"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

Aby Warburg, inediti e saggi critici

Omaggio a Martin Warnke
Editoriale di Engramma n. 171

a cura di Monica Centanni, Anna Fressola, Maurizio Ghelardi

English abstract

Questo numero di Engramma è dedicato a Martin Warnke, nato il 12 ottobre 1937 a Ijuía in Brasile e morto a Halle an der Saale l’11 dicembre 2019.

Come piccolo omaggio e ricordo della sapienza e dell’amabile intelligenza dello studioso, riportiamo qui tre episodi, occorsi durante gli intensi ed emozionanti incontri che il Seminario Mnemosyne ha avuto il privilegio di fare al Warburg-Haus di Amburgo, ospiti di Warnke che quell’Istituto aveva – con tenacia, determinazione, immenso impegno e una buona dose di coraggio – salvato dalla rovina, restaurato e ripristinato alle sue funzioni.

Primo episodio. Nel 2015, durante un seminario sulle vicende della scuola warburghiana, il discorso era caduto, in particolare, sulla sponda che la cultura italiana negli anni ’30 aveva cercato di garantire agli studiosi, ai libri e ai materiali transfughi dalla Germania nazionalsocialista a Londra, quella migrazione che Mario Praz nel 1934 assimilava all’esilio dei Bizantini in Italia nel XV secolo:

Quegl’israeliti portavano con sé come fardello d’esilio non i luridi stracci e gli avari forzieri e i leggendari sacrifici umani dei ghetti, ma le più feconde idee scientifiche e i più vasti tesori di cultura del mondo germanico. E si parlò allora dei greci che migrarono da Bisanzio nel Rinascimento, e aprirono nuovi orizzonti all’Occidente (M. Praz, Recensione a Aby Warburg, Gesammelte Schriften, Teubner, Leipzig-Berlin 1932, “Pan” II, 1934, 624-626, ora in “La Rivista di Engramma” 119, settembre 2014).

Durante la discussione, Martin Warnke continuava a far riferimento a “quell’importante intellettuale fascista che era direttamente coinvolto nelle attività degli studiosi warburghiani a Londra”; dato che non riuscivamo a capire a chi si riferisse e non gli veniva in mente il nome, a un certo punto Martin si alzò, prese il secondo numero della prima annata del “Journal” del Warburg Institute e lo aprì alla pagina del saggio di Delio Cantimori. Comprendemmo così perché ci era tanto difficile capire chi fosse quell’“intellettuale fascista”: a differenza di noi che, confusi da una storiografia culturale italiana opaca e reticente, consideravamo Cantimori un intellettuale comunista tout court, Warnke – che di politica si occupava e si intendeva – ci ricordava che nel 1937 Cantimori altro non si poteva definire che un vero e proprio intellettuale organico al fascismo, e che era considerato un riferimento per gli studiosi rifugiati a Londra certo per la sua bravura di studioso, ma anche per i suoi stretti rapporti con il Direttore della Scuola Normale di Pisa, Giovanni Gentile. Ed è stato proprio in seguito a quello spunto che ci siamo messi sulle piste della relazione tra Cantimori e il Warburgkreis (v. il contributo sul tema in questo numero di Engramma, ma avevamo già affrontato, sullo stesso filone di ricerca, le vicende relative alla pubblicazione del testo di Cantimori nel “Journal of the Warburg Institute” nel n. 134 di Engramma, marzo 2016); di fatto è grazie a Warnke se abbiamo studiato la corrispondenza tra Delio Cantimori e il circolo warburghiano, e se abbiamo scoperto la lettera di Gombrich a Cantimori che pubblichiamo in questo numero di Engramma.

Secondo episodio. In un altro seminario tenuto al Warburg-Haus nel novembre del 2017, alla domanda sul perché il sito della Fondazione bancaria dei Warburg, e in generale le pubblicazioni ufficialmente sponsorizzate dalla famiglia, facessero così di rado riferimento ad Aby, Martin ci rispose: “Al di là del supporto economico e della collaborazione che la Fondazione della banca di famiglia prestò generosamente ad Aby finché era in vita, al di là anche del forte rapporto di affetto da parte dei fratelli e poi dei nipoti, Aby, di fatto, con il matrimonio con Mary Hertz era uscito dalla famiglia. Se andate a fare una visita alla sua tomba, capirete. Vi renderete conto fisicamente di quel che vi dico”. Il 15 marzo 2019, alla chiusura dell’ultimo seminario che abbiamo fatto al Warburg-Haus – purtroppo senza che Martin potesse essere con noi perché già non stava bene – abbiamo deciso di seguire il suo consiglio e siamo andati all’Hamburger Krematorium GmbH, a cercare la tomba di Warburg e, non senza qualche difficoltà, l’abbiamo trovata. Ed era proprio come ci aveva detto: dalla posizione della lapide di Aby – non ospitata nell’importante tomba della famiglia Warburg, al cimitero ebraico, ma tenuta ai margini anche del recinto funerario degli Hertz – abbiamo visto con i nostri occhi e capito il significato non solo per la biografia di Warburg, ma storico-culturale, di quel che Martin ci aveva raccontato (v. l’immagine di copertina del n. 165 di Engramma, maggio 2019).

Terzo episodio. Nello stesso seminario del 2017, Martin Warnke, come sempre faceva quando nel gruppo c’era qualche giovane studioso che non era mai stato al Warburg-Haus, ci accompagnò con la sua squisita e generosa cortesia a fare visita a tutti gli ambienti dell’edificio. La mèta ultima che a lui più stava a cuore era, giustamente, far vedere i ‘suoi’ cassetti warburghiani: i ricchissimi materiali dell’eccezionale progetto sull’iconografia politica, già parzialmente pubblicati in volume, ma che considerava sempre come un progetto in fieri – la vera continuazione, e insieme la verifica e la realizzazione, del Bilderatlas Mnemosyne. Quella volta era particolarmente di buon umore e ci mostrò, come non aveva mai fatto, anche tutti i passaggi che un tempo collegavano l’edificio della Biblioteca con l’adiacente casa di Warburg – che ora è di altra proprietà – e come Aby realizzasse praticamente, nell’architettura stessa dei suoi spazi domestici e di lavoro, la continuità tra ricerca e vita. Warnke ci raccontava come Warburg ci tenesse ogni giorno a controllare di persona i libri che in ogni stanza, ad ogni piano, gli studiosi stavano leggendo, e come facesse trovare sulla loro scrivania i titoli che secondo lui erano utili per le loro ricerche. Arrivato allo studio di Warburg, a un certo punto aprì un cassetto della scrivania e tirò fuori la chiocciolina di ottone che abbiamo messo in copertina di questo numero e raccontò: “Questa, Aby, l’aveva trovata in un negozietto di bric-à-brac e la teneva sempre qui con sé. La usava come antistress: provate a stringerla nella mano e vedrete che meraviglioso effetto rilassante”.

Solo tre episodi, dei quali il terzo forse altro non è che un mito minore di quella leggenda warburghiana che a Martin piaceva nutrire e disseminare. Molto altro si potrebbe, e si dovrebbe, raccontare della lezione di vita e di pensiero di Martin Warnke. Sta di fatto che fin dalla metà degli anni ’90 abbiamo avuto il privilegio di discutere e condividere con lui lo spirito e il senso del recupero dell’eredità metodologica e della lezione di Warburg. Martin ci ha lasciato mentre questo numero di Engramma era già in fase di avanzata elaborazione e perciò, fatta eccezione per la pubblicazione di un suo contributo sul Kunsthistorisches Institut di Firenze, e del mirabile omaggio di Michael Diers che presentiamo di seguito, abbiamo potuto dedicargli soltanto in spirito questo volume e la sua impostazione critica – la stessa che assieme a Warnke, e grazie alle sue indicazioni, abbiamo coltivato in questi decenni, soprattutto rispetto alla lettura corrente del pensiero di Warburg che ancora, almeno in parte, riposa sulla fortunata e importante, ma infelicissima, biografia di Gombrich. Certo è che, più in generale, il ruolo di Martin Warnke nel recupero – materiale e immateriale – dell’eredità warburghiana merita e meriterà un ulteriore approfondimento, e ci impegniamo fin da ora per questo, contando di coinvolgere tutti gli studiosi che con lui hanno collaborato alla pubblicazione degli scritti di Warburg, al rilancio del progetto del Mnemosyne Atlas, e allo stesso restauro fisico della sede dell’Istituto in Heilwigstraße 116 che si può considerare, in definitiva, il Lebenswerk di Martin Warnke. Segnaliamo intanto la pubblicazione di una Festshrift in suo onore, intitolata A Warburg Workbook, che contiene anche importanti documenti fotografici, pubblicata a cura di Thies Ibold, all’inizio di dicembre 2019: a quanto ci hanno riferito Karen Michels e Salvatore Settis, che sono tra gli autori del volume, Martin è arrivato a tempo a vedere la prima copia di questa pubblicazione in suo onore.

Pubblichiamo, in lingua originale con traduzione italiana, il testo dell’intervento che Martin Warnke pronunciò in occasione del Convegno internazionale di studi che si svolse a Firenze nel 1997 per celebrare i cento anni dalla fondazione del Kunsthistorisches Institut di Firenze, su cui Aby Warburg aveva investito tanto in termini materiali e immateriali, e dove lo stesso Warnke fu borsista dal 1965 al 1967. In quella circostanza Warnke mise in luce l’impegno di Warburg nella politica culturale – dall’organizzazione di convegni e di mostre, agli eventi legati all’Università di Amburgo, alla creazione della sua Kulturwissenschaftliche Bibliothek – di cui il Kunsthistorisches Institut costituì un capitolo, e su come questa politica intellettuale trovasse corrispondenza nella sua prospettiva storica e nei suoi studi. Le ricerche sugli scambi artistici e le reciproche influenze e tensioni tra Nord e Sud nel Rinascimento, il concetto di “psicologia della polarità” per la quale i poli opposti né possono essere messi a confronto, né tanto meno portano al reciproco annichilimento, quanto piuttosto costituiscono un’“erma bifronte” capace di innescare un fiorire culturale e una apertura di senso, si traducono nel progetto di Warburg di far sì che quello fiorentino diventasse un “istituto di ‘cultura della coscienza tedesca’, in una relazione di scambio sinergico con lo ‘slancio’ della cultura italiana” e che esso, dal punto di vista disciplinare, contribuisse al progresso di una scienza delle cultura capace di comprendere istanze contemporanee attraverso il concorso di approcci e discipline divergenti.

Warnke in sintonia con Warburg – il suo radicamento nella cultura tedesca e nord-europea; la sua passione per l’Italia e il suo definirsi “europeo de coeur” – considerava un compito primario dell’intellettuale l’impegno ‘politico’, che consiste anche nella promozione di iniziative di politica culturale di ampio respiro, e nel sostenere e nutrire contatti internazionali. “La sua speranza costante [di Warburg] era che non prevalesse il principio assoluto dell’identità nazionale, ma piuttosto la forza di un confronto che corrisponde alla psicologia delle polarità”: è la condivisione di una metodologia scientifica che, né sul piano biografico né su quello intellettuale, coltiva timori di contaminazioni tra saperi diversi, e che avverte viva la necessità di un travaso continuo della ricerca nella vita. Il contributo di Warnke si chiude con alcune proposte di riforma per l’Istituto di Firenze: propositi pragmatici che mirano all’idea che l’attività intellettuale che, ancora una volta, non investe soltanto il piano teorico, possa prosperare al meglio non tanto attraverso una totale omogeneità e convergenza disciplinare, quanto grazie a una diversità e disomogeneità che rende possibile “un energetico rapporto di scambio”, incoraggiando l’attivazione di quegli “impulsi esterni” che permettono un allargamento di orizzonte. Importante la nota personale sull’incontro di Warnke con Ludwig H. Heydenreich, direttore del Kunsthistorisches Institut nel 1965 quando il giovane studente tedesco aveva avuto la borsa di studio a Firenze. Heydenreich alla fine degli anni ’20 era stato un giovanissimo collaboratore di Warburg e grazie a lui era approdato a Firenze; al ventottenne Warnke, che all’epoca, a quanto afferma, “non sapeva nulla di Warburg” e che si diceva meravigliato di essersi guadagnato la borsa senza aver fatto studi su argomenti italiani, Heydenreich rivelò che aveva vinto il posto “proprio perché” era specialista di Rubens. Un episodio illuminante, questo dell’incontro con Heydenreich, che connette materialmente, quasi genealogicamente, la vicenda biografica e intellettuale di Martin Warnke con la storia del Warburgkreis.

Segue la traduzione italiana di un bellissimo omaggio di Michael Diers a Martin Warnke, pubblicato poco dopo la sua morte. In Martin Warnke (1937-2019). Vita dopo la vita in un ritratto per immagini, Diers prende spunto da un ritratto fotografico di Warnke, eseguito da Philipp Hympendahl nel 2006, in occasione del Gerda Henkel-Preis assegnato allo stesso Warnke. Dall’attenta lettura iconografica e iconologica del ritratto, messa in relazione con gli studi di Warnke e confrontata con altre precedenti e più convenzionali pose fotografiche, emerge l’invenzione di una posa “stoica”, inedita rispetto alle convenzioni del ‘ritratto dell’intellettuale’, che riesce a esprimere insieme il bisogno di ritirarsi in se stessi e l’istanza di una comunicazione con il mondo, non solo degli studiosi, che salva l’intellettuale dal rischio dell’isolamento. L’antico appare alle spalle dello studioso in forma di fantasmatico frammento – una riproduzione fotografica che funziona come quadro nel quadro – evocando, attraverso il dettaglio della ventilata veste e della Pathosformel di una delle figlie di Niobe, la relazione con l’eredità warburghiana e con Mnemosyne.

Engramma 171 si propone altresì come punto di partenza ed epicentro per una serie di future ricerche radiali sul cosiddetto Warburgkreis, con il proposito di dar vita ad altri volumi monografici della rivista. L’attenzione, in questa sede, si rivolge a Delio Cantimori, e alle figure di Edgar Wind e Gertrud Bing, per molti aspetti a tutt’oggi inesplorate, e che Aby Warburg, nell’ultimo periodo della sua vita, considerava i più vicini al suo stile di ricerca e ai temi delle sue riflessioni. Studiosi che condividevano con lui quella metodologia della ricerca a cui Warburg aveva dedicato il seminario organizzato presso la Kulturwissenschaftliche Bibliothek Warburg, nel semestre invernale del 1927-1928, parallelamente alla esercitazione su Jacob Burckhardt. La traccia di questo importante seminario sul Metodo della scienza della cultura [WIA 99.5=113.6 e 113.4.1], di cui Erwin Panofsky in una lettera del 15 maggio 1927 si complimentò con Warburg stesso per l’organizzazione (E. Panofsky, Korrespondenz, hrsg. von D. Wuttke, Bd. I, Wiesbaden 2001, 231), è qui presentata in una nuova edizione tedesca a cura di Maurizio Ghelardi, con traduzione italiana del Seminario Mnemosyne.

Si pubblicano inoltre documenti importanti sul tormentato rapporto tra Edgar Wind e i colleghi del Warburgkreis. Ianick Takaes de Oliveira cura l’edizione di una fondamentale lettera, di cui è conservata la bozza all’Archivio della Bodleian Library di Oxford [MS. Wind 7, file 5], datata all’estate del 1954: Wind, marginalizzato dalla direzione del Warburg Institute dalla fine degli anni ’30, si rivolge a Jean Seznec chiedendogli di mediare affinché il ruolo di direttore dell’Istituto, vacante in seguito alla morte di Henri Frankfort, fosse ricoperto da un accademico inglese, piuttosto che tedesco o austriaco, capace di risollevarne le sorti che vedeva allontanarsi e tradire sempre più le prospettive e i progetti che aveva voluto il suo maestro. Queste accorate parole, attraverso coloriti aneddoti, fanno rivivere lo stretto e quotidiano rapporto di Wind con Warburg, il suo ruolo nella negoziazione per il trasferimento dell’Istituto in Inghilterra e della sua successiva incorporazione nell’Università di Londra; d’altra parte esprimono un forte risentimento nei confronti di Fritz Saxl e Gertrud Bing, con i quali i rapporti si erano incrinati definitivamente a partire dal 1945, come lo stesso Wind descrive, per ragioni di natura tanto intellettuale, quanto etica e programmatica. L’edizione critica corredata da una introduzione del contributo dal titolo Il y a un sort de revenant”. A Letter-Draft from Edgar Wind to Jean Seznec (Summer 1954), mira a inquadrare il contesto di redazione della lettera e dei rapporti di Wind con Seznec, che nello stesso anno aveva agevolato l’organizzazione delle “Conferenze sull’arte nell’epoca di Giulio II” di Wind a Oxford e il suo successivo insediarsi nella prima cattedra di storia dell’arte dell’University of Oxford. La ricostruzione proposta solleva alcune serie questioni in merito alla preoccupazione dello storico dell’arte berlinese per la tradizione warburghiana e per le vicende che interessarono l’Istituto negli anni successivi la morte di Warburg – una “histoire macabre” per la quale “un sort de revenant” non smetteva di perseguitarlo.

Lo spirito di Warburg non era destinato a trovare pace: l’auspicio di Wind affinché la direzione del Warburg Institute fosse occupata da uno studioso che conosceva l’argomento delle ricerche di Warburg e dal ‘pensiero libero’, al di là dei quattro anni che videro alla direzione Gertrud Bing, fu completamente disattesa nel 1959, con l’insediarsi di Ernst H. Gombrich. E proprio al volume Aby Warburg: An Intellectual Biography che Gombrich pubblicò nel 1970, Wind rivolge una feroce e acutissima recensione, uscita il 25 giugno 1971 nel “The Times Literary Supplement”, pochi mesi dopo la Biografia. Il prezioso testo di Wind fu ripubblicato in un’edizione ampliata con note e riferimenti tratti dalle carte dello stesso Wind nel 1983, in Appendice alla raccolta di saggi The Eloquence of Symbols: Studies in Humanist Art, ed. Jaynie Anderson, Oxford 1983, 106-113, e in italiano in occasione dell’edizione dello stesso volume antologico degli scritti di Wind per Adelphi (L’eloquenza dei simboli, Milano 1992, tr. it. di E. Colli, 161-173). In questo numero di Engramma pubblichiamo una nuova traduzione italiana a cura di Monica Centanni e Anna Fressola, attenta al profilo del pensiero di Warburg, alle sue opere e ai suoi autori di riferimento a cui Wind fa molti, espliciti ed impliciti, rimandi. La traduzione ripubblica inoltre la versione originale in modo da consentire il riscontro diretto sul testo inglese, oltre che un apparato di note che riporta tutti i riferimenti puntuali che Wind fa all’opera di Gombrich.

Wind chiude la sua brillante recensione con la speranza che il libro di Gombrich, del quale denuncia i vari difetti, non sia usato “come surrogato delle pubblicazioni di Warburg”, che al tempo non erano ancora disponibili in lingua inglese (una speranza, anche questa, disattesa dato che la prima traduzione risale solo al 1999, a cura di David Britt, Kurt W. Forster per la casa editrice del Getty Research Institute for the History of Art and the Humanities, allora diretto da Salvatore Settis); e confidando che la prima traduzione italiana autorizzata dei saggi di Warburg curata da Gertrud Bing e tradotta da Emma Cantimori (La Nuova Italia, Firenze 1966) avrebbe acceso un desiderio, non più dilazionabile, di leggere un “Warburg non diluito, in lingua inglese”. A promuovere con Bing l’unica edizione internazionale degli scritti di Warburg era stato Delio Cantimori: sulle sua relazione con il Warburgkreis si sofferma il contributo dal titolo Delio Cantimori e il Warburgkreis di Monica Centanni e Silvia De Laude, che mette l’accento sulla pubblicazione del saggio Rhetoric and Politics in Italian Humanism nel secondo volume del “Journal of the Warburg Institute”, del 1937. L’intellettuale, all’epoca membro della Scuola Normale di Pisa e ancora formalmente fascista, si occupa in modo del tutto non convenzionale del tema fondamentale del valore politico della retorica, proponendo di rovesciare lo stereotipo dell’Umanesimo italiano come un “fenomeno puramente letterario, verboso, vuoto – retorico nel senso peggiore del termine” (C. Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Milano 2000, 75).

Getta nuova luce sulla genesi della biografia di Warburg una lettera di Gombrich a Cantimori del 29 ottobre 1964, conservata presso l’Archivio della Scuola Normale Superiore di Pisa. Il testo, finora inedito, incrociato con la corrispondenza di Erwin Panofsky (v. la Bibliografia Fonti del contributo) e con nuove recenti acquisizioni sull’opera di Gertrud Bing, è al centro del saggio di Monica Centanni, “Purtroppo non abbiamo trovato molto tra le carte della nostra cara amica Gertrud Bing che si potrebbe salvare”. Testo e contesto di Ernst Gombrich, Lettera a Delio Cantimori, 29 ottobre 1964. Il contributo si propone come commento della succitata lettera di Gombrich, che pubblichiamo in trascrizione nell’Appendice I, in cui è dichiarata “perduta per sempre” la biografia ad opera di Bing, in quanto sia le bozze dell’opera sia il saggio sulla lingua e lo stile di Warburg, a detta di Gombrich, sarebbero stati eliminati da parte della stessa Bing in una sorta di raptus isterico, pochi giorni prima della sua morte. Peccato che, diversamente da quanto Gombrich asserisce di quest’ultimo, Philippe Despoix e Martin Treml abbiano pubblicato un consistente frammento di 32 pagine, conservate presso l’archivio del Warburg Institute nel fascicolo ‘Gertrud Bing Papers’, con titolo “On Warburg’s language”. Il tono della lettera di Gombrich, che conferisce un “che di psicopatico” alla Bing – come nell’Intellectual Biography lo conferirà a Warburg –, si accorda alle considerazioni sulla divergenza con Bing tanto sul fronte metodologico e concettuale, quanto su quello umano, sollevando questioni che concernono la veridicità delle dichiarazioni di Gombrich nella lettera e nell’Introduzione alla Biografia del ’70. Ad accompagnare la lettera – Appendice II –, la pubblicazione dell’estratto firmato da Cantimori in memoriam dell’amica appena mancata, e menzionato nello scritto del 29 ottobre, che l’intellettuale italiano aveva pubblicato nella rivista “Itinerari” nel 1964, e che Gombrich ricicla per l’opuscolo, non certo accurato, In memoriam Gertrud Bing 1892-1964, pubblicato a Londra l’anno seguente (1965).

Alla figura di Gertrud Bing, Engramma 171 dedica una particolare attenzione. Al centro di un nuovo, promettente, filone di ricerca sono i suoi studi, il suo metodo, il suo stile di lavoro e, più in generale, il suo ruolo tanto sostanziale quanto trascurato prima all’interno della Kulturwissenschaftliche Bibliothek Warburg ad Amburgo come “assistant director and personal assistant” di Warburg, e in Inghilterra poi: Gertrud Bing pare fortunatamente, e finalmente, sotto le attenzioni di vari studiosi. Si presenta qui la prima fondamentale raccolta di scritti inediti a cura di Philippe Despoix e Martin Treml, in una traduzione francese accompagnata dagli originali in tedesco e inglese, pubblicata presso l’Institut National d’Histoire de l’Art (Paris 2019). Il volume, di cui si riporta l’Indice e una parte dell’Introduzione, accorpa quei testi che la curatrice delle Gesammelte Schriften (Teubner, 1932), andava predisponendo fino alla sua morte per la realizzazione della biografia di Warburg, oltre che documenti e corrispondenze che testimoniano le vicende legate alla stesura di questi e altri scritti. La nascita di un filone di ricerca intorno alla studiosa è confermata dal volume di Laura Tack The Fortune of Gertrud Bing (1892-1964). A Fragmented Memoir of a Phantomlike Muse (Leuven 2020), in corso di pubblicazione nella serie ‘Studies in Iconology’ diretta da Barbara Baert, di cui pubblichiamo un’anteprima corredato da Indice.

Infine pubblichiamo l’Indice e un estratto del saggio Magia bianca. Aby Warburg e l’astrologia: un “impulso selvaggio della scienza” di Maurizio Ghelardi che accompagna il volume, da lui curato e tradotto, Aby Warburg, Astrologica. Saggi e appunti 1908-1929. L’importante silloge edita per i Millenni Einaudi (2019) include una selezione di testi di Warburg, in parte inediti anche in tedesco. Un felicissimo, e molto atteso, approdo degli scritti di Warburg a un editore serio e importante, che rilancia la rilevanza di quel pensiero nel panorama non solo italiano.

English abstract

Engramma issue No. 171, Aby Warburg, Unpublished and Critical Essays, is dedicated to Martin Warnke (1937-2019). It suggests a starting point and an epicentre for a future series of radial studies on the so-called Warburgkreis. It includes texts by Gertrud Bing, Delio Cantimori, Ernst H. Gombrich, Martin Warnke, Edgar Wind, and contributions by Monica Centanni, Silvia De Laude, Philippe Despoix, Michael Diers, Anna Fressola, Maurizio Ghelardi, Ianick Takaes de Oliveira, Laura Tack, and Martin Treml. An important contribution to the concept and realisation of the issue was made by the collective research of Seminario Mnemosyne, coordinated by Monica Centanni and including Giulia Bordignon, Giacomo Calandra di Roccolino, Giacomo Confortin, Monica Garavello, Vittoria Magnoler, Daniele Pisani, and Daniela Sacco.

keywords | Aby Warburg; Martin Warnke; Gertrud Bing; Edgar Wind; Ernst H. Gombrich; Delio Cantimori; Warburgkreis; The Warburg Institute

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