazionale e percettiva condivisa.
III. Mediazione, partecipazione e pedagogie radicali
Recuperando il celebre saggio di Henri Bergson Il riso: Saggio sul significato del comico (1900), è possibile leggere questa dimensione ironica come fenomeno eminentemente sociale. Per Bergson, il riso emerge ogni volta che il vivente appare irrigidito in un automatismo. Il comico nasce da uno scarto, da un’inadeguatezza tra corpo e situazione, tra comportamento e contesto. Il riso implica inoltre una dimensione collettiva: si ride sempre all’interno di una comunità temporanea. In questo senso, la lecture performance utilizza il comico per produrre una momentanea sospensione dell’autorità e costruire un diverso rapporto tra lecturer e pubblico. Lo spazio-stage per il pensiero diviene orizzontalmente attivo per tutti, senza differenziazione di ruoli. L’ironia assume allora una funzione profondamente politica. Non si limita a prendere distanza dal discorso dominante, ma apre uno spazio di ambiguità interpretativa che impedisce la chiusura definitiva del senso. Il pubblico non riceve semplicemente un contenuto, ma viene coinvolto in un processo di decifrazione critica. È proprio questa dimensione critica del formato-conferenza che permette di comprendere il legame tra lecture performance e le esperienze pedagogiche radicali sviluppatesi tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta. Partendo dall’assunto che ogni infrastruttura pedagogica è anche un’infrastruttura mediale, è possibile ipotizzare che ogni forma di trasmissione del sapere implica una specifica organizzazione dei corpi, dei tempi, delle voci e delle possibilità di accesso. Le esperienze radicali sviluppatesi in quegli anni – tra università diffuse, televisioni educative, piattaforme editoriali, laboratori autogestiti e pratiche collettive di apprendimento – non hanno semplicemente proposto modelli educativi alternativi, ma hanno ridefinito l’educazione come spazio pubblico di produzione culturale. La relazione con la lecture performance diventa qui evidente: in tutti questi casi il sapere smette di essere trasmesso attraverso una struttura verticale e assume invece una forma processuale, dialogica e performativa.

4 | “The University is Now On Air: Broadcasting the Modern Architecture”, scatto della mostra, CCA Montreal, 2017. Credits: CCA.
La Open University, fondata nel Regno Unito nel 1969, rappresenta uno degli esempi più avanzati di questa trasformazione. Attraverso trasmissioni radiofoniche e televisive realizzate in collaborazione con la BBC, dispense inviate per posta, videocassette e gruppi di studio regionali, l’università si configurava come una rete mediale distribuita. La conoscenza non coincideva più con lo spazio fisico dell’aula, ma si propagava nello spazio domestico e nella quotidianità. Le lezioni televisive, spesso costruite attraverso il montaggio di immagini, voce narrante, attraversamenti spaziali e dimostrazioni pratiche, assumevano una dimensione fortemente performativa. Nel corso A305 History of Architecture and Design 1890-1939, recentemente presentato in un progetto espositivo presso il Canadian Centre for Architecture[3], l’architettura veniva insegnata non soltanto come disciplina teorica ma come esperienza percettiva. Il movimento della telecamera, il montaggio e la presenza corporea del conduttore davano forma a quella che potremmo definire una lecture performance capace di trasformare lo spettatore in visitatore virtuale dell’edificio da studiare. Al contrario, la dimensione radiofonica e implicata nell’ascolto prevedeva di dare voce, ma senza volto alle ‘archistar’ del momento. Ciò che emerge da questa esperienza non è soltanto una diversa modalità di insegnamento, ma una diversa concezione dell’educazione stessa: non più modello verticale fondato sulla trasmissione unidirezionale del sapere, ma ambiente dialogico costruito attraverso la circolazione di immagini, voci e corpi.
La stessa logica attraversa l’esperienza italiana di Global Tools (Borgonuovo, Franceschini, 2018), fondata nel 1973 negli uffici di “Casabella”, diretta in quel momento da Alessandro Mendini. Più che una scuola, Global Tools si definiva una “non-scuola”: una piattaforma pedagogica aperta e mutevole nata dall’incontro tra figure e collettivi dell’architettura radicale italiana. Il legame con la lecture performance appare qui particolarmente significativo. Global Tools non si limitava infatti a proporre contenuti alternativi, ma sperimentava nuove forme di trasmissione del sapere attraverso workshop, incontri, azioni collettive, esercizi corporei, laboratori e situazioni performative. L’educazione veniva concepita come esperienza condivisa e non come semplice comunicazione e ‘induzione’ di competenze. In questo senso, molte delle pratiche sviluppate da Global Tools possono essere lette come dispositivi proto-performativi nei quali il sapere emergeva attraverso la partecipazione diretta dei corpi. I cinque ambiti di ricerca – Corpo, Costruzione, Comunicazione, Sopravvivenza e Teoria – delineavano un programma che intrecciava ecologia, antropologia, pedagogia radicale e critica delle tecnologie industriali. L’obiettivo non era produrre specialisti, ma ridefinire le relazioni tra soggetto, ambiente e conoscenza. Anche qui, le influenze di Ivan Illich e Paulo Freire risultano fondamentali. L’idea di descolarizzazione formulata da Illich e la pedagogia dialogica di Freire trovano in queste esperienze una traduzione spaziale e performativa. La conoscenza non viene più pensata come accumulo di informazioni, ma come pratica collettiva di relazione. Anche il corpo assume una centralità radicale. Non il corpo disciplinato della produzione industriale, ma un corpo capace di ridefinire criticamente le proprie relazioni con lo spazio, il lavoro e la tecnologia. In questo senso, la lecture performance e le pedagogie radicali condividono una medesima intuizione: il sapere non è mai separabile dalle forme spaziali, architettoniche e corporee attraverso cui viene trasmesso.
Già nel 1968 Giancarlo De Carlo, nel testo La piramide rovesciata, aveva messo in discussione il modello verticale dell’università tradizionale, sostenendo che progettazione e partecipazione dovessero coincidere. L’assemblea diventava così non soltanto una forma politica ma anche una metodologia pedagogica.
IV. Bernard Tschumi: disgiunzione, montaggio e performatività del discorso architettonico
Anche le conferenze dell’architetto Bernard Tschumi possono essere lette come forme embrionali di lecture performance, nelle quali il sapere progettuale viene articolato attraverso dispositivi di montaggio, strategie di destabilizzazione del discorso disciplinare e pratiche di mediazione performativa. In entrambi i casi, la conferenza non si configura come semplice supporto illustrativo del progetto, ma come luogo autonomo di produzione critica, capace di ridefinire la relazione tra autore, pubblico e istituzione. Per comprendere la natura performativa delle pratiche discorsive di Tschumi risulta utile recuperare il concetto di sprezzatura formulato da Baldassarre Castiglione nel Libro del Cortegiano (1528). La sprezzatura designa la capacità di occultare l’artificio dietro l’apparenza della naturalezza, producendo una forma di grazia fondata sulla dissimulazione della tecnica. Più che spontaneità autentica, essa implica una sofisticata regia dell’immediatezza. Trasposto nel contesto contemporaneo, il concetto permette di leggere la lecture performance come una forma di “disinvoltura costruita”: il lecturer appare informale, aperto all’improvvisazione, persino vulnerabile, ma tale spontaneità è il risultato di un preciso controllo scenico.

5 | Bernard Tschumi, The Manhattan Transcripts Project, Episode 4: The Block, 1980-81. Courtesy Bernard Tschumi.
Da questo punto di vista, Tschumi elabora una modalità di sprezzatura contemporanea che si relaziona alla frammentazione teorica e la destabilizzazione concettuale. La conferenza viene sottratta alla neutralità pedagogica tradizionale per assumere il carattere di una situazione performativa. L’opera teorica di Bernard Tschumi emerge nel contesto della crisi del funzionalismo modernista e dell’incontro tra architettura e pensiero post-strutturalista negli anni Settanta. Fin dai Manhattan Transcripts (1976-1981), l’architettura viene concepita non come organizzazione stabile dello spazio, ma come sistema di relazioni tra corpi, movimenti ed eventi. Le tavole dei Transcripts non rappresentano edifici compiuti; operano piuttosto come montaggi cinematografici nei quali fotografie, diagrammi e sequenze narrative producono una drammaturgia spaziale. L’importanza di questo lavoro risiede precisamente nella sua dimensione performativa. Tschumi introduce nell’architettura categorie tradizionalmente estranee alla disciplina (violenza, erotismo, evento, trasgressione) mettendo in crisi la concezione modernista dello spazio come ordine funzionale e stabile. Lo spazio architettonico viene così ridefinito come campo di intensità temporali e relazionali. Tale impostazione si riflette direttamente nelle sue modalità di conferenza. Le lectures di Tschumi non mirano a spiegare il progetto attraverso una progressione argomentativa lineare; costruiscono piuttosto un ambiente discorsivo frammentario, caratterizzato da slittamenti continui tra teoria, cinema, letteratura e filosofia. Diagrammi, citazioni e immagini vengono montati come elementi scenici, generando una condizione di instabilità interpretativa. Le conferenze relative al progetto del Parc de la Villette costituiscono un esempio paradigmatico. In esse, Tschumi evita deliberatamente il linguaggio rassicurante dell’urbanistica funzionale per introdurre concetti come disgiunzione, evento e discontinuità. L’uso insistito dei diagrammi rossi, delle sequenze cinematiche e dei riferimenti filosofici produce una teatralizzazione del pensiero architettonico. La conferenza non comunica semplicemente un progetto: mette in scena il conflitto tra differenti regimi di significazione.
Particolarmente significativa è inoltre la collaborazione tra Bernard Tschumi e Jacques Derrida, avviata in occasione del progetto per il Parc de la Villette a Parigi (1985), dove il filosofo viene invitato da Tschumi e Peter Eisenman a riflettere sulle implicazioni teoriche del rapporto tra spazio, scrittura ed evento. Sebbene il giardino progettato da Derrida ed Eisenman Choral Works, non verrà mai realizzato, il dialogo tra i due produce una serie di testi fondamentali, tra cui Point de folie, maintenant l’architecture (Derrida, 1986), nei quali l’architettura viene pensata come pratica discorsiva instabile, sottratta a ogni principio unitario di ordine, funzione o significato. In opposizione alla concezione modernista dell’architettura come forma coerente e trasparente, Derrida individua nel progetto di Tschumi una struttura basata sulla frammentazione, sulla sovrapposizione programmatica e sulla disgiunzione tra spazio, uso ed esperienza. Le folies disseminate nel parco non operano, infatti, come elementi funzionali tradizionali, ma come segni autonomi, privi di un centro gerarchico stabile, capaci di produrre percorsi, eventi e interpretazioni multiple. In questo contesto, la decostruzione non coincide con una poetica della distruzione formale, bensì con la messa in crisi dei sistemi di autorità e delle logiche compositive che storicamente hanno regolato il rapporto tra architettura, istituzione e potere. Da questa prospettiva, le lectures di Tschumi appaiono come dispositivi anti-pedagogici. L’obiettivo non consiste nel rendere trasparente il sapere architettonico, ma nel produrre attrito cognitivo. La conferenza si trasforma così in uno spazio di esperienza critica in cui il pubblico viene coinvolto in una dinamica di interpretazione instabile.
V. Conclusioni
In questa prospettiva, la lecture performance deve essere compresa come un dispositivo critico capace di ridefinire simultaneamente le modalità della trasmissione del sapere, le forme della presenza pubblica e i rapporti tra corpo, spazio e istituzione. La sua specificità risiede precisamente nella capacità di rendere visibili le infrastrutture performative dell’autorità culturale: la voce, il gesto, l’architettura, il montaggio delle immagini, la costruzione della scena discorsiva. Le pratiche analizzate, dalle sperimentazioni pedagogiche radicali alle conferenze di Achille Castiglioni, fino ai dispositivi teorici e spaziali elaborati da Bernard Tschumi, mostrano come la conferenza possa trasformarsi in uno spazio di negoziazione critica piuttosto che di semplice trasmissione verticale dei contenuti. In tutti questi casi, il sapere non appare mai come struttura stabile o neutrale, ma come costruzione situata, continuamente attraversata da tensioni politiche, performative e relazionali. La lecture performance agisce come una tecnologia della mediazione capace di mettere in crisi i regimi tradizionali della rappresentazione culturale. Attraverso l’ironia e la frammentazione narrativa, essa produce forme di apprendimento non lineari, nelle quali il pubblico viene coinvolto in un processo attivo di interpretazione e partecipazione. È forse proprio in questa oscillazione costante tra pedagogia e performatività, tra autorità e vulnerabilità, tra discorso e azione, che risiede oggi la sua rilevanza teorica e politica. La conferenza performata non rappresenta soltanto un diverso modo di parlare al pubblico, ma un diverso modo di concepire la produzione stessa della conoscenza come pratica collettiva, situata e radicalmente relazionale.
Note
[1] A oggi, non è ancora stato condotto uno studio di natura filologica sulla pratica della lecture performance, emergono alcuni principi di ricognizione storica ma spesso legati a progetti di natura espositiva come quello realizzato nel 2009 presso il Kölnischer Kunstverein.
[2] La distinzione tra lecture performance e performance lecture non è sempre rigidamente definita, e molti studiosi usano i due termini come sinonimi. Tuttavia, nel dibattito teorico e curatoriale contemporaneo emerge una differenza utile, soprattutto rispetto alla gerarchia tra discorso e azione performativa. La lecture performance mantiene la struttura della conferenza, contaminandola con elementi performativi e critici; la performance lecture, invece, parte dalla performance artistica e utilizza la forma della lecture come dispositivo scenico o drammaturgico. In sintesi, nella prima prevale il discorso, nella seconda l’azione performativa.
[3] Il corso A305: History of Architecture and Design 1890–1939, trasmesso dalla Open University britannica tra il 1975 e il 1982 attraverso programmi televisivi e radiofonici della BBC, è stato recentemente riconsiderato nella mostra The University Is Now on Air: Broadcasting Modern Architecture, curata da Joaquim Moreno e inaugurata il 15 novembre 2017 presso il Canadian Centre for Architecture di Montréal. La mostra indagava il rapporto tra pedagogia, media broadcast e diffusione della cultura architettonica nel secondo Novecento.
Riferimenti bibliografici
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C. Bishop, Artificial Hells. Participatory Art and the Politics of Spectatorship, London 2012. - Castiglione 1528
B. Castiglione, Il libro del Cortegiano, Venezia 1528. - De Carlo 1968
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A. Fraser, Museum Highlights. The Writings of Andrea Fraser, Cambridge (MA) 2005. - Freire 1970
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I. Illich, Deschooling Society, New York 1971. - Rancière 2009
J. Rancière, Le spectateur émancipé, Paris 2009. - Tschumi 1986
B. Tschumi, La Case vide, London, 1986. - Tschumi 1994
B. Tschumi, The Manhattan Transcripts, London 1994. - Tschumi 1996
B. Tschumi, Architecture and Disjunction, Cambridge (MA) 1996.
English abstract
This essay investigates ‘lecture performance’ as a performative and pedagogical dispositif through the practices of Bernard Tschumi and Achille Castiglioni. Moving across architecture, design and radical pedagogy, the text analyses how the conference becomes a performative space of mediation, destabilization of authority and collective production of knowledge.
keywords | Lecture performance; Bernard Tschumi; Achille Castiglioni; Performativity; Radical pedagogy.
La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio
(v. Albo dei referee di Engramma)
Per citare questo articolo / To cite this article: Lisa Andreani, La conferenza come dispositivo performativo. Le lecture performance non dichiarate di Bernard Tschumi e Achille Castiglioni, “La Rivista di Engramma” n. 237, luglio 2026.
Per citare questo articolo / To cite this article: Lisa Andreani, La conferenza come dispositivo performativo. Le lecture performance non dichiarate di Bernard Tschumi e Achille Castiglioni, “La Rivista di Engramma” n. 237, luglio 2026, pp. xx-yy | PDF dell’articolo