"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

Venezia città aperta

Editoriale di Engramma 234

a cura della redazione di Engramma, coordinata da Monica Centanni, Filippo Perfetti, Christian Toson, Giulia Zanon, con la collaborazione di Mattia Angeletti, Michela Maguolo, Peppe Nanni, Piermario Vescovo

English abstract

Tutte le città non volgari sono opere d’arte. Opere d’arte, per le quali, meno che mai, si può dire appartengano al passato:
perché non soltanto esse attualmente vivono un loro tempo, cioè passano di forma in forma,
ma vivono in quanto vi sono degli uomini vivi che le realizzano nel proprio tempo.
In altre parole: perché sono l’attuale esperienza di qualcuno.
Ma, tra tutte le città, forse nessuna come Venezia possiede questo carattere di disponibilità,
di inesauribile interpretabilità. Il luogo comune che considera Venezia [...]
come una forma conclusa, come un museo [...], che può essere oggetto soltanto di ammirata contemplazione,
non di immediata partecipazione e di identificazione [...] del suo spazio con il nostro tempo in atto 
– questo luogo comune è frutto di un equivoco romantico.
Sergio Bettini, Idea di Venezia

Davanti alla legge c’è un guardiano.
Davanti a lui viene un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge.
Ma il guardiano dice che ora non gli può concedere di entrare. L’uomo riflette e chiede
se almeno potrà entrare più tardi: “Può darsi” risponde il guardiano, “Ma per ora no”.
Franz Kafka, Davanti alla legge

L’amicizia spontaneamente offerta è altrettanto pericolosa dell’aperta
ostilità, proprio perché la spontaneità in quanto tale, con la sua
incalcolabilità, è il massimo ostacolo al dominio totale sull’uomo.
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo

Graffiti dietro la Scuola Grande di San Rocco, fotografati di Gianni Berengo Gardin nel 1956.

I. Angelus Novus

Non è l’Angelus Novus di Paul Klee – le braccia-ali aperte, alzate verso l’alto, i riccioli che sembrano frammenti di rotolo di papiro, lo sguardo all’indietro a riavvolgere, inattuale – il filo della storia. Anche se un po’ ci assomiglia, questo graffito su un pilastro del retro della Scuola di San Rocco, che settant’anni fa ha attratto lo sguardo di Gianni Berengo Gardin, ed è in primo piano nella sua foto. Non ha le ali e certo non è un angelo. Ma ha, come l’altro, uno sguardo bambino – ingenuo sospeso sbigottito. Anche lui, come l’angelo di Klee è assurdamente bidimensionale e sfacciatamente frontale – come un ritratto bizantino. Ha braccia e gambe aperte a disegnare una X e forse per questo, pur sospeso nel nulla, per qualche ragione pare stare ben saldo e in equilibrio. È bello, è vivo, è colorato. Non è un angelo: è un bambino che gioca.

Nel 1956 lo scatto del fotografo l’ha catturato perché evidentemente era un’immagine che diceva qualcosa della città. Nel 1956, Venezia aveva centosessantaduemila abitanti, 30 asili, 35 scuole elementari, 10 scuole medie, 15 scuole superiori. E poi una Accademia di Belle Arti, un Conservatorio, una Università (Ca’ Foscari) e un Istituto universitario (I.U.A.V.). Rispetto al 1956 asili e scuole sono meno della metà. Le istituzioni universitarie, invece, ci sono ancora e sono anche aumentate: oggi sono attive una Accademia, un Conservatorio, due Università, a cui si sono aggiunti importanti consorzi universitari e centri di ricerca internazionali. In queste istituzioni il numero di persone che in città lavorano e operano è molto aumentato rispetto a settant’anni fa (sulla vitalità possibile della città, vedi in questo numero Angela Vettese, Venezia vive, 2017; e la non celebrata “Venezia minore” di Egle Trincanato). Ma quale politica segue, con idee e con disegni, questa nuova città di gente giovane e viva, che vuole viverla, Venezia?

Nel 1956 nessuno chiamava Venezia “Città antica”, come si legge oggi nei decreti del Comune sul Contributo di Accesso intorno a cui ruota questo numero. A dire il vero, neanche oggi nessun veneziano si direbbe mai “abitante della Città antica”: noi stessi abbiamo dovuto rileggere i testi degli editti più volte per capire cosa intendessero gli amministratori con quella locuzione che fa tanto fiaba del Milione o di Calvino. O, peggio, fa slogan da depliant promozionale, tradotto male da una lingua straniera, in modo velleitariamente poetico ma in realtà sciatto.

Il tema è proprio questo. Cos’è Venezia? Da che parte guarda Venezia? Come si traduce Venezia? Il tema è che dal 2024 l’amministrazione comunale ha deciso di mettere una tassa per l’accesso alla “Città antica”. E che importa se la gabella, e la ratio giuridica che ci sta dietro, è anticostituzionale (vedi l’intervento del Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, Oberdan Forlenza)? Che importa che esclusioni ed esenzioni ed eccezioni previste dall’Editto siano cotali e cotante da rendere inconsistenti le restrizioni (vedi l’elenco nell’articolo di Alessandro Tonin)? Se si arriva al paradosso logico degli “esentati dalla richiesta di esenzione” (così nel sito del Comune di Venezia)? Che importa se le forme di resistenza non sono punibili – né de facto né de iure? Che importa se gli avvisi sparati a tutto volume nei treni in arrivo a Venezia suonano come minacce vaghe e intimidatorie e se le multe sono più annunciate che effettivamente comminate?

Il gioco del Contributo di Accesso, spacciato come mezzo efficace per regolamentare i flussi turistici e risorsa da utilizzare per la città, piace molto agli amministratori, tanto che è diventato un modello auspicabilmente applicabile ad altre “città antiche”. Dicono che funzioni, senza farsi domande troppo complicate – sulla forma della città, sulla sua vita, sulla legittimità e applicabilità dei provvedimenti. Senza interrogarsi sulla relazione dello “spazio di Venezia con il suo tempo in atto”, delle figure della gente “che vive il proprio tempo” (così Sergio Bettini). Senza farsi catturare dai non-angeli sui graffiti dei muri della città che vengono prontamente rimossi e imbiancati – perché Venezia mantenga il proprio ‘decoro’. A meno che non siano di Banksy: e allora va anche peggio perché vengono “messi in sicurezza”. 

L’amministrazione provvede al decoro della città non solo con la raccolta differenziata dell’immondizia ma con la rimozione differenziata dei graffiti.
a sinistra | l’opera di Banksy intitolata Migrant Child approda all’Arsenale nel maggio 2026, dopo essere stata trasportata lungo il Canal Grande con un corteo di barche. Realizzata nel 2019 su una facciata di una casa su Rio Novo, è stata staccata dalla parete con un intervento sofisticato, per essere sottoposta a restauro e “messa in sicurezza” in vista di un possibile riallestimento in situ.
a destra | un graffito sull’Accademia di Belle Arti di Venezia, cancellato nel 2024.

II. Naturale e artificiale

Il Mostro della laguna, opera dell’artista Simona Marta Favrin, ha il corpo lungo sei metri e mezzo, la pelle fatta di centonovantuno squame di vetro soffiato muranese, le viscere di acciaio inox, il cuore – se così si può chiamare – un sistema di automazione che le fa circolare acqua dentro e la illumina dall’interno. Inquietante figura allegorica, il Mostro interpreta con spietata fedeltà la Venezia contemporanea: un organismo che tenta di riprodurre la propria vitalità a partire dalla propria storia, e che in questo sforzo rischia di avvelenarsi. 

Venezia non è mai stata soltanto una città: è stata, nei secoli, macchina del potere e forma dell’abitare; una Repubblica che governava il Mediterraneo e una comunità di pescatori – vetrai, arsenalotti, mercanti, pittori – che vivevano nelle stesse calli. E il Mostro porta questa coesistenza nella sua materia: sotto la pelle preziosa del vetro muranese pulsa un cuore artificiale e nella sua saldatura l’opera si fa figura di una ferita che ha alle spalle la profondità di Porto Marghera. Il fondale è l’investimento economico e politico della città anche sul fronte industriale che, sin dalla Serenissima e poi per gran parte del Novecento, ha decentrato e sparso in laguna infrastrutture di produzione tecnologicamente avanzate.

Venezia è stata sempre, nella sua forma più profonda, una città del confine attraversato: la laguna stessa è un confine – tra terra e mare, tra solido e liquido, tra ciò che resiste e ciò che cambia. Già Cassiodoro, in una lettera del 537 d.C. indirizzata ai Tribuni Maritimi delle Venetiae, coglieva questa singolarità: nelle isole della laguna, annotava, non vi è ricchezza da invidiare, perché un’unica risorsa – il pesce – e un’unica forma dell’abitare hanno prodotto spontaneamente una condizione di eguaglianza, dove “una sola vivanda nutre tutti, un’unica specie di dimora accoglie ogni uomo” (Cassiod. Var. XII, 24, 5). Il fatto di “mangiare tutti lo stesso pesce” è fondamento di una “democrazia per natura”, indotta dalle stesse condizioni geofisiche del territorio e precorritrice dell’assetto istituzionale della res publica Serenissima.

Ma a Venezia non abitano solo mirabilia dell’arte e della tecnica. Nella laguna è comparso qualcosa di inatteso e di imprevisto. Lo chiamano Mimmo, o Nane, a seconda di chi lo avvista, a seconda di chi dice che l’ha battezzato per primo. È un delfino, un tursiope solitario che ha eletto i trafficati canali di Venezia a proprio habitat solo perché ci trova tanto pesce da mangiare: si muove tra le rive, segue le barche, affiora in bacino quando gli pare: non c’è un orario fisso in cui si esibisce e non è prenotabile con nessun ticket. Non ha squame di vetro di Murano, non ha un cuore programmabile, non è stato progettato da nessuno, non è stato presentato in nessuna Biennale, non risponde a logiche di visibilità né a strategie di comunicazione. È semplicemente lì, vivo, nel senso più immediato e irriducibile del termine. C’è qualcosa di vertiginoso in questo ritorno: il delfino è l’altra facies del monstrum. Venezia è viva non perché abbia risolto la propria contraddizione, ma perché continua a metterla in scena: e perché, accanto al Mostro che striscia e si illumina, c’è ancora un delfino che salta e che nuota.

Anche Engramma ha il suo habitat a Venezia: nel cuore di Venezia Engramma lavora ed, essendo fatto anche di stoffa veneziana, a Venezia e alla sua contraddizione ha dedicato alcuni suoi numeri; ai caratteri della città che cambia: “Vuoto/pieno. I caratteri della Venezia che cambia” (Engramma 155, aprile 2018); alle pratiche di uso e di riappropriazione dello spazio urbano: Il 68 che verrà (Engramma 156, maggio/giugno 2018)Architettura e spazi a tempo di rock. Pink Floyd e dintorni (Engramma 167, luglio/agosto 2019); fino alle riflessioni più recenti su Elemental Venice (Engramma 220, gennaio 2025)

a sinistra | Il Mostro della laguna, opera di Simona Marta Favrin con le squame del maestro vetraio Nicola Moretti, esibita nel 2011 ai Magazzini del Sale in concomitanza con la LIV Biennale d’Arte. 
a destra | Mimmo, un giovane tursiope (Tursiops truncatus), residente nel Bacino di San Marco e Canale della Giudecca da giugno 2025. 

III. Veneland, Venezia non è Disneyland

“Venezia non è Disneyland” è un gruppo social molto popolare, e nella stampa compaiono di frequente espressioni ‘Veneland’, ‘Veniceland’, dove l’aggiunta del suffisso inglese –land serve proprio a indicare la perimetrazione ben controllata nei suoi accessi, e la riduzione di tutto lo spazio all’interno del perimetro a funzioni prettamente commerciali o di intrattenimento. 

In realtà Veneland è veramente esistita: è nata come progetto autonomo a pochi chilometri da Venezia, vicino a Mogliano Veneto, alla fine degli anni Settanta, tempo in cui tutte le città si stavano trasformando per soddisfare – come recitava la relazione tecnica che accompagnava il progetto – la “democratizzazione del tempo libero”. Era un progetto per certi versi visionario, che prevedeva la creazione di un grande parco divertimenti alle porte di Venezia, in una zona interessata da importanti opere idrauliche, dove sarebbero sorte zone a tema, ma anche alberghi, negozi, ristoranti e strutture sportive. Veneland, a detta dei suoi stessi fondatori, sarebbe stata “complementare a Venezia e a Mestre”, aggiungendo un nuovo polo di servizi sia per la cittadinanza che per i turisti. Ne risulta che il ‘centro storico’ diventa solo un’attrazione fra le diverse proposte, all’interno di un ‘Giramondo’ che fra continenti e antichità in miniatura include anche il villaggio indiano, la città del futuro, la gabbia dei leoni, il pattinaggio, etc. (è la “città simulacro” che Giovanni Attili nel suo articolo preconizza come il destino della città turistica). 

Il progetto fallì in pochi anni, nonostante gli utili da capogiro, inizialmente ben più consistenti della consorella Gardaland. Fu riesumato, per un brevissimo momento, in Sacca San Biagio vicino alla Giudecca, dalla stessa famiglia di impresari che gestisce molti parchi di divertimento (vedi il video di promozione del 2014). Ma per Veneland l’impresa non andò a buon fine: i fattori contingenti furono vari, ma è utile pensare che il progetto fallì perché entrò in competizione con la stessa Venezia, la quale, aborrendolo, finì in qualche modo per assorbirlo. Come nel caso della New York di inizio XX secolo di cui tratta Rem Koolhaas, il rapporto fra i mirabilia della città della modernità – come la luce elettrica, e i parchi divertimento di Coney Island (peraltro gestiti dalla stessa famiglia che ha creato Veneland e Gardaland) – si consuma in una ‘delirious Venice’ dove la città reale si rispecchia in quella inventata, e la surclassa.

Le stesse funzioni dell’amusement park entrano progressivamente nella città a partire dagli anni Ottanta, sempre più divisa e normata per itinerari come in un parco di divertimenti a tema: il percorso del ‘food’, o il ‘bakarotour’, il giro in gondola, il Salone Nautico, la Mostra del Cinema o lo stesso percorso dell’Arte Contemporanea che esplode con la Biennale. O il viaggio a tema per la mascherata del Carnevale di Venezia – un evento inventato nel 1979 da Maurizio Scaparro eppure creduto da tutti, anche dagli stessi veneziani di scarsa memoria, in continuità con la tradizione delle feste rinascimentali e poi settecentesche della Serenissima. Un esempio paradigmatico di “invenzione della tradizione”, molto funzionale allo sfruttamento turistico della città di cartapesta.

E la città diventa festival permanente: è il “pianeta come festival” di sottsassiana memoria, che prevedeva l’uso della performatività della città in senso antimonumentale, antiautoritario, situazionistico, in sintonia con i cambiamenti sociali e culturali che si manifestavano negli anni Settanta. A Venezia come a Milano, come a Firenze o a New York, il problema si pone quando dietro il festival permanente non c’è una cittadinanza attiva, perché le “città vivono un loro tempo, cioè passano di forma in forma, ma vivono in quanto vi sono degli uomini vivi che le realizzano nel proprio tempo” (così Bettini).

Se la città, con tutta la sua teatralità, era lo spazio della presentazione di una civiltà che alimentava la sua immagine, dopo Veneland diventa semplice rappresentazione, schermo dietro il quale fare un oculato product placement. Nell’assorbimento di Veneland in Venezia si consuma la differenza sostanziale fra la città viva e il parco divertimenti. La differenza è che per entrare al parco giochi serve pagare un biglietto. La formula ‘Contributo di Accesso’ è in sé ossimorica (sul punto illuminanti le note di Michele Spanò): se il termine ‘accesso’ è inteso nel senso di accessibilità a una città, si mette a rischio una prerogativa basilare del bene pubblico, che non può essere subordinata al concetto di pagamento. L’obbligo di pagare mette in crisi la disponibilità dello stesso bene che è garantita dalla Costituzione. Ma se traduciamo ‘accesso’ in ‘ingresso’, non c’è problema e la contraddizione cade: la formula è un eufemismo per ‘biglietto di ingresso’. L’idea del parco tematico – sia esso il parco archeologico, il parco giochi, il parco commerciale – implica la necessità di definire un perimetro per controllare gli accessi. Ora il principio – e il biglietto – è esteso alla stessa città.

Dall’ingresso alla fu Veneland all’accesso a Veniceland, la “Città antica”.
a sinistra | ingresso al parco Veneland, inaugurato nel 1977 a Marocco di Mogliano Veneto (fotografia del 2022 con le strutture in abbandono).
al centro | manifestazione contro il Contributo di Accesso, ‘biglietto di ingresso’ a Veniceland (aprile 2026).
a destra | totem posti davanti alla Stazione ferroviaria Santa Lucia di Venezia che sorvegliano l’ingresso alla “Città antica” (aprile 2025).

IV. Il fermo amministrativo della politica

Nei giorni in cui è attivo il Contributo di Accesso, ai portali di ingresso della “Città antica” compare una variegata schiera di personaggi in divisa – non uniforme ma multiforme esteriorizzazione della frammentazione ipergerarchizzata delle milizie del controllo. Leggiamo dal periodico on line “VeneziaToday” nell’edizione del 31 maggio 2026:

Sono oltre 150 gli operatori coinvolti, tra steward, verificatori e agenti della polizia locale, coordinati sul territorio da una task force congiunta di Comune di Venezia e Vela, sotto l’occhio della Smart control room.

In testa, il cappellino da ranger americano; sopra le tute da ginnastica – vesti proletarie – tristi pettorine e non corazze; sul petto, al posto di emblemi o di imprese, stemmi con acronimi improbabili. Sono povericristi sottopagati, agenti ultimi della catena di applicazione del potere amministrativo. Sono pedine, terminali dell’invadenza amministrativa che si fa fictio autoritaria. Soltanto i turisti ancora confusi vanno a cercare le pettorine bianche per contribuire alla manutenzione della “Città antica”, al motto di “Enjoy Respect Venice” – questa la retorica della propaganda. I veneziani, di nascita o di elezione, sanno benissimo che quei personaggi minori di una mascherata brutta e illegale, e al tempo stesso buffa e improbabile, non hanno ruolo né alcun potere da esercitare, e ci passano accanto, come si trattasse di una variante aggiornata dei figuranti in maschera travestiti da damine e cavalieri del Settecento. Per queste figure del nuovo, inventatissimo, Carnevale, al posto della cipria, delle parrucche, delle vesti di taffetà, basta un’umile pettorina bianca con slogan altisonanti e falsificanti, tristi giochi di parole: non già, come sarebbe giusto e politicamente naturale, ‘Access Free’ ma ‘Access Fee’.

In prima battuta potrebbe risultare eccessiva la concentrazione di analisi e riflessioni su un episodio normativo modesto come quello dell’introduzione del ‘Contributo di Accesso’. Ma è Venezia, e tutto suona, giustamente, più alto e più forte…

In realtà siamo di fronte a una spia significativa di un atteggiamento complessivo che accompagna un crescente processo di spoliticizzazione della società. È il passaggio dal governo alla governance, da una rete esplicitamente politica di indirizzo progettuale allo spezzettamento e alla proliferante moltiplicazione di segmenti ristretti di ambito normativo. Autoreferenziali, ognuno riguarda solo un particolare aspetto della vita sociale, ma in questo passaggio si perde di vista la perdurante coerenza sistemica – la tendenza ideologica di fondo – che lega l’insieme dei provvedimenti normativi, tutti tesi ad aumentare il controllo, il disciplinamento dei comportamenti e un’utopica e ossessiva perfezione della coazione all’ordine totale.

Se fino a un’epoca recente la minaccia autoritaria incombeva come l’incubo di una irruzione all’alba della polizia politica nelle case dei cittadini, oggi lo stesso impulso ossessivo è demandato a tutta una serie di sequenze della “microfisica del potere”. La notifica di una sanzione amministrativa da parte di un vigile urbano, o di un commesso comunale, è avvertita come un fastidio insignificante, rispetto al quale appelli e proteste appaiono una reazione del tutto sproporzionata. In realtà la decisione politica viene diluita e frammentata in una infinita serie di atti amministrativi che tendono a occultare la comune radice di atteggiamento antipolitico che il loro insieme costituisce. Così Hannah Arendt:

L’amministratore considera la legge impotente perché, per definizione, è separata dalla sua applicazione. Il decreto, per contro, esiste soltanto se e quando viene applicato; non richiede alcuna giustificazione tranne l’applicabilità. È vero che tutti i governi emanano decreti nei periodi di emergenza, ma l’eccezionalità del caso è di per se una chiara giustificazione e una limitazione automatica. Nei regimi burocratici i decreti appaiono in tutta la loro nudità, come se non fossero più l’emanazione di individui potenti, ma l’incarnazione del potere stesso, come se l’amministratore ne fosse soltanto l’agente casuale. Dietro a essi non vi sono principi generali che la semplice ragione possa comprendere, ma circostanze mutevoli che soltanto un esperto può conoscere nei dettagli. Il popolo soggetto a un simile regime non sa mai chi o che cosa lo governi a causa dell’incomprensibilità dei decreti e del silenzio, accuratamente mantenuto dalla burocrazia, sulle circostanze e intenzioni che ne potrebbero agevolare la comprensione (Le origini del totalitarismo, p. 377).

Si tratta allora di prendere sul serio questa miriade di fenomeni e leggerli con chiavi di lettura rigorose, tese a evidenziarne il segno e il significato proprio a partire dalla loro forma giuridica. Dietro la proliferazione di singoli atti amministrativi si può leggere un netto indirizzo di diritto pubblico, sulla quale è opportuno prendere posizione perché esso riguarda l’orientamento fondamentale della vita della città: “Il passaggio dalla città come spazio politico alla città come piattaforma regolata”, come spiega nel suo intervento Spanò che sottolinea anche la concezione economico-patrimoniale della cosa pubblica sottesa all’introduzione del Contributo.

Dagli interventi ospitati in questo numero per mano di autorevoli e qualificati esponenti della cultura delle istituzioni giuridiche, inizia a configurarsi la fondamentale importanza della posta in gioco, nella quale si affrontano e si scontrano affilate costruzioni dottrinarie. L’episodio del Contributo mette in luce un possibile sommovimento delle categorie giuridiche. Siamo nel momento in cui la privatizzazione diventa onnipervadente e il fideistico e generico richiamo alla sfera pubblica si dimostra inadeguato per contrastarla: è evidente che è solo l’altra faccia, quella burocratica ed egualmente pan economicista, della patrimonializzazione. Ma proprio la contraddizione insita nel concetto di Contributo di Accesso richiede l’irruzione di una diversa concezione del diritto, che travalica l’ambito stretto del problema, per porsi come momento fondativo di un punto di vista generale e politicamente espansivo: una “politica dell’amicizia” – così ancora Spanò – che, senza fare sconti a nessuna nostalgia comunitaria, può ispirare una nuova concezione del diritto, tesa a intensificare i rapporti sociali e garantire a tutti l’uso dei beni e particolarmente di quelli immateriali.

Iniziata con le enclosures – le recinzioni dei pascoli in Inghilterra nel XVI secolo –, proseguita con una codificazione europea incentrata principalmente sull’esclusivismo della proprietà privata, e ancora oggi posta a fondamento dell’acquisizione oligopolistica degli spazi virtuali (già oggetto di analisi del numero 222 di Engramma), l’appropriazione patrimonialistica dei beni comuni costituisce il retropensiero anche del Contributo di Accesso, la cui esigibilità – per di più – viene domandata al controllo di personale in divisa, esibendo il nesso inscindibile tra mercificazione e misure di polizia. Per richiamare ancora l’intervista di Spanò: “Si potrebbe parlare a rigore della perversione di questa logica che, patrimonializzando il comune, può contrabbandare le derive securitarie alleate a un discorso neoproprietario montante”. Ma si può, e anzi si deve, parlare dell’importanza delle iniziative di contrasto, come quella di Venezia, che costituiscono il lievito di un potenziale cambiamento, culturalmente e giuridicamente armato, per raggiungere “un territorio ‘franco’ dove i rapporti, che pure sussistono, che pure hanno una forma, non sono riducibili né estinguibili ‘in una somma di denaro’”.

hostis/hospes: figure dell’accoglienza a Venezia.
a sinistra | prove tecniche di prima accoglienza: il sindaco Luigi Brugnaro inaugura i tornelli ai gate della “Città antica” (aprile 2018);
al centro | seconda accoglienza: la difesa del limes (aprile 2024);
a destra | terza accoglienza: le parole e le cose (aprile 2024).

V. Il pericolo del comune

Sul sito del Comune di Venezia si legge:

Al fine di favorire un turismo sostenibile e consapevole nonché l’adozione di buone pratiche in ambito turistico, l’Amministrazione Comunale ha previsto la determinazione del Contributo di Accesso alla Città antica del Comune di Venezia e alle altre isole minori della laguna. Si tratta di un Contributo istituito ai sensi della norma nazionale (art. 4 comma 3-bis del D.lgs. 23/2011, Legge 145/2018, Legge 122/2010). L’applicazione del Contributo svolge effetti di regolazione dei flussi turistici e il suo gettito è destinato a finanziare interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli di manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali ed ambientali locali, nonché dei relativi servizi pubblici locali. In via sperimentale, non è prevista la richiesta di esenzione né il pagamento del Contributo di Accesso per chi si reca in una delle isole minori della laguna (vedi il testo sul sito del Comune).

Anche a prescindere dalla criticità del richiamo alla Legge nazionale che sosterrebbe la legittimità del CdA (su cui rimandiamo ancora al intervento di Forlenza) è utile mettere in evidenza la retorica che sostiene l’argomentazione. La motivazione forte del Contributo di Accesso è dunque – dicono – la protezione della ‘fragile’ Venezia, la regolazione dei flussi turistici, il “gettito destinato a finanziare” la manutenzione e la fruizione dei beni culturali. Perché, si impara una volta di più da queste involontarie ammissioni, il ‘bene’ è inteso in senso letterale: è un valore che ha un prezzo economico e che è parte di un patrimonio, locuzione apparentemente neutra ma, ci ha insegnato Salvatore Settis, molto insidiosa (v. Italia. S.p.A., 2007; e più specificamente il volume che presentiamo in questo numero Se Venezia muore, 2014). Sono “i gioielli di famiglia” da preservare con l’affettuosa nostalgia che si deve ai ‘ricordi’ ma anche prontamente mercificabili nei momenti di necessità. In generale l’idea stessa di patrimonio è da intendere come un “deposito bancario” che deve essere investito e messo a frutto, pena la sua stessa consistenza. La retorica della tutela ha una sua efficacia: il turista zelota è felice di contribuire alla tutela del ‘bene prezioso’, e si sente arruolato a contribuire attivamente a una causa superiore.

Ma sotto la retorica, apparentemente nobile, della tutela – e la stucchevole inconsistenza semantica di termini abusati e stantii come “sostenibile”, “consapevole”, “buone pratiche” – si annida una serie di indizi su cosa il potere amministrativo veda davvero in Venezia, e su quanto questo sguardo – a dispetto degli slogan che promettono di migliorare la vita dei cittadini – sia incompatibile con l’idea stessa di città.

Gli editti comunali in riferimento ai “beni culturali” insistono sull’idea – fiabesca e astorica – di “Città antica”; ma anche quando nominano i “beni ambientali” non è innocente l’errore morfologico di riferirsi a Venezia come a un’‘isola’, la maggiore tra altre “isole minori”, come ecosistema da monitorare e preservare nelle sue caratteristiche ‘naturali’, pensate come immutabili. Venezia-isola è, in quanto tale, seclusa e isolata, accessibile non grazie ai ponti ma soltanto da alcuni punti di accesso, predestinati a sorvegliare e punire le potenziali contaminazioni. Sono i soli punti, prestabiliti e precisi, in cui in determinati giorni e in determinate ore, si decide che un dentro e un fuori possano comunicare, purché sotto l’occhio vigile dei controllori. È la stessa cosa che sta accadendo nelle stazioni ferroviarie italiane: grandi progetti di terminali in cui gli accessi ai binari scanditi dalle campate vengono sempre più spesso chiusi, resi inaccessibili da gates (che sarebbe rivelatore tradurre in italiano con ‘cancelli’) o da recinzioni improvvisate con nastri posizionati alla bell’e meglio, e i varchi, sempre più stretti, sorvegliati da una varia fauna di guardiani dei confini – poliziotti, metronotte, guardie giurate, rangers – che con sguardo intimidatorio vegliano sul tratto che permette al viaggiatore di passare, che assomiglia sempre meno a un passaggio fatto per corpi che vi transitano, e sempre più a un recinto chiuso ma apribile a tempo, per graziosa concessione del potere.

“L’idea di società è un’immagine potente in sé, che ha potere di controllare gli uomini o di spingerli all’azione”, scrive Mary Douglas in Purity and Danger (p. 115). Quest’immagine assume sempre una forma propria, e comincia sempre con la definizione di contorni: contorni in quanto margini, margini in quanto limiti. Ogni margine, continua Douglas, è luogo di pericolo: basta spostarlo, anche di poco, perché si modifichi la configurazione stessa dell’esperienza. Ogni sistema di idee è vulnerabile nei suoi punti di confine. E quando il confine viene investito di una funzione salvifica, l’alterità è progressivamente codificata come potenziale minaccia. Il Contributo di Accesso si presenta come misura di tutela della comunità cittadina rispetto a tale alterità; ma quale comunità presuppone?

In Communitas. Origine e destino della comunità (1998), e in Immunitas. Protezione e Negazione della vita (2002), Roberto Esposito muove dal problema per cui ‘comunità’ non si lascia tradurre nel lessico filosofico-politico se non a prezzo di una distorsione, di una perversione. La distorsione coincide con la reificazione: il presupposto che la comunità sia una proprietà dei soggetti che accomuna, sia un attributo che li qualifica come appartenenti a uno stesso insieme, una ‘sostanza’ prodotta dalla loro unione. Il problema, seguendo Esposito, va affrontato anzitutto etimologicamente. Accanto a communis – ciò che non è proprio, ciò che comincia là dove il proprio finisce – sta un secondo etimo, meno immediato: cum e munus. Non un avere in comune – una proprietà, un’identità condivisa – ma un munus: un dovere, un impegno, un dono da restituire che vincola gli uni agli altri. La comunità non è ciò che i soggetti possiedono insieme, ma ciò che li eccede e li espropria: “Comune è solo la mancanza, non il possesso, la proprietà, l’appropriazione” (Communitas, p. 150).

È il pericolo che va affrontato per garantire il passaggio dalla comunità famigliare, etnica o sociale fondata sul radicamento e sulla proprietà, alla comunità politica, dinamica e instabile per definizione, fin dalla sua prima insorgenza. Da qui il cortocircuito: il soggetto si costituisce come essere autonomo soltanto nella misura in cui viene preventivamente sottratto al vincolo del munus, assolto dal debito che lo lega agli altri, esposto da quello che Esposito chiama il “contagio della relazione”.

Sotto questa luce il Contributo di Accesso è dunque un dispositivo eminentemente immunitario: l’articolazione stessa delle categorie di esenzione mostra come il ‘comune’ venga ridefinito attraverso una serie di procedure selettive che stabiliscono chi debba essere sottoposto al pagamento di un tributo e chi possa appartenere legittimamente allo spazio urbano. Paradossalmente, è proprio ‘l’immune’ a essere il sostrato e insieme l’astrazione della comunità. Così la comunità si edifica sull’immune, ovvero ciò che “non è semplicemente diverso, ma il suo opposto – ciò che lo svuota fino all’estinzione completa” (Communitas, p. XXI). È un progetto ossimorico: trasforma in fondamento la negazione del fondamento.

Nel tentativo di difendersi, la città adotta una logica che compromette proprio ciò che dichiara di tutelare: trasforma la communitas – il campo di attraversamento e di esposizione reciproca che è il vuoto su cui si fonda la polis (vedi la presentazione di Engramma 155 “Vuoto pieno”), il ‘con’, il ‘fra’ – in un perimetro sorvegliato dove la relazione vale soltanto se previamente prenotata, pagata e registrata su un portale. Senza imprevisti, senza digressioni, né derive o divergenze: in questa città non ci sono passages, da questa città il flâneur è bandito. Ma la communitas non dovrebbe né riscaldare né proteggere. Al contrario, essa espone il soggetto al rischio più estremo “quello di perdere, con la propria individualità, i confini che ne garantiscono l’intangibilità da parte dell’altro” (Communitas, pp. 150-151). La possibilità di perdersi: è ciò che il paradigma immunitario del Contributo di Accesso pretende di neutralizzare. E neutralizzandolo, neutralizza l’idea stessa di città.

La ratio della governance contemporanea è strutturata su una rete di procedure amministrative che da un lato controlla, dall’altro imbriglia i moti liberi e imprevedibili del desiderio, e questo fin nella microfisica delle pratiche minime della vita civile e culturale: dall’obbligo della prenotazione preventiva coatta, ai moduli da compilare, ai passaggi burocratici che non solo controllano i movimenti ma li prevedono e li indirizzano a priori.

Hannah Arendt ci aveva già messo in guardia contro l’illusione che dietro a muri, cancelli e confini possa attenderci qualcosa che salva. La sfera privata, delimitata dalle “quattro mura” entro cui predomina la necessità primaria della conservazione della vita, si trova in contrasto con lo spazio pubblico, luogo della comparsa reciproca e della costruzione del mondo comune. Il ripiegamento entro il perimetro della protezione non preserva l’individuo come soggetto politico, ma ne riduce piuttosto la capacità di esistere nella relazione. E con questo numero di Engramma vogliamo allora rivendicare una politica della comunità come contaminazione: la disponibilità ad abitare quello spazio di esposizione reciproca che nessun dispositivo di controllo può regimentare. Occorre il coraggio a cui Arendt ci richiama:

Il coraggio è necessario perfino per lasciare la protettiva sicurezza delle nostre quattro mura e uscire nell'ambito della vita 'pubblica'; non perché qui ci possano venir tesi chissà quali agguati, ma perché in questo ambito la cura della propria vita non è più un valore. Il coraggio libera gli uomini dalla preoccupazione per la propria vita in ordine alla libertà del mondo. Il coraggio è indispensabile perché in politica la posta in gioco è il mondo, non la sopravvivenza (Che cos’è la libertà?, p. 209)

Politica – Arendt insegna – è un atto di coraggio, individuale e collettivo, sempre a rischio di designificazione.

La tendenza, oggi, è quella di neutralizzare ciò che dalle procedure deraglia – ovvero ogni sforzo poietico-immaginativo che della politica è principio e innesco. La protesta viene così privata del suo significato politico e trasformata in semplice rumore di fondo. Ogni protesta contro il Contributo di Accesso è stata presentata come un fenomeno marginale. La risposta dell’amministrazione è stata quasi sempre la stessa: il provvedimento funziona, i dati lo confermano, chi si oppone non comprende la necessità delle misure contro l’overtourism – è il solito, immancabile, gruppo di stravaganti sempre contrari a qualsiasi nuovo provvedimento. Gente strana che non si rende conto che per intemperanza fa danno anche sotto il profilo economico, un danno erariale alle entrate che il Contributo di Accesso procura alla città (vedi sul punto l’articolo CdA / no CdA). E il campo retorico disegnato dal governo della città, che trova sponda nel Governo nazionale, irretisce le stesse forze politiche di opposizione che in Consiglio comunale o in Regione sono impegnate non già a mettere in crisi il modello ma sulla contabilità di quanti turisti far entrare, sulla cifra del Contributo che potrebbe disincentivare il turismo, sul perimetro a geometria variabile di applicazione e sulle eccezioni da restringere o allargare, sul ‘biglietto unico’ comprensivo di trasporti, servizi, Contributo di Accesso, ingresso ai musei – proprio come in un bel parco a tema. Nessuna riflessione politico-filosofica, nessuna capacità di ribaltare lo schema sulla disponibilità dei beni comuni da garantire a tutti i cittadini. Nessun coraggio – ovvero nessuna politica.

VI. Venezia non è un’isola: dell’amicizia politica

L’opposizione dei cittadini al Contributo di Accesso conta meno per l’efficacia immediata che per ciò che rende visibile: l’esistenza di una città che continua a produrre relazioni non amministrate, incontri non programmati, forme di appartenenza che non passano attraverso registrazioni, portali, codici QR e categorie di inclusione o di esclusione.

L’Editto del Comune di Venezia esenta dal Contributo di Accesso i “soggetti che si rechino in visita a persone residenti nella Città antica o nelle isole minori” – in altre parole chi a Venezia sia ospite di amici. Così si legge nel sito del Comune:

Amici e conoscenti in visita a persone residenti a Venezia Città antica o nelle isole minori non dovranno pagare purché in possesso di un voucher di esenzione la cui attivazione sarà a carico del residente. Il residente dovrà accedere alla card ‘Devo invitare conoscenti’ (vedi il testo sul sito del Comune).

È questo l’appiglio – teorico e tecnico – che ha dato l’innesco all’iniziativa di No CdA: i promotori hanno aperto una piattaforma in cui, seguendo l’iter e la formula indicati dal Comune, qualsiasi veneziano può generare ‘codici-amico’ da donare cliccando su ‘DONA UN CODICE’, e chiunque debba venire a Venezia può scaricare il codice dal sito, cliccando su ‘RICHIEDI UN CODICE’. Qualcuno potrebbe dire che è un modo di aggirare il decreto CdA: e così ha pensato il Comune che ha sporto denuncia contro ignoti per truffa, ma la Procura ha chiesto al giudice di procedere all’archiviazione in assenza di presupposti di reato. Questa la motivazione: “Manca, in pri­mis, il neces­sa­rio requi­sito degli arti­fici e rag­giri poi­ché è il sistema che, senza alcuna atti­vità diversa dalla richie­sta, rila­sciava le esen­zioni non spet­tanti. Né può rite­nersi sus­si­stente l’indu­zione in errore, trat­tan­dosi di una pro­ce­dura auto­ma­tiz­zata”. Il Comune si è opposto all’archiviazione. A questo si aggiunga la pendenza di una sanzione comminata allo stesso Comune di Venezia dal Garante della Privacy per la raccolta di dati sensibili senza controllo. Ma la stampa e il sito del Comune continuano a definire l’iniziativa come un’azione “da furbetti”. È ancora una volta la retorica della denigrazione del dissenso, e della banalizzazione del suo carattere militante. È un atto che viene derubricato a cavilloso giochetto per non pagare la piccola somma richiesta, senza riconoscere le sue ragioni portanti, filosofiche e politiche.

  • Per l’attuale governo di Venezia, amicizia e ospitalità sono certificate per il tramite di un “voucher”. L’introduzione del Contributo di Accesso e della sua burocrazia trasforma la visita dello straniero in eccezione da autorizzare, il suo arrivo in un ingresso a tempo, ben visto solo se accompagnato da un’entrata economica. È la retorica su cui si fonda l’idea per cui esistono visitatori di qualità differente, dove il criterio di merito è commisurato alla diversa capacità di spesa.

  • Visitatori, ospiti, amici selezionati e opportunamente muniti di voucher. Ma cosa si intende nella lingua della tradizione greco-romana e poi occidentale con ‘ospite’, con ‘amico’? È probabile che non sia questa la domanda che chi ha stilato il testo del Contributo di Accesso si è posto. Come insegna Émile Benveniste ricordandoci la doppia valenza del termine ξένος – ‘ospite’ e ‘straniero’ – e la comune radice etimologica di hostis/hospes ‘nemico’ e ‘ospite’. Così Massimo Cacciari:

  • Non è amicizia l’esser amico del simile, di ciò che si conosce, di ciò che in qualche modo ci appartiene. […] Non si tratta semplicemente della protezione che la divinità concede allo straniero, della philoxenía del dio, che trovava nello Zeus Xenios la sua più alta espressione […]. Neppure soltanto nel vestire gli ignudi, nel dividere il pane con l’affamato […], nell’aprire la porta al viandante […]. È straniero al mondo, è lo Straniero. Ma proprio in quanto straniero, massimamente ospitante (L’arcipelago, p. 150).

  • Amicizia non è il riconoscimento tra simili, non è il riflesso dell’identità. Amicizia è xenìa, possibile solo quando c’è una “comune, reciproca, estraneità”. Così già Maurice Blanchot:

  • L’amicizia, questo rapporto senza dipendenza, senza vicende particolari […] passa attraverso il riconoscimento di una comune estraneità. Fare [dei nostri amici] il movimento stesso dell’intesa nel quale, rivolgendoci la parola, essi preservano, anche nella più grande familiarità, la distanza infinita, quella separazione fondamentale a partire dalla quale ciò che separa diventa relazione. […] Parole da una riva all’altra, parola che risponde a qualcuno che parla dall’altra sponda […]. E ciò che separa è precisamente ciò che autenticamente mette in relazione: l’abisso stesso dei rapporti, nel quale si mantiene, con semplicità, l’intesa sempre custodita dell’affermazione amicale (L’amicizia, pp. 328-329).

  • Amicizia è la relazione imprevista. Le parole dell’amicizia fanno sponda, da riva a riva. E Venezia non è un’isola. E se nessun veneziano direbbe mai “abito nella Città antica”, mai neanche direbbe “abito in Isola”. ‘Isola’ è simbolo di unità chiusa, identitaria, monadica. ‘Isola’ semplifica e totalizza, conchiude un profilo preciso oltre l’orlo del quale c’è solo il mare. 

  • Venezia è un insieme di isole prossime ma distinte, in tensione e in dialogo, senza un centro sovrano che le totalizzi. È un’idea di città policentrica, fatta di differenze in comunicazione, connessioni provvisorie, ponti e attraversamenti: una rete di rapporti, continuamente rinegoziata. Contro la nostalgia del fondamento, Venezia è figura dell’arcipelago, metafora del molteplice che si tiene insieme senza ridursi all’Uno. È la critica della finitezza, è la ragione della conflittualità del senso. L’ordine non è dato una volta per tutte ma emerge ‘tra’ le differenze. Prosegue Cacciari:

  • Lo spazio dell’Arcipelago è per sua natura insofferente alla subordinazione e alla successione gerarchica; nessuna isola ne costituisce l’asse fermo, capace di strutturarne l’insieme nella forma di uno Stato. Nello spazio mobile e cangiante del coordinarsi e del coabitare – che è anche il senso di pólemos — le singolarità dell’Arcipelago s’appartengono l’un l’altra perché nessuna dispone in sé del proprio Centro, perché il Centro non è in verità che quell’impeto che obbliga ciascuna a ‘trascendersi’ navigando verso l’altra e tutte verso la Patria assente (L’arcipelago, p. 20).

  • Venetiae è forma plurale. Le rive sono tante, tanti gli orli del mondo. Gioco di confine, gioco arrischiato, gioco pericoloso. Non è un ‘giochetto’: è il gioco politico. 

VII. La parola all’immagine

  

a sinistra | retro della Scuola Grande di San Rocco, Gianni Berengo Gardin, 1956.
a destra | lo stesso scorcio, oggi, 2026.

Retro della Scuola Grande di San Rocco, giugno 2026, strada poco battuta, appena fuori dai circuiti delle masse di turisti. Non sembra l’inquadratura di Berengo Gardin eppure è la stessa. Il graffito con il para-Angelus Novus è stato cancellato – dal tempo o da qualche solerte guardiano del decoro urbano. Al suo posto un pluviale e un cavo elettrico buttati là, senza cura né arte, a imbrattare la faccia del pilastro. Una cancellata bruna e, sotto, un telo di plastica da giardinaggio nasconde il muro su cui si erano esercitati i ragazzi di fine anni Cinquanta.

Nel 1956 il muro con i suoi graffiti immortala un mix di passioni diverse, consegnandoci tracce dello spirito del tempo. Fra quel che è decifrabile si leggono: gli entusiasmi per la novità della nuova musica (‘W ROCK-ROLL’); il tifo sportivo per il ciclismo che allora infiammava gli animi (‘W COPPI’); due vive e sanguigne espressioni dialettali: ‘MI EO E STALTRO FASEMO CARBON’; ‘SA MORTI CHI CICA’. Val la pena di indugiare su queste ultime parole, in particolare sulla seconda, composta di elementi ancora presenti nel parlato popolare. Secondo il Dizionario del dialetto veneziano di Giuseppe Boerio, da ‘cicar’, un verbo dei marinai che significa ‘masticare il tabacco’, nel veneziano corrente, e con sostanziale rimozione del significato di base, si è passati dalla masticazione al rimuginamento e alla rabbia repressa di chi prova invidia o risentimento. La maledizione dei defunti, topica nella forma ‘Sa’ morti’, diventa un’invettiva contro chi si macera nell’invidia o si consuma nel risentimento. Formule – vivaci e insieme un po’ macabre come tutte le cose vive – di insolente strafottenza veneziana.

Nella fotografia di Berengo Gardin il mosaico di scritte accostato all’immagine è un frammento di microstoria, tanto più significativo perché frutto di un atto spontaneo e minore: negli anni Cinquanta Venezia era abitata da veneziani che sui muri della città pittavano e iscrivevano le loro passioni, la loro vita e la loro cultura, nella lingua materna che allora era il dialetto per tutte le classi, dai nobili dei palazzi sul Canal Grande agli operai di Murano e di Marghera.

C’è un salto epocale tra quella Venezia e questa nostra Venezia, abitata – o auspicabilmente abitabile – da altri ragazzi che di recente hanno impreziosito i muri dell’Accademia di Belle Arti con il coltissimo, ma frettoloso, graffito che abbiamo riportato sopra: ‘FLORENSKYJ CE L’HA INSEGNATO SQUATTARE I MUSEI NON È REATO’.

Attualmente gli aspiranti cittadini di una nuova Venezia, tutta da progettare e da pensare, al loro arrivo in città trovano un muro di figuranti in divisa che chiedono la prova del pagamento del Contributo di Accesso. Sarebbe invece giusto che trovassero muri su cui scrivere le loro passioni, la loro vita e la loro cultura, angeli nuovi da disegnare, case in cui vivere. Che trovassero a Venezia la città dell’amicizia politica. Venezia città aperta.

English abstract

The 234th issue of Engramma, “Venezia città aperta” (Venice, an Open City), takes as its point of departure the introduction of the Access Fee (Contributo di Accesso) to Venice’s so-called “Città antica” (Ancient City) in order to address a broader question that extends beyond the specific administrative measure: what does it mean, today, for a city to be open? And what happens when access to urban space is redefined through procedures of control, mechanisms of selection, and practices of economic valorization?

The editorial unfolds in seven movements. Beginning with the image of a Venetian Angelus Novus – the childlike graffiti photographed by Gianni Berengo Gardin in 1956 – it raises the question of the relationship between the city and its capacity to be inhabited, interpreted, and transformed by successive generations of residents, students, workers, and visitors. Through the story of Veneland, the theme park planned on the outskirts of Venice in the 1970s, the issue examines the gradual transformation of the city into spectacle and simulacrum, culminating in the overlap between urban space and the logic of the tourist attraction. The Access Fee thus appears as the endpoint of a longer process in which the city as a common good is progressively replaced by the city as an infrastructure to be managed. The third and fourth movements address the legal and political implications of this transformation. Through contributions by Alessandro Tonin, Oberdan Forlenza, Giovanni Attli, Michele Spanò, the issue discusses the constitutional and administrative legitimacy of the Access Fee, highlighting the tensions it introduces into the categories of contemporary public law. The proliferation of administrative acts, exemptions, controls, and procedures is interpreted as a symptom of a broader shift from government to governance, and from the city as a political space to the city as a regulated platform. At the center of the discussion stands the notion of the common: not as a patrimony to be administered or an asset to be economically exploited, but as a relational space open to encounter, contingency, and the plurality of forms of life.

The presentation of the books by Salvatore Settis, Angela Vettese, and Egle Trincanato expand this perspective, approaching Venice as an exemplary laboratory in which contemporary tensions between preservation and transformation, protection and use, representation and urban life become visible. In dialogue with these contributions, the editorial proposes the figures of the Lagoon Monster and the dolphin recently returned to Venetian waters as contrasting allegories of a city suspended between artificialization and vitality, self-representation and the possibility of renewal.

The issue concludes with the image of the archipelago. Against the representation of Venice as a closed, fragile, and isolated island, it recovers a tradition of thought that understands relation, political friendship, and the plurality of bonds as the very conditions of urban existence. Venice emerges not as a space to be enclosed and protected through immunitarian devices, but as an urban form that lives through its exposure to the world.

The volume is completed by a constellation of materials drawn from Engramma’s long engagement with Venice – from earlier issues devoted to the changing character of the city and the reappropriation of urban space to more recent reflections gathered in Elemental Venice – together with an iconographic section that entrusts images with the task of documenting, challenging, and extending the questions raised by the essays. The result is a collective inquiry into the contemporary city that takes Venice as a paradigmatic case through which to reflect on the relationships between law, politics, public space, and forms of coexistence.

keywords | Venice; Urban Commons; Access fee; Political Friendship

Per citare questo articolo / To cite this article: Redazione di Engramma, a cura di a cura di M. Centanni, F. Perfetti, C. Toson, G. Zanon, Venezia città aperta. Editoriale di Engramma 234, “La Rivista di Engramma” n. 234, primavera/estate 2026.