§ Pontifices minimi. Aby Warburg nel ricordo di Eduard Fraenkel
§ Eduard Fraenkel, Aby Warburg † (1929) | traduzione italiana
§ Eduard Fraenkel, Aby Warburg † (1929) | Deutsche Originalausgabe
Nei mesi successivi all’improvvisa morte di Aby Warburg – stroncato da un infarto il 26 ottobre del 1929 – il cordoglio della comunità intellettuale europea trova espressione nei ricordi pubblicati su quotidiani e riviste (fra gli altri: Panofsky [1929] 2003; Pauli 1929; Saxl [1929] 2004; Giorgetti 1930; Pasquali [1930] 2022; Rougemont [1930] 2024; Waetzoldt 1930; Doren 1931). Amici, collaboratori, uomini di cultura, ne delineano ritratti nei quali la memoria dell’uomo e dello studioso si intreccia con il pronostico – precoce ma sempre saldamente fiducioso – sulla fortuna della sua eredità scientifica. Ciascuna testimonianza restituisce un profilo di Warburg e rivela, insieme, il punto di vista che riflette l’attitudine e gli interessi di chi scrive. Tra queste voci è quella di Eduard Fraenkel, allora titolare della cattedra di filologia classica all’Università di Gottinga, il cui necrologio appare nel dicembre 1929 su “Gnomon”, rivista di studi classici.
Nel breve testo, Fraenkel prende la parola a nome dell’Altertumswissenschaft, della scienza dell’antichità, chiamata a misurare la gravità della perdita e a riconoscere il proprio debito verso uno studioso che, “al di fuori di ogni appartenenza disciplinare”, aveva infuso nuova vitalità nelle ricerche di un’intera comunità scientifica. L’esordio tiene così insieme l’assoluta libertà così come l’ampiezza del suo itinerario intellettuale. Fraenkel individua il principio di questa forza di rinnovamento in quell’interrogativo che, “pur ampliandosi grandiosamente”, ha orientato l’intera ricerca di Warburg:
Come determinare più precisamente la natura dell’influsso dell’Antico – tanto spesso evocato quanto sempre descritto in modo insufficiente – sull’arte italiana del primo Rinascimento e, più in generale, sulle epoche animate da un intenso e peculiare sentimento per la vita?
I nomi di Jacob Burckhardt e Hermann Usener, evocati in apertura, tracciano la duplice genealogia entro la quale Fraenkel colloca questa domanda. Lungo le strade aperte dai due grandi, Warburg rifiuta le strade maestre e sceglie di percorrere i tratti più dissestati. In Burckhardt egli cerca non già il grande storico che verso l’uomo del Rinascimento coltiva “un’acritica esaltazione dell’illimitata libertà conquistata”, ma il rivoluzionario che affida alla storiografia le funzioni di “patologia dello spirito” (Mazzarella [1982] 2023, 46), capace di avvertire le tensioni di un’epoca e di farsi, insieme a Nietzsche, “sismografo sensibilissimo” (Warburg [1927] 2021a). Usener è invece il filologo-filosofo che, volgendo lo sguardo alla moltitudine dei monstra che popolano il cielo e la terra, riconosce il primum movens dell’invenzione linguistica. Il proliferare di sinonimi per dire il mondo si alterna a processi di fusione e condensazione attraverso i quali le presenze divine acquistano una fisionomia distinta e un nome proprio. In questo movimento Warburg trova l’oscillazione, propria della creazione umana che – in eterna tensione – muove tra l’esperienza fobica e magica del mostro e l’esigenza ordinatrice del logos (si veda Usener [1896] 2008).
Quell’Antico che fu per Warburg “potenza dominatrice del pensiero” conserva, nella propria eredità, sonore dissonanze: comprende “le figure classiche della sua alta civiltà” e insieme, come scrive Fraenkel, un “mondo estraneo, e in parte selvaggio, di delirio e di favola”. L’accento cade sulla forza ancora operante di questa eredità: si tratta di un Antico che non è da leggersi come “erudito orpello” ma come “qualcosa di vicino e presente”. L’indagine riguarda dunque la vita delle forme oltre il mondo che le ha prodotte. Estendendo la domanda alle epoche animate da un “intenso e peculiare sentimento per la vita”, Fraenkel lega l’efficacia dell’Antico alle esigenze di chi lo accoglie, alla forza di un sentire proprio. La distanza storica – lo spazio di latenza – fra le immagini ereditate e l’esperienza che le accoglie alimenta il potere immaginifico della loro trasformazione: ogni epoca riconosce in quel patrimonio possibilità espressive che rispondono alle proprie esigenze e, nell’appropriarsene, vi imprime il proprio segno.
Un precedente utile a comprendere questo riconoscimento è Lucan als Mittler des antiken Pathos, la conferenza tenuta da Fraenkel alla Bibliothek Warburg il 18 luglio 1925 e pubblicata nel 1927 nei “Vorträge der Bibliothek Warburg”. La preparazione dell’intervento permette di seguire il confronto dal quale prende forma quella convergenza di interessi. Il 4 aprile 1924 Gertrud Bing invita Fraenkel a tenere una conferenza l’anno successivo (Bing a Fraenkel, 4 aprile 1924, WIA GC). Warburg è ancora ricoverato nella clinica Bellevue di Kreuzlingen, in cura per la crisi psichica che la Prima guerra mondiale gli aveva inflitto; la stessa Bing, insieme a Fritz Saxl, condivide la responsabilità della Biblioteca. Fraenkel accoglie l’invito con gratitudine, a pochi giorni da una visita alla Biblioteca che era stata per lui “come un farmaco” (Fraenkel a Bing, 8 aprile 1924, WIA GC). È Bing ad accompagnare la lettera successiva con alcuni saggi di Warburg, destinati soprattutto a introdurre il filologo al concetto di Pathosformel (Bing a Fraenkel, 25 aprile 1924, WIA GC).
Nell’apertura della conferenza, Fraenkel riconosce a Warburg il merito di aver fatto dell’influsso dell’Antico sulla cultura rinascimentale un problema da indagare, chiedendosi “come sia possibile dimostrarlo al di là dei singoli particolari e renderlo davvero percepibile” (Fraenkel 1927, 229). Dimostrare quell’influsso significa comprendere, attraverso testimonianze determinate, che cosa le forme antiche abbiano reso possibile nell’esperienza di chi le ha riprese. La Pathosformel offre a Fraenkel uno strumento per interrogare questo processo anche nell’oratoria e nella poesia: il ricorso a forme già consegnate alla tradizione prepara e favorisce l’espressione di un contenuto passionale nuovo e proprio, che prende forma attraverso la loro rielaborazione (Fraenkel 1927, 229-230; alla conferenza di Fraenkel su Lucano e ai suoi echi warburghiani è dedicato un contributo di chi scrive, in corso di pubblicazione).
Quando nel necrologio Fraenkel ricorda che Warburg, “al di fuori di ogni appartenenza disciplinare”, era divenuto “fulcro e fonte viva di vita intellettuale e di lavoro scientifico”, il giudizio reca dunque anche un segno di personale gratitudine. Nel debito che Fraenkel riconosce a nome dell’Altertumswissenschaft confluisce l’esperienza diretta: nella conferenza su Lucano, egli aveva orientato al suo lavoro di filologo classico le stesse domande che Warburg aveva posto ai dipinti di Botticelli e Ghirlandaio, mettendo al vaglio quell’accezione mobile e ferace di Nachleben che lo studioso amburghese, nei saggi e nell’attività scientifica della Biblioteca, andava traducendo in una pratica militante.
È da registrare che, per un momento, questa convergenza di interessi avrebbe potuto evolversi in una collaborazione più solida e duratura. Tra la fine del 1924 e l’inizio del 1925, Warburg – intensamente partecipe della politica accademica cittadina – si era adoperato per la chiamata di Fraenkel, allora a Kiel, all’Università di Amburgo, occupandosi anche di procurargli un alloggio adeguato. Il mancato accordo sulle condizioni economiche e abitative aveva però compromesso l’esito delle trattative. Il 30 gennaio Fraenkel comunicava la propria rinuncia: deplorava il contegno delle autorità universitarie, nelle quali ravvisava una disposizione alla contrattazione mercantile, e si rammaricava dell’impegno procurato ad Aby e Mary (Fraenkel a Warburg, 30 gennaio 1925, WIA GC). Nella lettera a Ernst Cassirer del 19 febbraio, Warburg censurava il tono di quella risposta, pur riconoscendo a Fraenkel piena libertà di decisione (Warburg a Cassirer, 19 febbraio 1925, in Il mondo di ieri, 57-58). Ma il rapporto di stima e scambio tra i due non si esaurisce: il 23 marzo, dopo un’intercessione che Fraenkel aveva richiesto a Saxl, Warburg gli confermava che sarebbe stato il benvenuto in casa e che lo attendeva come conferenziere. Gli ricordava, al tempo stesso, quanto il suo trasferimento ad Amburgo avrebbe contribuito a sostenere la posizione ancora difficile della Biblioteca (Warburg a Fraenkel, 23 marzo 1925, WIA GC).
L’amarezza è presto dissipata e, della continuità dello scambio, possiamo leggere altre tracce: nel 1927, al ringraziamento per l’invio dello scritto sull’Astrologia orientalizzante (Warburg [1927] 2019) si accompagna il felice ricordo della visita alla Biblioteca e delle spiegazioni ricevute da Warburg “di fronte alle mappe delle rotte mercantili della mente” (Fraenkel a Warburg, 24 febbraio 1927, WIA GC). Si potrebbe immaginare l’incontro tra i due come iniziazione a quella Kulturwissenschaft, un’occasione di confronto con quel modo di interrogare la trasmissione delle forme antiche che proprio allora andava trovando nuova espressione in Mnemosyne. Lungo quelle rotte l’Atlante avrebbe disposto i materiali di una ricerca capace di incidere sulle consuetudini delle singole discipline.
La volontà di far vivere il proprio pensiero nelle ricerche altrui ritorna nel ricordo funebre di un altro grande filologo, Giorgio Pasquali (un primo studio sul rapporto tra Warburg e Pasquali è in Villani 2009). Warburg, scrive Pasquali, desiderava che i propri pensieri “vivessero e fruttificassero soprattutto nelle menti dei suoi discepoli”, nei quali riconosceva fin dall’inizio collaboratori e futuri successori (Pasquali [1930] 2022, 35-36). È la Biblioteca a dare a tale aspirazione consistenza e continuità, tanto che, nella premessa al progetto delle Gesammelte Schriften – la raccolta di scritti pubblicata postuma nel 1932 – Saxl avrebbe invitato a considerarla insieme agli scritti, perché soltanto dalla loro relazione emergeva l’unità dell’opera warburghiana (GS, I, V). Durante l’assenza di Warburg, ricoverato a Kreuzlingen dal 1921 al 1924, Saxl e Bing avevano curato l’ordinamento dei libri, avviato le pubblicazioni e consolidato i rapporti con l’Università di Amburgo. Attraverso la disposizione dei volumi e le occasioni di discussione, i percorsi di ricerca sedimentati nella raccolta diventavano praticabili da altri studiosi interessati. Al ritorno ad Amburgo, la prima vera azione intellettuale di Warburg redux fu proprio la costruzione della nuova sede nel lotto adiacente alla propria abitazione, in Heilwigstraße 116. Inaugurato nel 1926 grazie al sostegno finanziario della famiglia, l’edificio accoglieva la Kulturwissenschaftliche Bibliothek, la Biblioteca di scienza della cultura (alla storia della Biblioteca Warburg è dedicato il numero monografico di Engramma 198, Warburg Bibliothek). Di questa impresa Fraenkel scrive:
Per certi versi egli era affine per elezione ai suoi amati mercanti fiorentini del Quattrocento, dei quali conosceva fin nei minimi particolari la vita familiare; il palazzo, tuttavia, non lo costruì per sé e per i suoi, bensì per la “Biblioteca di storia della cultura” [“Kulturhistorische Bibliothek”, sic!].
L’appartenenza alla patria amburghese si accordava così con quel non poter “fare a meno dell’ecumene”, che Fraenkel riconosce in Warburg. Un’impresa cresciuta entro la vicenda di una famiglia e di una città assumeva, nelle intenzioni del fondatore, una responsabilità verso la civiltà europea. Nella relazione del 31 dicembre 1927 al Kuratorium della Biblioteca, Warburg la definiva “una torretta corazzata al servizio della riflessione” e la voleva “strumento essenziale per la ricostruzione della civiltà europea” (Warburg [1927] 2021b, 16), nella speranza di ricomporre attraverso lo strenuo lavoro della conoscenza una civiltà ferita dalla guerra (un’analoga, commovente fiducia avrebbe sostenuto Bing nella Londra della Seconda guerra mondiale).
Nel necrologio, questa impresa rimane congiunta all’esperienza più intima di Warburg. Le forme demoniache che agiscono sul “continente del nostro spirito” esercitavano su di lui una potenza avvertita immediatamente dentro di sé. La ricerca sull’influsso dell’Antico come “storia di fantasmi per adulti” (Grundbegriffe, I, f. 3) infesta la vita di chi questa ricerca pratica – e la distanza necessaria a comprenderne le forze deve essere conquistata anche entro questa pericolosa esposizione. Pasquali avrebbe spinto il riconoscimento di tale prossimità fino a scrivere che “la malattia fu in un certo senso la continuazione della sua ricerca scientifica” (Pasquali [1930] 2022, 51). Fraenkel evoca con discrezione gli anni dolorosi della malattia (“anni difficili”) e indugia sulla luce del soggiorno romano, fatto di “felici mesi di ricerca e di accresciuta gioia creativa”. Il viaggio in Italia, tra il settembre 1928 e il giugno 1929, aveva offerto all’Atlante in fieri nuovi documenti e occasioni di verifica. Il 10 febbraio 1929 Warburg registra nel diario l’allestimento di Mnemosyne su due supporti di iuta: “Ora si ha una visione d’insieme di tutta l’architettura da Babilonia fino a Manet: così la si può sottoporre a una critica spietata” (GS Tagebuch, 404). Gli incontri e i luoghi visitati entravano nell’elaborazione di un’opera nella quale confluivano le ricerche di una vita. Nelle lettere di Bing, quella stagione si prolunga nei mesi successivi al ritorno: la felicità italiana rimane inseparabile dal vigore del pensiero, dalla pienezza delle capacità di lavoro. Il 25 novembre 1929, scrivendo a Ulrich Middledorf, Bing riconosceva negli ultimi nove mesi “un’epoca di felicità così pura” quale le sembrava che quella “vita eroica” avesse conosciuto soltanto allora (Bing a Middledorf, 25 novembre 1929, WIA GC).
La morte interrompe questa stagione e restituisce al ricordo la singolarità di una presenza. Fraenkel accosta “uno spirito illuminante” a una “bontà piena di calore”: l’intelligenza delle questioni e l’attenzione per chi le poneva appartenevano alla stessa esperienza. Pasquali ricorda la “calda umanità” con cui Warburg accoglieva i giovani e procurava loro lavoro scientifico retribuito, associandoli all’impresa della Biblioteca. Nelle conferenze parlava davanti alle immagini, si rivolgeva a un ascoltatore del quale conosceva gli interessi, intrecciava l’arguzia al ragionamento (Pasquali [1930] 2022, 49-50).
Il desiderio di raggiungere “grandi forme di comunità”, di fronte alla dispersione del mondo meccanizzato e alla “necessaria solitudine della ricerca”, si attuava nella consuetudine di questi rapporti. “Essa continuerà a vivere”: Fraenkel assicura, consolandosi di una continuità sostenuta dalla famiglia e dalla dedizione dei collaboratori, e continua “ma ora, ancora recente la perdita, il pensiero di questa grande creazione di Warburg, per quanto consolante, non può bastare”. Il congedo torna allora alla voce di Warburg, al nome con cui amava designare sé stesso e i propri compagni: il Collegium dei pontifices minimi. In quella formula si raccoglie una storia di collaborazione che precede il necrologio e ne sostiene l’auspicio. Già nella lettera a Gustav Pauli del 10 ottobre 1918, Warburg aveva giocato sul titolo chiamando il principe Max di Baden, pontifex Max, alla guida dei pontifices minimi nei quali riponeva la speranza di ricomporre le divisioni della Germania (Warburg a Pauli, 10 ottobre 1918, WIA GC).
Il 24 ottobre 1924, introducendo la conferenza di Karl Reinhardt sulle Metamorfosi di Ovidio, Warburg aveva evocato il “collegio dei piccoli costruttori di ponti”. A Cassirer riconosceva il merito di averlo aiutato a innalzare “una nuova, ampia arcata – dall’animale che afferra all’uomo che comprende per concetti – sopra il fiume Lete” (Warburg [1924] 2021, 511; si veda Stimilli 2010, 161-162). Un progetto che si alimenta del concorso di competenze diverse, della disponibilità di ciascuno a riconoscere nel sapere altrui una condizione del proprio lavoro che può essere veramente efficace, continua Warburg: “solo quando come antenne siamo collettivamente capaci di ricevere e quindi di trasmettere con nitidezza talune questioni” (Warburg [1924] 2021, 510).
All’importanza della collaborazione torna la lettera a Binswanger del 6 ottobre 1926. Descrivendo le ricerche sulle immagini astrologiche, Warburg parla di “un ponte” che “io e Saxl costruiamo da anni in compagnia di altri colleghi”, sul quale seguire le migrazioni dei simboli astrali attraverso i millenni (Warburg a Binswanger, 6 ottobre 1926, in Stimilli 2005, 218). La rappresentazione della ricerca come lavoro comune trova un termine di confronto nell’“officina” alla quale Warburg invita gli ascoltatori della conferenza su Ghirlandaio alla Bibliotheca Hertziana, il 19 gennaio 1929. Presentandosi come “semplice operaio”, offre le serie di immagini alla loro “partecipazione critica” (Warburg [1929] 2021, 683). Il confronto continuava negli incontri privati all’Hotel Palace, dove Warburg invitava studiosi del milieu internazionale romano a discutere davanti ai materiali figurativi che andava ordinando con Bing: il lavoro all’Atlante procedeva anche – e forse soprattutto – attraverso questa consuetudine dialettica.
È alla luce di tale pratica della ricerca che acquistano rilievo le parole conclusive di Fraenkel:
Al di là delle insensate divisioni, egli desiderava gettare ponti sacri; così, con quella arguzia esuberante e aggraziata che, inesauribile, da lui erompeva, amava definire sé stesso e i propri compagni il Collegium dei pontifices minimi. E anche in questo simbolo rimane forse qualcosa della sua essenza.
Nel nome dei pontifices minimi torna l’etimologia proposta da Varrone, che riconduceva il nome dei pontefici a pons, attribuendo loro la costruzione e i successivi restauri del ponte Sublicio (De lingua Latina, V, 83). L’ironia di minimi, in controcanto al titolo di pontifex maximus, riporta la solennità del compito alla misura di chi lo assume: Fraenkel affida a quel nome la possibilità di custodire qualcosa dell’uomo, dell’arguzia con cui aveva saputo esprimere il senso del loro lavoro, di un Warburg che prende posto accanto ai compagni, nella responsabilità condivisa della ricerca.
Ringrazio Salvatore Settis per aver segnalato il necrologio di Warburg scritto da Eduard Fraenkel e il riferimento ai pontifices minimi, e Monica Centanni per avermi invitato a riflettere sul significato di questa formula.
Bibliografia
Abbreviazioni ed edizioni usate
- AWM I
A. Warburg, Astrologica. Saggi e appunti 1908-1929, a cura di M. Ghelardi, Torino 2019. - AWM II
A. Warburg, Fra antropologia e storia dell’arte. Saggi, conferenze e frammenti, a cura di M. Ghelardi, Torino 2021. - Grundbegriffe
WIA III.102.3. - GS
A. Warburg, Gesammelte Schriften, Die Erneuerung der heidnischen Antike. Kulturwissenschaftliche Beiträge zur Geschichte der europäischen Renaissance, hrsg. von der Bibliothek Warburg, unter Mitarbeit von F. Rougemont, hrsg. von G. Bing, Leipzig/Berlin 1932. - GS Tagebuch
A. Warburg, Tagebuch der Kulturwissenschaftlichen Bibliothek Warburg, hrsg. von K. Michels, C. Schoell-Glass, Berlin 2001. - Il mondo di ieri
A. Warburg, E. Cassirer, Il mondo di ieri. Lettere (1923-1929), a cura di M. Ghelardi, Torino 2003. - WIA
Warburg Institute Archive, London. - WIA GC
Warburg Institute Archive, London. General Correspondence.
Scritti di Aby Warburg
- Warburg [1924] 2021
A. Warburg, A proposito della conferenza di Karl Reinhardt sulle “Metamorfosi” di Ovidio [Zum Vortrage von Karl Reinhardt über “Ovids Metamorphosen” in der Bibliothek Warburg am 24. Oktober 1924, WIA III.92.3.1], in AWM II, 509-515. - Warburg [1927] 2019
A. Warburg, Astrologia orientalizzante [Orientalisierende Astrologie, Wissenschaftlicher Bericht über den Deutschen Orientalistentag Hamburg vom 28. September bis 2. Oktober 1926, veranstaltet von der Deutschen Morgenländischen Gesellschaft, Leipzig 1927, 5-8], in AWM I, 367-380. - Warburg [1927] 2021a
A. Warburg, Burckhardt e Nietzsche [Burckhardt-Übungen, Notizen für ein Sommerseminar, August 1927, WIA III.113.2.3], in AWM II, 88-93. - Warburg [1927] 2021b
A. Warburg, Da arsenale a laboratorio [Vom Arsenal zum Laboratorium, Vortrag zur Kuratoriumssitzung KBW, Dezember 1927, WIA III.2.3.1.1.1], in AWM II, 3-20. - Warburg [1929] 2021
A. Warburg, L’Antico romano nella bottega di Ghirlandaio [Die römische Antike in der Werkstatt Ghirlandajo’s, Vortrag, Biblioteca Hertziana, Roma, Januar 1929, WIA III.115.1.1-2], in AWM II, 683-712.
Riferimenti bibliografici
- Doren 1931
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E. Fraenkel, Lucan als Mittler des antiken Pathos, “Vorträge der Bibliothek Warburg” IV (1924-1925), Leipzig/Berlin 1927, 229-257. - Giorgetti 1930
A. Giorgetti, Aby Warburg, “Archivio Storico Italiano” 88 (1930), 341-344. - Mazzarella [1982] 2023
A. Mazzarella, Aby Warburg. Per una genealogia del Rinascimento, “La Rivista di Engramma” 199 (febbraio 2023), 45-55. - Panofsky [1929] 2003
E. Panofsky, In memoria di Aby Warburg [Professor A. Warburg †, “Hamburger Fremdenblatt” (28 ottobre 1929)], in A. Warburg, E. Cassirer, Il mondo di ieri. Lettere, a cura di M. Ghelardi, Torino 2003, 121-126. - Pasquali [1930] 2022
G. Pasquali, Ricordo di Aby Warburg [“Pegaso” II/4 (aprile 1930), 484-495], in M. Centanni (a cura di), Warburg e il pensiero vivente, Dueville 2022, 35-52. - Pauli 1929
G. Pauli, In memory of Professor Aby Warburg 1866–1929, “Hamburg-Amerika-Post” 1 (1929), 346-348. - Rougemont [1930] 2024
F. Rougemont, Aby Warburg, una scientifica “bibliofilia” [Aby Warburg und die wissenschaftliche Bibliophilie, “Imprimatur” I (1930), 11-17], a cura di G. Calandra di Roccolino, M. Centanni, “La Rivista di Engramma” 211 (aprile 2024), 160-164. - Saxl [1929] 2004
F. Saxl, Discorso di commemorazione di Aby Warburg [Rede gehalten bei der Gedächtnis-Feier für Professor Warburg am 5. Dezember 1929, WIA I.10.8.1], a cura di M. Vinco, “aut aut” 321-322 (maggio-agosto 2004), 161-172. - Stimilli 2005
D. Stimilli (a cura di), A. Warburg, L. Binswanger, La guarigione infinita, Vicenza 2005. - Stimilli 2010
D. Stimilli, Aby Warburg’s Pentimento, “The Yearbook of Comparative Literature” 56 (2010), 140-175. - Usener [1896] 2008
H. Usener, I nomi degli dei [Götternamen: Versuch einer Lehre von der religiösen Begriffsbildung, Bonn 1896], a cura di M. Ferrando, Brescia 2008. - Villani 2009
T. Villani, Mezzi e mediatori della diffusione in Italia delle ricerche warburghiane. Un caso esemplare: Giorgio Pasquali, in C. Cieri Via, M. Forti (a cura di), Aby Warburg e la cultura italiana. Fra sopravvivenze e prospettive di ricerca, Milano 2009, 103-121. - Waetzoldt 1930
W. Waetzoldt, In Memoriam Aby Warburg, “Mitteilungen des Kunsthistorischen Institutes in Florenz” 3/5 (luglio 1930), 197-200.
Aby Warburg †
Eduard Fraenkel
“Gnomon” 5, 12 (Dezember 1929), 687-688.
Al pari di tanti altri campi del sapere, anche la scienza dell’antichità ha profonde ragioni di ricordare, con dolore e gratitudine, l’uomo che, al di fuori di ogni appartenenza disciplinare, era divenuto fulcro e fonte viva di vita intellettuale e di lavoro scientifico, quale ben di rado s’era conosciuto fra noi.
Aby Warburg, allievo di Burckhardt – e profondamente segnato anche dalla potente influenza di Usener – orientò fin da principio la ricerca verso una questione che, pur ampliandosi grandiosamente, rimase per tutta la vita la sua domanda di ricerca: come determinare più precisamente la natura dell’influsso dell’Antico – tanto spesso evocato quanto sempre descritto in modo insufficiente – sull’arte italiana del primo Rinascimento e, più in generale, sulle epoche animate da un intenso e peculiare sentimento per la vita?
E da quel momento l’antichità greco-romana, con le figure classiche della sua alta civiltà e con tutto quel mondo estraneo, e in parte selvaggio, di delirio e di favola, che era penetrato nel vasto dominio dell’ellenismo, fu una potenza dominatrice del suo pensiero – non come semplice sfondo o erudito orpello, come avvenne per molti esponenti delle discipline storiche – bensì come qualcosa di vicino e presente. L’azione di quelle forme demoniache, alle quali il continente del nostro spirito non può sottrarsi, quell’uomo appassionato l’avvertiva immediatamente in sé.
È bello e significativo che a colui che era intimamente legato alla sua patria amburghese e che al tempo stesso non poteva fare a meno dell’ecumene, sia stato concesso – dopo anni difficili, e poco prima della fine – di trascorrere proprio a Roma lunghi e felici mesi di ricerca e di accresciuta gioia creativa.
*
Per certi versi egli era affine per elezione ai suoi amati mercanti fiorentini del Quattrocento, dei quali conosceva fin nei minimi particolari la vita familiare; il palazzo, tuttavia, non lo costruì per sé e per i suoi, bensì per la “Biblioteca di storia della cultura” [“Kulturhistorische Bibliothek”, sic!].
Ciò che questa Biblioteca ha realizzato con i suoi tesori librari presentati in modo esemplare e con le brillanti serie delle “Vorträge” e degli “Studien”, e quanto di tutto ciò abbia giovato anche agli studi sull’antichità, è cosa nota. Essa continuerà a vivere; lo garantiscono il grande spirito di famiglia che l’ha sostenuta fin dall’inizio, e la fervente dedizione dei collaboratori.
Ma ora, ancora recente la perdita, il pensiero di questa grande impresa di Warburg, per quanto consolante esso sia, non può bastare.
Coloro che l’hanno conosciuto piangono un uomo mirabile, nel quale uno spirito illuminante si univa a una bontà piena di calore; un uomo che, pur così aperto al presente, era animato nel profondo da un potente desiderio di spingersi oltre la confusione di un mondo meccanizzato e la necessaria solitudine della ricerca, per procedere verso grandi forme di comunità.
Al di là delle insensate divisioni, egli desiderava gettare ponti sacri; così, con quella arguzia esuberante e aggraziata che, inesauribile, da lui erompeva, amava definire sé stesso e i propri compagni il Collegium dei pontifices minimi. E anche in questo simbolo durerà forse qualcosa della sua essenza.
Ed. Fr.
Mit so vielen anderen hat auch die Altertumswissenschaft tiefen Grund in Trauer und Dankbarkeit des Mannes zu gedenken, der abseits von jeder Zunft ein Mittel- und Quellpunkt geistigen Lebens und wissenschaftlicher Arbeit geworden war wie man seinesgleichen bei uns kaum gekannt hatte.
Aby Warburg, der Burckhardtschüler, der auch Useners mächtige Wirkung erfuhr, gab seinem Forschen sogleich die Richtung auf eine Frage, die dann, in großartiger Erweiterung, Zeit seines Lebens seine Frage geblieben ist: wie war das Wesen des vielberufenen, aber immer nur unzulänglich beschriebenen Einflusses der Antike auf die italienische Kunst der Frührenaissance und überhaupt auf Zeiten von starkem eigenen Lebensgefühl genauer zu bestimmen?
Und fortan war das griechisch-römische Altertum mit den klassischen Gestalten seiner Hochkultur wie mit all dem fremden und zum Teil wüsten Wahn- und Fabelwesen, das in die weiten Bezirke des Hellenismus eingegangen war, eine sein Denken beherrschende Macht, nicht Hintergrund nur oder gelehrtes Requisit wie für viele Vertreter historischer Disziplinen, sondern etwas nah Gegenwärtiges: die Wirkung jener dämonischen Formen, denen der Kontinent unseres Geistes nun einmal nicht zu entrinnen vermag, spürte der leidenschaftliche Mann unmittelbar in sich.
Es ist schön und sinnvoll, daß der mit seiner hamburgischen Heimat innig Verbundene und dabei ständig auf die Oikumene Angewiesene nach schlimmen Jahren noch kurz vor dem Ende gerade in Rom lange beglückte Monate des Sammelns und gesteigerter Schaffensfreude verbringen durfte.
*
In manchem war er seinen geliebten, ihm bis in die letzten Daten des Familienlebens vertrauten Florentiner Kaufleuten des Quattrocento wahlverwandt, den Palazzo aber baute er nicht für sich und die Seinen, sondern für die “Kulturhistorische Bibliothek”.
Was diese Bibliothek mit ihren vorbildlich dargebotenen Bücherschätzen und der glänzenden Reihe der “Vorträge” und “Studien” geleistet hat und wieviel davon auch der Altertumswissenschaft zugutegekommen ist, das ist bekannt.
Sie wird dauern; dafür bürgt der großartige Familiensinn, der sie von Anfang an getragen hat, und die begeisterte Treue der Mitarbeiter.
Aber jetzt, nach dem frischen Verlust, kann der Gedanke an diese große Schöpfung Warburgs, so tröstlich er ist, nicht genügen.
Die ihn gekannt haben, trauern um einen wunderbaren Menschen, in dem erleuchtender Geist sich mit wärmender Güte verband und den, so aufgeschlossen er dem Gegenwärtigen war, in der Tiefe eine gewaltige Sehnsucht trieb aus den Zerfahrenheiten einer mechanisierten Welt und der notwendigen Vereinzelung des Forschens zu großen Gemeinsamkeiten vorzudringen.
Über das sinnlos Trennende hinweg wünschte er geweihte Brücken zu schlagen; so nannte er mit dem übermütigen und graziösen Witz, der ständig funkelnd aus ihm hervorbrach, gern sich und seine Genossen das Collegium der pontifices minimi. Auch in diesem Symbol mag etwas von seinem Wesen dauern.
Ed. Fr.
Published in “Gnomon” shortly after Aby Warburg’s death in October 1929, Eduard Fraenkel’s obituary combines an acknowledgement of classical scholarship’s debt to Warburg with a personal recollection of the scholar and his community. This essay examines the obituary in relation to the correspondence between Fraenkel and Warburg and to Fraenkel’s 1925 lecture, Lucan als Mittler des antiken Pathos, as evidence of their shared research interests. Particular attention is given to the concluding formula, Collegium der pontifices minimi, and to the images of bridge-building through which Warburg described intellectual collaboration. The obituary emerges as a testimony to the connection between individual research, scholarly exchange and the continuing work of the Bibliothek Warburg. An Italian translation accompanies the German text.
keywords | Aby Warburg; Eduard Fraenkel; Gertrud Bing; Bibliothek Warburg; Gnomon; Nachleben; Classical Philology; pontifices minimi.
La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio
(v. Albo dei referee di Engramma)
Per citare questo articolo / To cite this article: G. Zanon, Pontifices minimi. Aby Warburg nel ricordo di Eduard Fraenkel (1929), “La Rivista di Engramma” n. 239, settembre 2026.