Figura intera.
Un’aquila è ferma su un ramo, eretta. Osserva l’orizzonte ruotando a scatti la testa.
Figura intera ravvicinata.
L’aquila si muove a scatti, posando lo sguardo ai lati e poi in camera.
Figura intera.
L’aquila si ferma.
Figura intera ravvicinata.
Lentamente s’inclina in avanti e spicca il volo.
Campo lungo.
L’aquila è lontana nel cielo, sbatte le ali e plana.
Primo piano.
Un’aquila è ferma su un ramo, eretta. Osserva l’orizzonte ruotando a scatti la testa. Mentre plana, lo sguardo è fisso e concentrato.
Primo piano.
Un aviatore indossa la cuffia, preparandosi al volo. Alza lo sguardo mentre la allaccia e si ferma un istante.
Mezza figura.
L’aviatore si siede nella cabina di comando, chiude lo sportello sopra di sé, si allaccia le cinture ed avvia l’aereo.
Campo lungo.
L’aereo inizia ad accelerare sulla pista.
Questa breve sequenza cerca di riprodurre in forma scritta ciò che visivamente accade nei primi secondi di The Pilot & The Eagle, una performance in Visual Vernacular di Bernard Bragg. Tutto ciò che avviene è eseguito dal performer, il quale rappresenta con la sola gestualità l’aquila, l’aviatore, l’aereo ed implicitamente altri elementi scenici, come il ramo su cui è posata l’aquila. Non vi è ausilio di lessico verbale o segnato, nessuna didascalia né descrizione se non il titolo a fornirci un contesto generale: tutto è mediato attraverso la gestualità ed espressività del performer in scena. Date tali premesse, si potrebbe considerare questa tecnica, il Visual Vernacular, alla stregua di una pantomima; già tramite una minima analisi di opere così realizzate, ci troviamo però di fronte ad un linguaggio visivo ibrido, che travalica una singola categoria. Partirò proprio da una descrizione del Visual Vernacular per discutere il ruolo della pantomima al suo interno e le differenti soluzioni visuali che svincolano le forme performative Sorde da paragoni con contesti performativi udenti.
Il Visual Vernacular (cui ci si riferisce anche come V.V.) ben si presta ad esemplificare questi temi: si tratta infatti di una delle più celebri tecniche espressive Sorde che non ricorrono all’uso linguistico nel realizzare una narrazione. Non mi soffermerò dunque su forme poetiche più tradizionali, che nelle loro innovazioni (basti pensare, per la LIS, al lavoro di Rosaria Giuranna o, al lavoro drammaturgico in LSF di Emmanuelle Laborit, per citare alcuni esempi) mantengono una salda radice linguistica. Rispetto ad altre tecniche emerse più di recente nell’arte sorda, il V.V. si distingue per un precoce riconoscimento formale che ne rende più facile il tracciamento di storia, evoluzioni ed influenza su nuovi linguaggi espressivi. Il V.V. inaugura infatti una sperimentazione artistica che dalla seconda metà del Novecento in poi, e soprattutto con l’avvento di piattaforme di condivisione video online, ha visto moltiplicate le formule visive avulse dai segni convenzionali – ovvero dal lessico proprio di una lingua dei segni –, con significati interni all’opera che possono ignorare vincoli morfo-sintattici, in una godibile sensazionalità visuale. Le possibilità descrittive vengono qui manipolate con giocosità pop, scevre da costrizioni formali.
Come verrà discusso in seguito, il più evidente collegamento tra V.V. e un panorama artistico visuale più ampio (ed anche il più citato) è il cinema – formalmente per via della successione, paragonabile ad un montaggio in tempo reale, di movimenti imposti alla visione della scena descritta, mentre teoricamente il legame è sancito da vari performers interrogati al riguardo: l’innata capacità mimica usata in contesti informali per ottenere più efficacia narrativa si arricchisce con l’imitazione del linguaggio cinematografico per poter rendere la scena di un film, o più incisivo un momento descritto (Stroesser 2015, MPDFOnlus 2016; invito alla visione di interviste se interessati ad indagare l’argomento, poiché ciascun approccio personale alla narrazione visuale è illuminante in una prospettiva intermodale). L’aderenza a formule visive cinematografiche non è però esclusiva e nel contemporaneo possiamo trovare i più svariati riferimenti, dai videogiochi (Mahbaz 2017), ad una sequenzialità che ricorda la cronofotografia (Sanborn 2018), fino alla caratterizzazione dei soggetti tipica del fumetto (Di Marco 2024, ma le tracce di questa influenza si trovano già nelle performances di Guy Bouchauveau [1944-2016]). Mantere uno sguardo aperto sulle novità stilistiche introdotte e suoi temi o soggetti rappresentati può ad avere una considerazione adeguata e più ampia sulle potenzialità del V.V., onde evitare circoscrizioni stilistiche rigide o riduttive.
Nel ricercare una definizione univoca sul preciso campo d’azione del V.V., ci si trova dinanzi ad una fitta pluralità di opinioni, mai perentorie o in vicendevole contrasto, ma comunque specchio di una tuttora aperta interpretazione del fenomeno. Il V.V. è stato definito “forma poetica” (Bertone 2023), “rielaborazione manuale della narrazione cinematografica” (Caia 2020, traduzione di chi scrive), finanche tecnica di produzione artistica per componimenti visivi (VEASYT 2025). Se una risposta universale al quesito non esiste, vi è più uniformità nel nominare ciò che col V.V. viene realizzato. Nella descrizione di eventi, festival o nei canali video personali, dove la maggior parte delle sperimentazioni V.V. viene oggi pubblicata, la dicitura più ricorrente è quella di 'performance'. In questa sede, adotterò la stessa formula e mi riferirò dunque alle opere in V.V. con il termine di ‘performances’ e a chi le esegue come ‘performer’. Appartenendo ad un contesto linguistico e culturale che si veicola attraverso un canale comunicativo visivo-gestuale anziché uditivo-vocale (ossia quello delle lingue dei segni e non delle lingue vocali), nell’arte sorda tanto le espressioni poetiche quanto gli atti performativi si compiono visivamente: sia che coinvolgano un uso linguistico o meno, che seguano un testo o che siano strutturati sulla pura espressione corporea, gli atti espressivi sono esternati tramite la stessa modalità. Di conseguenza, distinguerne con precisione i confini stabilendo barriere terminologiche è un rigore disatteso, che non svolge una reale utilità, a differenza di quanto non faccia invece l’accoglienza di un più ampio ventaglio lessicale a riferimento, con provenienze da vari campi artistici. L’uso di parole da diversi contesti d’origine riflette e aiuta ad interpretare anche l’intersezione, all’interno dell’arte sorda, di varie tecniche tra loro. Tornando al caso del V.V., sebbene la sua funzionalità sia prevalentemente poetica e indipendente, il linguaggio visivo che lo compone è estremamente versatile, rendendolo ben assimilabile all’interno di opere teatrali o componimenti segnati, in un più complesso tessuto narrativo. Così come il V.V. può diventare parte di un organico multiforme, i caratteri pantomimici ne compongono parte del linguaggio espressivo, ma non ne rappresentano la totalità, come verrà di seguito evidenziato.
Pantomima
La pantomima è menzionata tra i parametri fondanti del V.V., ovvero tra le strategie che possono essere utilizzate nella creazione di una performance. Tra quelli comunemente riconosciuti come parametri del V.V., troviamo infatti:
– espressività facciale;
– uso di classificatori;
– uso dello zoom;
– prospettiva tridimensionale;
– uso della spazialità;
– segnato parallelo;
– metafore visive;
– ritmo;
– pantomima;
– impersonamento.
(Caia 2020; VEASYT 2025).
Includendo la pantomima tra questi parametri, se ne considera in generale l’essenza comunicativa gestuale e non verbale, senza elencarne i precisi vincoli o meccanismi narrativi. Contestualizzandola assieme al resto dei parametri, si può vedere come vi siano punti tecnici in comune, ad esempio l’espressività facciale o l’uso della spazialità, ma anche quanto la presenza di altre strategie differenzi V.V. e pantomima: omologare le due forme significa non tener conto di questi scarti.
Da un punto di vista storico, si può ricercare un legame tra pantomima e V.V. fin dalla nascita di quest’ultimo. È infatti lo stesso Bernard Bragg, commemorato come “padre” del V.V., che inaugura la sua carriera nello spettacolo accanto a Marcel Marceau, formandosi con lui. Al contrario però degli spettacoli di mimo di Marceau, che hanno origine in un contesto linguistico udente, la tecnica ideata da Bragg a partire dagli anni Sessanta si sviluppa in un contesto linguistico sordo. Ciò che in pantomima si genera prevalentemente in ambito artistico (alcuni paragoni si potrebbero fare con la prosodia corporea, che comunque appartiene più alla sfera espressiva che non grammaticale), nel V.V. trova un preciso riscontro linguistico. Nelle lingue dei segni, le strategie che andremo a vedere sono regolate secondo una funzione grammaticale. Questa differenza contestuale ha permesso, col passare degli anni e con l’evolversi della tecnica, l’emancipazione del V.V. rispetto ad una totale adesione alle convenzioni mimiche udenti, grazie all’inclusione di alcuni vincoli e proprietà gestuali già presenti in ambito linguistico.
In altre parole, l’evocativa gestualità compresa nella pantomima di contesto udente attinge nel V.V. a strategie già in uso nelle lingue dei segni, ampliandone le possibilità d’impiego secondo la necessità poetica. Tali strategie cessano di svolgere la loro abituale funzione in favore di un’efficace comunicazione extra-linguistica per fini artistici ed espressivi. Svuotate di addizionali parametri fonetici, morfemici e sintattici, diventano materia espressiva estremamente versatile.
Ne è un esempio l’impersonamento. Descrivendolo in contesto performativo, il termine indica l’atto d’incarnare il soggetto del quale si vuole mostrare il punto di vista. In ambito linguistico, l’impersonamento viene usato per cambiare il punto di vista narrativo, ad esempio per riportare un discorso diretto. Come descritto da Bertone: “L’impersonamento è una strategia flessiva molto diffusa nelle lingue dei segni che si realizza solo con argomenti animati” (Bertone 2023, 41). In ambito artistico e poetico, invece, il suo impiego viene esteso anche a riportare il punto di vista di oggetti inanimati. Al fine di rappresentare uno o più soggetti senza fare ricorso al segno, è tra le strategie più presenti nel V.V. Una calzante dimostrazione può trovarsi nella performance di Jamila Ouhaid del 2023, realizzata per il Riksteatern Crea (Ouahid 2023), dove avviene un cambio di soggetto impersonato, passando da una donna che accende la luce di uno specchio da toeletta [Fig. 1] alle lampadine mentre vengono accese [Fig. 2]; successivamente, il cambio di prospettiva avviene tra la donna che si trucca [Fig. 3] e il rossetto che viene aperto [Fig. 4].

1 | 2 | 3 | 4 Jamila Ouahid, senza titolo, 2023
Un’altra leggera traccia linguistica è riscontrabile nell’uso di alcuni classificatori, attraverso i quali può emergere l’influenza di una particolare lingua dei segni. I classificatori - che nelle lingue dei segni si ottengono da una configurazione manuale alla quale viene associato un movimento - sono abitualmente usati come strategia morfologica per categorizzare nomi. Essi veicolano informazioni riguardo alla forma, dimensione, numero e collocazione spaziale dei referenti (Fornasiero 2022, 489-490). Il loro è un ruolo anaforico strettamente legato all’oggetto referente. In contesto artistico, tale vincolo è infranto, “il classificatore viene presentato senza nome e l’intuizione del referente è lasciata al fruitore” (Bertone 2023, 39). Pur non trattandosi di segni lessicali, i classificatori non hanno un’articolazione universale, poiché le configurazioni manuali possono essere determinate da convenzioni culturali. Si tratta di esigue sfumature. Esse non vanno a minare la natura pressoché globalmente comprensibile del V.V., fondata su una grandissima iconicità che permette un’ampia contestualizzazione, ma nondimeno lasciano una vaga discriminazione semantica al pubblico.
Infine, si può notare come in alcune performance di Bragg il movimento investa tutto il corpo, coinvolgendo anche gambe e deambulazione sulla scena [Fig. 5]. Questo fenomeno è più difficile da riscontrare in opere odierne. Una ragione per il cambiamento può essere l’adattarsi della tecnica artistica alle convenzioni del segnato standard, che si svolge in un preciso ‘spazio segnico’. Nella Grammatica della lingua dei segni italiana (LIS) (2022), Calderone scrive: “In genere, si considera lo spazio segnico come quello spazio circoscritto all’area antistante al busto del segnante. Sul piano orizzontale, quest’area generalmente si estende da un gomito all’altro” (Calderone 2022, 829). Un’altra ragione può invece trovarsi nell’influenza che il medium di diffusione impiegato ha sull’opera stessa, in questo caso l’inquadratura a mezza figura comunemente usata nelle registrazioni video delle performances, che focalizza maggiore espressività sulla parte superiore del corpo [Fig. 6].

5 | Bernard Bragg, Piscine au clair de lune, 2015.
6 | Nicola Della Maggiora, Soffione/Overhead, 2020.
Altre componenti
Oltre a queste differenze, altre componenti contribuiscono ad emancipare il V.V. quale forma espressiva a sé stante. Nella trascrizione iniziale di The Pilot & The Eagle ho impiegato un lessico cinematografico per descrivere i frequenti allontanamenti o ravvicinamenti al soggetto, rapidi e precisi, che il performer esegue. Non si tratta di movimenti della videocamera: tali cambi di prospettiva sono realizzati manualmente dal performer stesso, un’ulteriore strategia per creare maggior dinamismo visuale. La caratterizzazione più riconoscibile del V.V. è infatti la presenza, tramite gestualità, di movimenti tipicamente cinematografici che fungono sia da veicolo emotivo sia da perno spaziale, permettendo ai performers di elaborare virtuosistici movimenti visivi senza doversi spostare. Tra i possibili movimenti di derivazione cinematografica, lo zoom trova largo impiego sia per avvicinarsi che per allontanarsi da un soggetto. La performance di Bragg impernia le proprie similitudini visive su questa tecnica [Figg. 7, 8].

7 | 8| Bernard Bragg, The Pilot & The Eagle, s.d.
Come evidenziato da Fabio Zamparo durante il workshop Ritmi visivi: il cinema attraverso l’arte Sorda, realizzato all’interno della terza edizione dell’Itinerant Deaf Cinema Festival (Mestre, 22-24 maggio 2026), un’altra adozione dal linguaggio cinematografico avviene con l’equivalente manuale di una ripresa multicam, realizzata montando le riprese di più videocamere con diverse posizioni, per cambiare rapidamente la prospettiva di una scena. Traslando questa possibilità nell’uso manuale, la tecnica viene chiamata segnato parallelo. Nella performance VV di Ski di Gabriele Caia (Caia 2020), questa strategia è adoperata per passare istantaneamente tra i due personaggi interpretati [Figg. 9, 10].

9 | 10 | Gabriele Caia, VV di Ski, 2020.
Infine, altra caratteristica rilevante in una performance V.V. è la sua cadenza ritmica. La ripetizione di movimenti e configurazioni crea difatti segmenti ritmici visivi, che possono venire strutturati in una precisa composizione, rallentando, velocizzando, alternando il ritmo e l’andamento. Implicitamente, il ritmo visivo è un utile strumento di amplificazione emotiva. Una performance esemplare nell’uso del ritmo visivo è Musica (nota anche come Musique dans la voiture) di Giuseppe Giuranna (Giuranna 1998). Qui, Giuranna divide la narrazione in diversi segmenti, impersonando via via i vari elementi di una macchina in moto. Ciascun elemento ha un proprio movimento, ripetuto un numero fisso di volte, e i segmenti così composti sono montati assieme sequenzialmente, generando un ritmo costante. Il ritmo viene poi scardinato in un secondo momento, tramite la riduzione repentina di ripetizioni per segmento, passando ad una veloce cadenza che conduce al finale.
Visioni libere
Andando ad analizzare il V.V. secondo i suoi parametri, se ne può meglio inquadrare una struttura i cui molteplici riferimenti visuali si emancipano dai contesti d’origine, per divenire nuova materia espressiva. Si tratta di una tecnica in costante evoluzione, e alle caratteristiche qui elencate potrebbero presto aggiungersene altre, a rielaborare gli stimoli della cultura visuale che la circonda. Come accennato inizialmente, grazie alla sua accessibilità e dinamicità, il Visual diviene a sua volta materia costituente di altre forme espressive, come il Flying Word Project, di matrice beat statunitense, o il Visual Sign, che trova come più noto esponente italiano Diana Anselmo. In Pas moi (2025), sua opera più recente, Anselmo inserisce sequenze d’impersonamento ritmico a chiudere una performance composta da dialoghi segnati, video e canzoni sull’identità Sorda. L’effetto porta al caricamento emotivo della gestualità ritmata, la quale regge su di sé un pathos assegnati distintamente in altri momenti dell’opera a soli elementi visivi o sonori: in quest’ultima sezione, invece, il ritmo visivo prorompe come componente emancipata all’interno della drammaturgia, capace di trasmettere un vigoroso senso d’entusiasmo e vitale ribellione. Grazie a queste incursioni, il V.V. si diffonde ed evolve, trasformandosi e trasformando i contesti artistici nei quali si inserisce.
Da menzionare qui gli spazi che sono di grande aiuto per lo studio di queste evoluzioni, ovvero i festival, dove nuove sperimentazioni possono manifestarsi, essere discusse e riconosciute. Il Festival Clin D’Oeil, a Reims, porta avanti biennalmente un programma ricchissimo di spettacoli, proiezioni e conferenze legati ad arte e cultura Sorda. Un festival più strettamente legato al Visual Vernacular e alle sue tecniche è invece VVUnderground a Indianapolis, in Ohio. Il già citato Itinerant Deaf Cinema Festival ha tenuto la sua terza edizione al museo M9 di Mestre tra il 22 ed il 24 maggio 2026, durante il quale una giuria composta da registi di varia nazionalità ha stilato una prima versione del Manifesto internazionale del cinema Sordo: le voci presentate si concentrano sulla necessità di mantenere una prospettiva Sorda e decoloniale. Ed un incontro mirato è invece presente al Lago Film Festival, dove tra i vari premi per i film in concorso vi è quello di Ritmi Visivi per la migliore colonna visiva, un’iniziativa nata dal progetto Signplicity, creato nel 2020 proprio nel contesto del festival a Revine Lago (TV). Laddove il dialogo tra varie tecniche espressive è ben accolto e celebrato, e dove iniziative culturali, festival e associazioni continuano ad emergere in circostanze sia locali che internazionali, realizzare una rete documentativa di questi eventi rimane un’occasione aperta e preziosa. La contestualizzazione a posteriori degli scambi e dei risultati emersi rimane difficile, spesso affidata unicamente a canali digitali effimeri anche in casi di riconosciuta importanza di opere ed artisti. La registrazione delle performances, così come di videointerviste, rimane però fondamentale, e la loro condivisione online fornisce materiale primo da consultare nello studio della Cultura Sorda e delle sue pratiche artistiche. Una raccolta digitalizzata di opere, workshop ed eventi potrebbe porre le basi per nuovi campi di ricerca, a testimonianza di forme espressive d’interesse interculturale.
Bibliografia
Opere
- Bragg s.d.
B. Bragg, The Pilot & The Eagle, s.d. - Bragg 2015
B. Bragg, Piscine au clair de lune, 2015. - Caia 2020
G. Caia, VV di Ski, 2020. - Della Maggiora 2020
N.Della Maggiora, Soffione/Overhead, 2020. - Di Marco 2020
W. Di Marco, The Lion King, 2024. - Giuranna 1998
G. Giuranna, Musica, 1998. - Mahbaz 2017
A. Mahbaz, Game Over, 2017. - Ouhaid 2023
J. Ouhaid, senza titolo, 2023. - Sanborn 2018
I. Sanborn, The Super Deaf Black Stallion, 2018.
Riferimenti bibliografici
- Bertone 2023
C. Bertone, La poetica del silenzio. Approccio alla poesia in lingua dei segni, Milano 2023. - Branchini, Mantovan 2022
C. Branchini, L. Mantovan, Grammatica della lingua dei segni italiana (LIS), in Lingua dei segni e sordità 2, Venezia 2022. - Calderone 2022
C. Calderone, Lo spazio segnico, in Branchini C., Mantovan L. (a cura di), Grammatica della lingua dei segni italiana (LIS), Venezia 2022, 829-840. - Fornasiero 2022
E. Fornasiero, Classificatori, in Branchini C., Mantovan L. (a cura di), Grammatica della lingua dei segni italiana (LIS), Venezia 2022, 489-499. - Wrigley 1996
O. Wrigley, The politics of Deafness, Washington 1996. - Conley 2019
W. Conley, Visual-gestural communication. A workbook in nonverbal expression and reception, New York 2019.. - Laborit 1994
E. Laborit, Le cri de la mouette, Paris 1994. - Lewiecki-Wilson, Wilson 2001
C. Lewiecki-Wilson, J.C. Wilson, Embodied rhetorics. Disability in language and culture, Carbondale 2001. - Kochhar-Lindgren 2006
K. Kochhar-Lindgren, Hearing difference. The third ear in Experimental, Deaf and Multicultural Theater, Washington 2006. - hooks 1989
b. hooks, Choosing the margin as a space of radical openess, “Framework: The Journal of Cinema and Media” 36 (1989), 15-23. - Van Brandwijk 2018
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Riferimenti visivi
- Caia 2020
G. Caia, Che cos’è il Visual Vernacular “VV”? e Lucia Daniele “matita”, 2020. - MPDFOnlus 2016
MPDFOnlus, Giuseppe Giuranna si racconta, 2016. - RIT Libraries 2019
RIT Libraries, Sign Language Poetry: 1976 Bernard Bragg: Creative Interpretation of Literature in Sign, 2019. - RIT Libraries 2019
RIT Libraries, 2007 Interview with Bernard Bragg, 2019. - Stroesser 2015
P. Stroesser, VV…?, Francia 2015. - VEASYT 2025
VEASYT, Visual Vernacular: racconti d’arte, 2025. - VEASYT 2025
VEASYT, Nicola Della Maggiora: "Il Visual Vernacular è diventato la mia voce!", 2025.
English abstract
The essay explores the interplay between performance and pantomime within the context of Visual Vernacular, considering the definitions these terms acquire within a linguistic framework that has developed from a visual-gestural form of communication rather than a vocal one. Rather than drawing exclusively from an oral, standardised point of view, artistic works such as those of Visual Vernacular performers demonstrate the potential for diverse forms of expression to be integrated within a single composition, challenging the boundaries of compartmentalised practices and theories. The essay utilises exemplary works by these performers to analyse their layered composition. Examining them through a critical lens, it acknowledges the implications of the linguistic influences which distinguish such practices from a hearing cultural context, discussing how visual artistry detached from both a vocal and sign-based structure has become fully emancipated. Within the generative corpus of these performances, spontaneous gestural narration is welcomed both in its artistic autonomy or as integrated into theatrical work.
keywords | Visual Vernacular; Pantomime; Deaf art; Gestural narration.
La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio
(v. Albo dei referee di Engramma)
Per citare questo articolo / To cite this article: Tea Bernardi, Visioni libere. Visual Vernacular e materia espressiva nell'arte sorda, “La Rivista di Engramma” n. 236, giugno 2026.