"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

196 | novembre 2022

97888948401

Il viaggio dell’architetto

Editoriale di Engramma n. 196

Fernanda De Maio, Christian Toson

English abstract

“Al momento dell’imbarco fate che abbia cura di non portarsi in viaggio sé stesso.
Molti uomini – dice Seneca – non ritornano migliori di come sono partiti perché si portano con sé nel viaggio”
Richard Lassels, The Voyage of Italy, Paris 1670
(citato in Leed [1991] 1992, 66)

Quando abbiamo proposto ad amici studiosi e architetti di contribuire a un volume di “Engramma” sul viaggio degli architetti, abbiamo incontrato una certa resistenza verso un argomento già ampiamente trattato in tanti numeri di riviste e in saggi. È da quella resistenza che è scaturito un seminario sul tema, attraverso il quale abbiamo raccolto le idee e gran parte delle proposte di articoli che costruiscono la trama di questo numero. Abbiamo incontrato poi il libro di Eric J. Leed, La mente del viaggiatore [The Mind of the Traveler, New York 1991] (Bologna 1992) che ha fatto da faro all’impostazione generale che nelle righe che seguono riassumiamo. 

Il viaggio di architettura ha sempre avuto uno statuto speciale nella nostra cultura. Ogni architetto prima o poi deve viaggiare, per vedere le architetture che conosce, per seguire le tracce di un maestro, per ricercare, da studioso. Quali che siano i motivi, sembra il viaggio sia una dimensione imprescindibile del fare architettura. Eppure, c’è da chiedersi perché oggi, con gli strumenti che ci consentono di accedere a grandi quantità di immagini e informazioni sui luoghi e gli edifici ai quali siamo interessati, il viaggio sia ancora considerato così importante. Nella nostra contemporaneità, infatti, il viaggio parrebbe aver perso gran parte della sua componente avventurosa, di scoperta dell’alterità, di visione dell’ignoto.

I viaggi degli architetti sono documentati ampiamente ormai da oltre due secoli a questa parte, sovrapponendosi gli uni sugli altri. Ciascun viaggio non sembra aggiungere nulla alla conoscenza dei luoghi e degli oggetti verso cui è diretto; piuttosto, è l’espressione di un particolare tipo di narrazione dello stesso architetto. Questo numero di “Engramma” intende portare alla luce i meccanismi della narrazione, mettendo seriamente in discussione il mito del viaggio dell’architetto, ovvero il racconto in forma prosopoprafica o addirittura agiografica, come ‘viaggio iniziatico’, come ‘pellegrinaggio’, come suprema fonte di ‘ispirazione creativa’. 

A introdurci in questo percorso è il contributo di Alberto Ferlenga, Ciò che il disegno non può raccontare, che si apre con un’immagine di Emilio Isgrò – un’immagine provocatoriamente ammutolita, in cui i toponimi sono cancellati ad arte, a indicarci che quello che si impara o si sente veramente in un viaggio non può essere riportato direttamente, se non come appunto o promemoria; ma i viaggi portano comunque con sé al rientro disegni, schizzi, fotografie; o portano intenzioni di disegni e di schizzi – le fotografie invece sono immancabili – che assumono un valore iconico per il solo fatto di essere prodotti durante il viaggio o a immediato ridosso dal suo compimento. Il disegno di viaggio, così popolare nelle pubblicazioni e nelle monografie di architettura, non dovrebbe essere considerato per la sua capacità di descrivere il ‘vero’ e nelle sue segrete corrispondenze con i progetti futuri dell’architetto, ma piuttosto per il rapporto che ha in un particolare momento della sua formazione.

È in questo frangente che emerge una riflessione sui mezzi del racconto, che quasi sempre è auto-narrazione. I viaggi-racconto molto spesso sono l’occasione per ridiscutere i fondamenti della propria disciplina, e rifondare le scuole. È il caso celebre dei viaggi intrapresi da Francisco Keil do Amaral e Fernando Távora, la mappatura di un Portogallo ante do Siza che sarà prodromica dell’architettura portoghese di grande successo internazionale. Ma è anche il caso, meno noto, dei primi viaggi degli architetti sovietici in Europa dopo gli anni di Stalin, descritti nel contributo di Christian Toson Esperienza soggettiva e racconto collettivo. Architetti sovietici in viaggio (1954-1964). I viaggiatori sovietici per la prima volta dopo molti anni sono in grado di visitare personalmente, senza mediazioni, un altro mondo. Nella momentanea libertà data dalla condizione di transito, gli architetti sono in grado di ritagliarsi uno spazio di libertà, e nello stesso tempo incorrono in quelle che Leed definisce le trasformazioni dell’individuo e della stessa realtà vista e restituita nei report di viaggio, passando per la dissimulazione e per “il diritto di mentire” che contrassegna ogni vero viaggio in un altrove (Leed [1991] 1992, 267). Il distacco fra l’esperienza vissuta e l’esperienza mediata è l’inizio di un nuovo percorso intellettuale, che cambierà per sempre la storia dell’architettura sovietica.

L’essere-in-viaggio significa disponibilità ad aprirsi, a cogliere il mondo in modi nuovi; ma significa anche restituire questa esperienza sulla carta, mediandola intellettualmente. Del mare di carta prodotto da Ettore Sottsass, uno dei più prolifici architetti-scrittori-viaggiatori del nostro secolo, si occupa l’intervento di Marco Scotti Ettore Sottsass, il viaggio e l’archivio: racconto e viaggio si intersecano costantemente nella vita dell’architetto, che colleziona e ordina in maniera quasi ossessiva un archivio immenso, quasi a sfidare, con l’eccesso di pubblicazioni, lo statuto del viaggio stesso.

Il racconto del viaggio procede di pari passo con il racconto della propria vita e questo binomio è particolarmente evidente nella storia di Lina Bo Bardi, raccontata da Daniele Pisani in Sola andata. Lina Bo Bardi in Brasile (1946-). Sembra che sia l’architetto stesso ad assegnare un ruolo decisivo al viaggio, prima scegliendo le proprie mete, poi dando significato all’esperienza. Una tenace costruzione della propria personalità e della propria cultura che ha compiuto Lina Bo Bardi, a partire da quello che all’inizio si configurava come poco più di un viaggio di nozze, e che nella narrazione a posteriori venne raccontato come la scelta di trasferirsi in un’altra cultura, al punto da sostenere di essere brasiliana come e più dei brasiliani per nascita.

Similmente, del viaggio ha fatto il manifesto della propria vita Bernard Rudofsky, come racconta Alessandra Como in I viaggi di Bernard Rudofsky e la collezione di immagini. A partire da un’inquieta insoddisfazione, l’architetto naturalizzato statunitense trasforma la sua condizione di migrante in quella di viaggiatore e costruisce la sua esistenza e la sua visione dell’architettura a partire dai numerosissimi viaggi che compie alla scoperta dell’architettura vernacolare. Una raccolta asistematica, per frammenti, che diventa costituiva della sua vita, al punto da fargli dichiarare di sentirsi una displaced person. Il viaggio, quando è un viaggio vero, produce sradicamento, si configura soprattutto come perdita (Leed [1991] 1992, 42-53). Ma allo stesso tempo è nella perdita che il viaggio acquista il suo valore, per la sua azione purificatrice capace di ricondurre l’individuo alla sua essenza.

Daniela Ruggeri in André Ravéreau architetto viaggiatore: scoperta, indagine e proiezione dell’‘altro Mediterraneo’ ci parla di un giovane e sradicato Ravéreau che, dopo aver vissuto la guerra, lascia Parigi e viaggia in Algeria. Come nel caso di Bo Bardi sarà l’inizio di un processo di appropriazione e ibridazione culturale che caratterizzerà tutto il suo lavoro di ricerca con l’Atelier d’Études et de Restauration de la Vallée du M’Zab. Nato come viaggio sulle orme di Le Corbusier, diventerà l’esperienza che definirà la sua esistenza come architetto.

Siamo tutti prigionieri, in qualche modo, del viaggio lecorbuseriano, che non è altro che un’accattivante riproposizione moderna del viaggio romantico, viaggio hessiano alla scoperta di sé stessi e del mondo come vorremmo e come ce lo immaginiamo. Sulle tracce del maestro si muove anche Dolf Schnebli, come raccontano Isotta Forni e Luisa Smeragliuolo Perrotta in “Food for thought”. Il viaggio lento da Venezia all’India di Dolf Schnebli (1928-2009): “Il mio viaggio lento verso l’India è stato sotto molti aspetti la mia preparazione spirituale per cercare di capire la nuova città progettata da Le Corbusier”. Questo pellegrinaggio formativo, tuttavia, porterà a un percorso completamente indipendente dell’architetto svizzero, che avrà un forte impatto sulle generazioni di studenti delle quali sarà docente. Il viaggio resterà sempre e comunque sullo sfondo, un palinsesto in continuo mutamento prodotto giocando e riassemblando quei photosketches raccolti quando aveva ventott’anni.

Un altro tipo di schizzi sono quelli di Flavia Vaccher, In viaggio nella mia Africa. Intrecci, corrispondenze, luoghi e tempi, che, cerca, attraverso il ridisegno delle architetture del Senegal, Benin e Togo, di intersecare il suo percorso con quello di architetti artisti come Patrick Dujarric, Alan Richard-Vaughan o Demas N. Nwoko, per indagare l’espace métisse, un concetto che, come per Bo Bardi e Ravérau, porta in sé l’idea di adattamento e al contempo di re-invenzione, ibridazione, sovrapposizione.

I materiali che corredano questo numero possono essere letti anche come una serie di ‘lezioni’ sul viaggio. Il contributo Mario Praz, viaggiatore antiromantico dello storico d’architettura Guido Zucconi, qui proposto in versione italiana, presenta il modo in cui lo studioso di arte e letteratura neoclassica mira a destrutturare il viaggio, disvelando stereotipi e luoghi comuni del turismo che solitamente appaiono corredati della loro versione più banale, ovvero il souvenir – immagini, cartoline, letteratura di viaggio che hanno una lunga storia. Di questo tema parla anche il libro Viaggi a Oriente. Fotografia, disegno, racconto, presentato da Anna Ghiraldini, che tratta del lavoro dello storico dell’arte Arturo Carlo Quintavalle, il cui maggior merito agli occhi degli architetti è stato quello di aver raccolto nell’arco di più di cinquant’anni una delle più vaste collezioni di archivi del moderno tra architettura, storia dell’arte, fotografia. L’autore mette in luce come le sensazioni tipiche del viaggiatore moderno – l’irritazione, la noia, la delusione e persino la rabbia nei confronti di una società di viaggiatori globale dove non c’è più spazio per un’esperienza ‘autentica’ – abbiano origini lontane e possano dare vita a collezioni importanti per la storia della cultura. Ancora intorno alle origini del mito moderno del viaggio dell’architetto è la selezione di brani da Schinkel: A Meander through his Life and Work di Kurt W. Forster, dove si presentano due viaggi in due momenti della formazione del celebre architetto tedesco. In questo caso a essere interessante è lo sguardo eccentrico, influenzato dalle scienze naturali e dalla consapevolezza dell’esistenza di un tempo della natura, fin negli strati più profondi della geologia, che è necessario esplorare.

Molto diverse sono invece le immagini di un architetto in guerra, un viaggio questa volta involontario, scattate da Enrico Peressutti in URSS nel 1941, pubblicate nel libro Enrico Peressutti. URSS 1941 a cura di Alberto Saibene e Serena Maffioletti, presentato da Paola Virgioli. Qui non è il turista, ma il soldato a farci vedere i luoghi, senza mai perdere il suo sguardo di architetto. E forse, proprio perché l’esperienza non è costruita a priori, il viaggio e le immagini acquistano un’autenticità rara. Questo ci fa pensare che, probabilmente, il viaggio dell’architetto ha veramente qualcosa di diverso: che non sia un semplice viaggio intellettuale, ma possa godere di uno statuto autonomo.

A chiudere questo numero, la presentazione di un ritratto ambiguo di città, Napoli Scontrosa di Davide Vargas presentato da Fernanda De Maio. Narrazioni e descrizioni dei luoghi della città letteraria si susseguono secondo una logica di scarti: promuovendo l’instabilità del lettore e sfocando la struttura morfologica di Napoli, Vargas ci mostra come oggi l’architetto possa viaggiare costruendo da sé i labirinti che intende percorrere.

English abstract

The focus of this issue of Engramma no. 196, “Il viaggio dell’architetto”, edited by Fernanda De Maio and Christian Toson, is on the narratives of architects’ journeys and questions their myth as initiatory journeys, as pilgrimages, or as supreme sources of creative inspiration. Alberto Ferlenga’s contribution, Ciò che il disegno non può raccontare (What Drawing Cannot Tell), concentrates on travel drawing, widespread in architectural publications and monographs. Architects’ sketches and drawings are questioned not for their ability to describe reality and their secret correspondences with future projects, but rather for the relationship they have with a specific moment in their training. In Esperienza soggettiva e racconto collettivo. Architetti sovietici in viaggio (1954-1964) (Subjective Experience and Collective Narrative. Soviet Architects Abroad (1954-1964)), Christian Toson describes the first trips of Soviet architects to Europe in the post-Stalin era, when they were finally allowed to see Western architecture. In Ettore Sottsass, il viaggio e l’archivio (Ettore Sottsass, the journey and the archive), Marco Scotti deals with one of the most prolific architects-writers-travellers of our century, Ettore Sottsass. Storytelling and travel constantly intersect in the life of the architect, who almost obsessively collected and ordered an immense archive. The tale of a journey goes hand in hand with the tale of one's own life, and this combination is particularly evident in the story of Lina Bo Bardi, told by Daniele Pisani in Sola andata. Lina Bo Bardi in Brasile (1946-) (One way ticket. Lina Bo Bardi in Brazil (1946-)). Bo Bardi built up her own personality starting from what at the beginning was little more than a honeymoon trip, although her retrospective narration recounts it as the choice to move to another culture. Similarly, Bernard Rudofsky transformed travelling into the manifesto of his life, as Alessandra Como argues in her paper I Viaggi di Bernard Rudofsky e la collezione di immagini (The Travels of Bernard Rudofsky and his Image Collection). The naturalised American architect shaped his existence and his vision of architecture according to his numerous journeys – a fragmentary collection which became part of his life, to the extent that he defined himself as “a displaced person”. In André Ravéreau architetto viaggiatore: scoperta, indagine e proiezione dell’’altro Mediterraneo’ (André Ravéreau architect traveller: discovery, investigation and projection of the 'other Mediterranean') Daniela Ruggeri describes a young and uprooted Ravéreau, who after experiencing the war, leaves Paris and travels to Algeria. Originating in the footsteps of Le Corbusier, his journey will eventually define his existence as an architect. As Isotta Forni and Luisa Smeragliuolo Perrotta explain in “Food for thought”. Il viaggio lento da Venezia all’India di Dolf Schnebli (1928-2009) ('Food for thought'. The slow journey from Venice to India by Dolf Schnebli (1928-2009)), Dolf Schnebli also follows Le Corbusier’s footsteps. His formative pilgrimage will always remain in the background as a palimpsest, though leading to a completely independent path, which will have a strong impact on generations of students. In In viaggio nella mia Africa. Intrecci, corrispondenze, luoghi e tempi (Travelling in my Africa. Interweaving, correspondences, places and times), Flavia Vaccher sketches the architecture of Senegal, Benin and Togo by intersecting the works of artist-architects such as Patrick Dujarric, Alan Richard-Vaughan, or Demas N. Nwoko. She investigates the espace métisse – a concept that brings together the idea of adaptation and at the same time re-invention, hybridisation, and overlapping. Guido Zucconi’s Mario Praz, viaggiatore antiromantico (Mario Praz, an anti-romantic traveller) explores Praz’s travel literature by emphasising his tendency to bring out the spirit of places. Praz’s eye for architecture, urban landscapes, and tourist highlights, as well as for the tourists themselves, reveals his idea of travelling as a renegotiation of stereotypes. Anna Ghiraldini reviews Arturo Carlo Quintavalle’s Viaggi a Oriente. Fotografia, disegno, racconto (Travels to the East. Photography, drawing, story) and highlights how the typical feelings of modern travellers – irritation and disappointment towards a global society where there is room for authentic experiences – have distant origins and can give rise to important collections for the history of culture. Christian Toson’s selection of excerpts from Schinkel: A Meander through his Life and Work by Kurt W. Forster goes back to the origins of the modern myth of the architect's journey and presents two moments in the German architect's education. Paola Virgioli reviews the book Enrico Peressutti. URSS 1941, edited by Alberto Saibene and Serena Maffioletti. The book presents the war photos taken by Peressutti in the USSR in 1941. It is not the tourist, but the soldier who shows us the places, without ever losing his architect’s eye. The last contribution in the issue is an ambiguous portrait of Naples. Fernanda De Maio reviews Napoli Scontrosa by Davide Vargas by highlighting a narrative that proceeds through discarding and deviation. De Maio suggests how in Vargas’ view today’s architects can move through the labyrinths they themselves build.

keywords | Architect’s journey; Architect’s travel; Travel Images; Travel Writings; Archtect’s Gaze; Soviet Architecture; Thaw Era; Ivan Zholtovsky; Ettore Sottsass jr.; Lina Bo Bardi; Bernard Rudofsky; André Ravéreau; M’zab Architecture; Dolf Schnebli; African Architecture; métissage; Mario Praz; Karl F. Schinkel; CSAC Parma; Enrico Peressutti; War Photography; Davide Vargas; Naples.

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2022.196.0002